Cosa ci distingue dalla macchina?


L’uomo è diverso dai robot? Sì, se non fa del lavoro una ragione di vita. E recupera l’antico valore dell’ozio


«Ancients are moderns!» (Gli antichi sono moderni) scrisse il filologo inglese Goldsworthy Lowes Dickinson (1862-1932) riscoprendo nel contesto dell’Inghilterra vittoriana l’attualità dell’insegnamento etico degli antichi greci. Il lavoro, la ricchezza, il successo, hanno reso gli uomini indifferenti al proprio destino terreno: la morte. Gli antichi, invece, avevano ben presente la dimensione corporea e mortale dell’uomo e suggerivano l’ozio come momento di presa consapevolezza e di cura del proprio percorso di crescita attraverso il distacco dalle lusinghe del vivere sociale.

L’otium, quindi, non era inteso come lo stato di colui che non faceva nulla e poltriva (che si sarebbe detto meglio: pigritia, ignavia, acedia, sinecura), ma era piuttosto la realizzazione della virtù intellettuale e morale: la capacità di impiegare in modo creativo e gratificante il tempo libero al fine di migliorare la qualità complessiva della propria esistenza. L’otium come pratica della riflessione (e quindi come farmaco contro il dolore e i mali della vita mortale) era, nel mondo antico, proposto a ogni uomo e a ogni età della vita, in vista del raggiungimento della serenità dello spirito (euthymia), e al godimento della felicità personale (eudaimonia).

Schiavitù e libertà
«Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità», l’incipit della Lettera sulla felicità di Epicuro a Meneceo è quanto mai utile a cominciare una riflessione sul tema. La stessa lettera si conclude così: «Non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni immortali». Quali sono dunque i beni immortali? Lucrezio, a esempio, sostiene che «alla natura del corpo sono necessarie assolutamente poche cose, quelle che tolgono il dolore, e sono tali che possono anche procurare molte delizie».

L’uomo che lavora era visto dagli antichi come uno schiavo, mentre adesso viene visto come libero pur non essendolo mai diventato. Egli oggi possiede, però, – in maniera più o meno consapevole – i mezzi per liberarsi. La libertà ha un’importanza intrinseca che va al di là dei risultati che consente di raggiungere, o delle condizioni di esistenza effettivamente raggiunte. I nostri tempi, purtroppo, attribuiscono un valore alla libertà soltanto in relazione alla sua influenza sulle utilità. Oggi le macchine dovrebbero sostituire l’uomo in quelle attività che gli impediscono di coltivare la propria dimensione etica e spirituale, e restituire al concetto di libertà la legittima influenza sulla sfera delle virtù.

L’aberrazione di vivere per lavorare
Ci chiediamo dunque con Albert Caraco ne L’uomo di Mondo: «Ma dunque l’uomo vero e proprio nel senso pieno del termine, lo si voglia o no, è quello che non lavora? – Quanto asserisco può sembrare mostruoso anche se è stato accettato per secoli e per millenni, la Storia ci insegna però che è vero, l’opinione prevalente prima della Rivoluzione francese comprovava questa evidenza.

Ma questa opinione allora è mutata,
l’uomo che si affanna
giorno per giorno è uno schiavo?

L’eccesso di lavoro imbarbarisce, quando il lavoro sostituisce le ragioni di vivere, è solo un lavoro da ciclopi che ci evita di riflettere e di sentire, ci lasceremo così vincere da questo flusso; il suo frastuono, forzandoci la mano ci procurerà persino una parvenza di ebbrezza. Con ciò avremo l’approvazione di tutti. A questo siamo giunti non è possibile tirarsi indietro, più avanti andiamo e più ci diamo da fare. Quel cambiamento di sensibilità verificatosi un tempo è provvisoriamente definitivo. Predicare l’ozio è predicare nel deserto. – Il lavoro è un castigo, o almeno dovrebbe essere ritenuto come tale. Farne una ragione di vita è l’aberrazione per antonomasia. Ma l’uomo che si dà da fare, in che cosa differisce dall’automa?».

L'autore

Jacopo Mele

Jacopo Mele