La metà (rosa) dell’occupazione


Da qualche tempo ormai il tema delle pari opportunità e più specificamente il problema del gender gap è caldissimo


 

Difficile immaginare che nei prossimi 12 mesi la bilancia si pareggi (c’è chi propone il 2030 come data X), ma è certo che da qualche tempo ormai il tema delle pari opportunità e più specificamente il problema del gender gap (l’inglese qui concede accezioni molto più ampie) è caldissimo, non più riservato solo alle – sì, molto spesso donne – addette ai lavori e da ripescare giusto in occasione dell’otto marzo. La differenza sostanziale percepibile in modo chiaro è che si parla del binomio gender e opportunità oggi in modo scientifico e sempre più in termini economici, di business e di effettiva convenienza per aziende o addirittura per lo sviluppo delle diverse realtà nazionali.

Un bel passaggio di prospettiva considerando che di simili argomenti si pensa generalmente entro ambiti quasi più sociali, di giustizia e inclusione invece che, per esempio, monetari. Ma tanto è diventato cruciale anche all’interno delle prospettive del “dentro la crisi/oltre la crisi” che pesino a Davos in gennaio, durante il World Economic Forum (WEF), dove i grandi del mondo si ritrovano a discutere delle previsioni per il futuro, la parità è stato uno dei temi chiave, letto proprio come una molla per il rilancio mondiale.

Gap di genere e competitività
In realtà il WEF dal 2006 monitora il gender gap pubblicando il famoso Global Report che nell’edizione 2014 ha incluso 142 nazioni. Nella classifica generale l’Europa è da sempre ben posizionata e quest’anno 6 nazioni del “vecchio continente” si piazzano tra le prime 10 (come era prevedibile, si tratta di paesi tutti del nord). Con l’accumularsi dei dati raccolti in questi 9 anni si legge a chiare lettere la convinzione fondata della “forte relazione esistente tra il gap di genere e la competitività degli stati. Dato che le donne rappresentano la metà della base del talento potenziale di una nazione, la competitività di quel paese a lungo termine dipende significativamente da se e da come educherà e utilizzerà le sue donne”.

Di parità però non se ne parla solo tracciando il panorama della situazione attuale o in termini di belle prospettive, ma si introducono sempre più programmi concreti e diffondono indicazioni su dove e in che modo intervenire per orientare la rotta dei prossimi anni. “È ora di smettere di parlare del distruggere gli stereotipi di genere e di iniziare ad agire” – si legge in “Accelerate to Bridge the Gender Gap“, studio di ManpowerGroup, cambiando la cultura, andando a cercare i talenti in gruppi diversi dal solito (donne, giovani, immigrati…), offrendo opzioni di lavoro flessibile e sempre più occasioni di sviluppo personale. È importante sottolineare come non si tratti solo di buone intenzioni, ma di richieste precise di un potenziale umano preparato, pronto e a disposizione. «Chiunque con una intelligenza decente si rende conto che è meglio assumere (scegliendo) dal 100% della popolazione!», ha chiosato molto opportunamente Paul Polman, CEO di Unilever.

L’inclusione della diversità
Nonostante in Europa si trovino alcune delle nazioni che dimostrano il più avanzato livello di parità e un’attenzione spesso già matura verso l’inclusione della diversità nei luoghi di lavoro, contemporaneamente ci sono situazioni diametralmente opposte; basti pensare, per citare un esempio vicino, alla stessa Italia che si posiziona al 69esimo posto sul totale degli stati presi in considerazione dal rapporto del WEF, o alla Grecia, precipitata dal 60esimo del 2011 al 91esimo di quest’anno. Tanto, poi, il tema è sentito nei palazzi di Bruxelles, che la presidenza italiana della UE, conclusasi a inizio 2015, gli ha dedicato un capitolo preciso di intervento e la Lettonia, che ha preso il testimone e resterà in carica fino a giugno, ha dimostrato chiaramente di voler puntare l’attenzione alla parità in un’ottica che collega equità occupazionale e opportunità per gli stati.

Lanciando il suo semestre il Ministro del Welfare lettone, Uldis Augulis aveva dichiarato: «Rimarcheremo le differenze delle pensioni di uomini e donne e le cause che stanno dietro questo tema, come la scelta dei percorsi di studio e professione, le differenze nei salari, nell’equilibrio in famiglia e il rapporto vitalavoro.

I temi di parità
si integrano
nelle priorità di altri settori

Le intenzioni sono chiare, quindi, le dichiarazioni a supporto si sprecano, non si contano i progetti e sono precise le indicazioni da poter seguire. E anche se la situazione europea più specifica, quella in particolare raccontata dall’EIGE (Istituto europeo per l’eguaglianza di genere) nel suo ultimo rapporto sulla parità di genere nell’UE, non appare particolarmente mutata rispetto al passato (con un divario salariale, per citare un esempio, che resta al 16% e sale drammaticamente al 39% guardando i livelli pensionistici), non si può negare che queste questioni sono ormai un tema eminentemente di convenienza e, quindi, fondamentale per determinare se e come le società potranno prosperare nei prossimi anni. Allora è facile pensare che diventeranno presto, se già non lo sono, una voce fissa nelle agende dei singoli governi nazionali.

L'autore

Maria Paola Mosca

Maria Paola Mosca Appassionata di arte contemporanea, è giornalista freelance e si occupa di comunicazione, creatività e grafica. Vive in una città a sud di Rotterdam, su un'isola del delta del Reno @emmepi