Maratoneti del talento


Chi sono, che cosa fanno, che cosa pensano e quali obiettivi hanno i partecipanti al primo Hackathon italiano del talento


Maratoneti del talento

La vicinanza della casa milanese dei Buzzati (in viale Majno) provoca qualche suggestione. Da queste parti ha vissuto a lungo l’autore del “Deserto dei tartari”, romanzo sull’attesa. Proprio sui frustranti tempi dell’attesa nel mercato del lavoro sono concentrati gli sforzi dei partecipanti – o meglio di alcuni di loro – al primo Hackathon italiano sul talento di ManpowerGroup e Human Age Foundation, introdotto dallo speech di Stefano Scabbia, presidente e ad dell’Area Mediterranea di ManpowerGroup (leggi l’intervista “Candidati in gioco“).

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Un momento della presentazione dell’Hackathon prima della partenza dei maratoneti

L’Hackhaton è una maratona di hacker, una competizione per un progetto tecnologico. Si può, grazie alla tecnologia, pensare a una interattività tra chi cerca lavoro e le aziende che tolga di mezzo frustranti tempi di attesa e vecchie modalità rigide? Questa una delle sfide degli 87 maratoneti – startupper, studenti, professionisti -, divisi in 10 gruppi. Circa un partecipante su tre è donna (32 in tutto), uno è d’origine straniera, uno studente filippino della Cattolica.

La vittoria nel talent non è tutto. «La caratteristica che con grande evidenza, a parità di talento, determina la riuscita, il successo», dice il manager Sandro Catani, figura ispiratrice dell’Hackathon, «è la perseveranza, il non farsi abbattere di fronte ai fallimenti.

Se una persona accetta la possibilità
di fallire e impara
dai fallimenti ha ottime possibilità

Se si chiude in se stesso e dà la colpa ai professori che lo hanno in antipatia non combinerà mai niente».

Ma chi sono, che cosa fanno, che cosa pensano e quali obiettivi hanno i maratoneti che si sono sfidati nell’Hackathon del talento? Proviamo a scoprirlo attraverso le storie di tre di loro.

Gianluca AmbuGianluca Ambu
«I metodi di ricerca e offerta di lavoro sono ancora tradizionali. Mandi il curriculum. Aspetti. L’ho fatto con un centinaio di aziende. Ho ricevuto solo una risposta. Un’amica ha ricevuto una risposta dopo un anno. Un anno per chi cerca uno stage è tantissimo», lamenta Gianluca Ambu, giovane e stilosissimo specializzando in fashion management dello Iulm, cagliaritano. Figlio di un anatomo patologo, non ha seguito la carriera del padre anche se la chirurgia estetica non gli sarebbe dispiaciuta: «A medicina si fa tirocinio negli hospice e come prova ogni studente deve comunicare una diagnosi nefasta a un paziente».

Tornando a temi più leggeri, Ambu propone un «Tinder del mercato del lavoro», con riferimento al social network dove si cerca l’anima gemella o il partner di un’avventura. «Un sistema rapido che consenta maggiore partecipazione del candidato. Per un giovane abituato all’immediatezza dei tempi di Internet i tempi di risposta delle aziende sono biblici». Tra l’altro l’unica risposta che Ambu ha ricevuto riguardava una posizione per la quale era preferibile una donna, in quanto si aveva a che fare con compratrici mediorientali musulmane.

Elide VincentiElide Vincenti
Di discriminazione di genere si occupa Elide Vincenti, neolaureata alla Cattolica, laurea triennale in lettere moderne alla Sapienza, di origine siciliana, figlia di insegnanti, una passione per la poesia che si rivela nel tatuaggio sul polso sinistro: “Nera ho l’anima come una notte stellata…”. Propone una piattaforma che cerchi di contrastare le discriminazione di genere e non solo.

«Come ho appurato nella mia tesi, le donne, in Italia, sono ancora discriminate. Restare incinta è ancora sinonimo di rescissione del contratto. Una manager difficilmente può far carriera se vuole farsi una famiglia», sottolinea Vicenti. «Bisognerebbe ispirarsi ai paesi scandinavi e pensare a un percorso che preveda la maternità come una normale parentesi non penalizzante. Non stupisce che in Italia la maggior parte delle posizioni di vertice nelle aziende sia occupato da uomini. Questa è un tipo di discriminazione verticale».

«Poi c’è quella orizzontale», aggiunge. «Soprattutto al Sud. Mentre al Nord la quantità di donne e uomini nel mondo del lavoro si equivalgono, al Sud la percentuale di donne rispetto al totale dei lavoratori è del 24 per cento. La metà circa del Nord. Bisogna pensare a un modo per superare queste barriere, per cambiare l’approccio culturale delle aziende».

Jacopo MeleJacopo “Guedado” Mele
Seduto accanto ad Antonio, 16 anni, studente di scuola superiore, c’è Jacopo “Guedado” Mele, 23 anni. Forbes nel 2016 lo ha inserito tra i ventenni più influenti in Europa. Non ha mai mandato un curriculum in vita sua. Si è dato da fare molto presto, si è appassionato ai video musicali. Ne ha realizzati 50, per 15 milioni di visualizzazioni. A 16 anni si è trasferito a Roma da Salerno per studiare cinema abbandonando l’istituto nautico. Mi segue sulle scale per raccontarsi portando con sé l’inseparabile McBook Air. «Oggi sono un digital life coach, professione che ho inventato io a 18 anni. Alle aziende non serve chi gli dà la pappa pronta ma chi li ha accompagna nel percorso di digitalizzazione. I miei clienti vanno dai 10 ai 500 milioni di euro di fatturato. Ho una grande rotazione, sono sempre su cose nuove. Faccio 200mila km l’anno. Sto su e giù in giro. La domanda più difficile è “dove vivo” e “che lavoro faccio”. Mi stimolano le sfide, fare qualcosa che non so ancora fare, imparare».

Come vedi i progetti che fervono nelle dieci sale per rendere gli strumenti di ricerca di lavoro simili a social network o giochi? «Il capitale umano per me è importantissimo. Sono presidente di una fondazione che si chiama “Homo ex machina”, per valorizzare il benessere dell’uomo in relazione alle nuove tecnologie. Penso che ci siano in giro tanti talenti. Tutti hanno un talento». Proprio tutti? «Ciascuno ha un talento per qualcuno. L’importante è farli incontrare, come due anime gemelle».

Qual è l’ostacolo principale? «La cosa più complicata è dare fiducia alle persone che non hanno un track-record. Le aziende devono tenere sempre presente che ogni persona ha un potenziale, che si hanno di fronte esseri umani. Il curriculum di tutto questo non dice niente, il curriculum tratta le persone da carne da macello». Gaming, Tinder del lavoro possono funzionare per come ragionano le aziende? «Gli strumenti possono aiutare tanto, ma alla base di tutto ci sono i manager e il loro approccio culturale».

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli


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