L’uomo che visse due volte


La parola “talento” è tra i sostantivi più abusati. Molto meno nello sport. Ne parliamo con Demetrio Albertini


La parola “talento” è tra i sostantivi più abusati nel dizionario di italiano. Molto meno nello sport. Abbiamo affrontato la questione con Demetrio Albertini, sintesi perfetta dei due ambiti. “Metronomo” del calcio, centrocampista che ha segnato la storia del Milan, dimostrandosi vincente anche nella sua seconda vita da alto dirigente federale.

Nello sport conta più il talento o la costanza e la determinazione?
«Ho sempre pensato che lo sport sia fortemente meritocratico. Spesso chi è dotato di talento pecca di incostanza e raggiunge obiettivi solo per breve tempo. Un calciatore talentuoso e vincente è quello che riesce a essere presuntuoso durante la partita, ma umile in allenamento. Per esempio, nelle giovanili ero forse il più bravo. Eppure, crescendo, trovai compagni più forti di me. Molti di loro si fermarono di colpo. Perché la cultura del lavoro è fondamentale per arrivare ma c’è bisogno che qualcuno te la insegni. In Italia mancano le chance da dare ai giovani talenti. Non è un caso che il nostro campionato di calcio abbia la media età più alta d’Europa».

Quale differenza esiste nel trattamento dei talenti nel calcio tra Italia e altri paesi?
«Da noi prediligiamo il giocatore già formato e non il giovane. È come quando fuori dai ristoranti trovi il cartello “cercasi cameriere apprendista, ma con esperienza”. Tradotto: ti pago poco, ma pretendo tanto. Un paradosso. Ulteriore aggravante è il fatto che a casa nostra le persone già formate non abbiano alcun interesse a trasferire le proprie competenze, perché magari arrivano al successo tardi e, a quel punto, pensano solo a difendere il proprio status. Un egoismo che crea barriere all’ingresso altissime».

Il tuo talento sul campo, a fine carriera, sei riuscito a traslocarlo con successo dietro a una scrivania, come vicepresidente della Figc.
«Vero, a marzo 2006 ho giocato l’ultima partita in pantaloncini e a maggio dello stesso anno ero già in giacca e cravatta con il compito di accompagnare la Nazionale al Mondiale in Germania. Trionfo, ma dopo aver alzato la coppa del mondo a Berlino mi sono dimesso perché non capivo quale potesse essere il mio ruolo all’interno della federazione. Dopo averci riflettuto mi sono candidato 3 volte alla vicepresidenza e sono entrato questa volta grazie all’esito di un voto. In otto anni ho condiviso la gestione di tre mondiali, due Confederations Cup e due Europei e ho imparato ad alzare sempre l’asticella della pazienza, finché ho capito che era entrata troppa  politica».

Intanto esci dall’esperienza di coordinatore sport di Expo.
«È stata una grande sfida, accompagnata da grande scetticismo iniziale. Ma Expo alla fine ha cambiato la nostra immagine all’estero. È stato per certi versi simile a quando avevo dovuto gestire la finale di Champions  League a Roma nel 2009. Fu incredibilmente difficile la fase di preparazione all’evento, ma noi italiani raggiungiamo i risultati migliori e più insperati proprio quando siamo sotto pressione».

Lo spogliatoio è una scuola di vita, cosa ti porti dietro ancora oggi?
«Quasi tutto. Ho fatto il regista in campo e l’ho fatto anche da manager con la Nazionale. Lo sport ti insegna il rispetto del tuo compagno, perché solo con il suo aiuto puoi vincere. Nessuno trionfa da solo. Spesso nel mondo del lavoro ci si considera un insieme di singoli piuttosto che un progetto comune. Una squadra vincente, anche nel lavoro, ha delle regole: la prima è che non esiste una regola per vincere, ma di sicuro per perdere ce ne sono tantissime.

Ognuno deve
valorizzare
il proprio talento

La buona riuscita del risultato in un gruppo di lavoro nasce dalla capacità di abbinare la crescita individuale a quella collettiva. Oscar Tabarez, allenatore al Milan che ho molto stimato, diceva che “tutto è contagioso, anche i buoni esempi”. Un gruppo di lavoro è composto da positivi, negativi e incerti. Spesso il raggiungimento dell’obiettivo dipende dal capire dove vanno gli incerti».

La sfida spesso diventa un freno. Come si supera l’ansia?
«Il talento non basta, perché di solito chi ne ha diventa presuntuoso quando ha paura. Solo il lavoro può darti la consapevolezza di arrivare alla sfida preparato. Nello sport ci sono persone che hanno estro, ma si annullano nei momenti di difficoltà. E’ in questo istante che viene fuori l’importanza dei leader, quelli che tracciano la strada giusta».

Claudio Ranieri: un’impresa epica. Come ha fatto?
«Il Leicester aveva un’asticella e il vero talento è stato riuscire ad alzarla sempre di più. Ranieri è sempre stato una persona equilibrata in un mondo alterato. Ha ragione quando dice di aver fatto tornare un po’ di favola in questo sport dominato dalla parola “business”. Ma anche favole come queste si conquistano con il lavoro e la dedizione. La loro vittoria è stata pensare che il primo avversario fossero loro stessi e che non c’era spazio per avere rimpianti. Nello sport, come nella vita, ti viene concessa sempre una possibilità per crederci».

Oggi ci presentiamo agli Europei con una delle squadre meno quotate della storia recente. Come si sopperisce?
«Diego Pablo Simeone, allenatore dell’Atletico Madrid, è arrivato quest’anno fino in fondo alla Champions League con un motto: “in una partita secca non vince sempre il più forte, ma chi crede di più in quello che sa fare”».

E l’insuccesso come si affronta?
«Nel calcio si confonde spesso la presunzione con la personalità. Esistono momenti in cui i giocatori, in difficoltà, ad esempio, pensano che sia l’allenatore ad avere delle responsabilità. Troppo facile».

Un messaggio che rivolgeresti a un giovane che si affaccia al mondo del lavoro?
«Prima di tutto dico a me stesso che la mia generazione deve avere la responsabilità di concedere un’opportunità ai propri figli e ai più giovani. Poi direi che la fortuna passa per tutti, il problema è avere costanza ed essere preparati quando arriva».

Il tuo obiettivo, invece, oggi qual è?
«Mi sto preparando a cogliere la fortuna di cui abbiamo parlato poco sopra. Ma resterò nel mio mondo e rispetterò come sempre la mia regola delle 3C: conoscere, confrontare e condividere».

L'autore

Dario Donato