Il sorriso del Pattinatore


Un errore, la caduta rovinosa, la medaglia d’oro persa. Ma la consapevolezza, comunque, di averla avuta vinta


Più tardi, in una stanza della struttura riservata agli atleti, avrebbe guardato una dozzina di volte di seguito la registrazione della sua performance e si sarebbe fatto un’idea precisa dell’errore (una combinazione di sfortuna, audacia e disattenzione) che, al minuto 3:16, aveva provocato una delle più rovinose cadute della sua carriera, costandogli la medaglia (naturalmente d’oro) che gli addetti ai lavori gli avevano già dato per assegnata ancora prima dell’inizio delle competizioni.

Più tardi avrebbe pianto guardando in ralenti la lama del pattino che slittava verso l’esterno e le sue mani che perdevano la grazia incrociandosi per proteggere la faccia dall’impatto imminente col ghiaccio. Più tardi, consapevole che sarebbero state le sue ultime Olimpiadi, avrebbe scagliato una tazza contro la specchiera dello scrittoio e qualcuno da fuori avrebbe chiesto:

Ehi, là
dentro,
tutto bene?

Stupore. Imbarazzo. E grande dispiacere
Più tardi, riacquistato un minimo di lucidità, si sarebbe anche chiesto che cosa fosse lo stupido sorriso che aveva in faccia quando si era rialzato per portare a termine l’esercizio tra gli applausi di consolazione. Stupore, probabilmente. Imbarazzo. E dispiacere, grande dispiacere. Ma tutto questo sarebbe successo più tardi, ora sentiva il pattino che slittava verso l’esterno e le mani che perdevano la grazia incrociandosi per proteggere la faccia dall’impatto imminente col ghiaccio dove, nell’ombra in avvicinamento delle sue mani, vide i contorni delle mani di suo padre.

Quelle mani che colpivano forte ogni volta che il figlio deviava da un percorso di rettitudine composto da un vasto assortimento di comandamenti che potevano essere ridotti a uno: Comportati come si comporterebbe tuo padre. Tuo padre direbbe uffa? Tuo padre camminerebbe sul tappeto con le scarpe sporche? Tuo padre racconterebbe balle a suo padre per andare a vedere quattro derelitti che suonano? No, tuo padre non lo farebbe, e quindi? Quindi: sberle.

Una lotta dura, lunga, dolorosa
Quante volte s’è morso la lingua per non rispondere: Allora posso prendere a pugni il mobile, no? Posso farmi allontanare dalla ditta di vernici perché metto le mani nella cassa. Posso toccare la coscia della tizia delle ripetizioni, poi provare a baciarla, poi prometterle cinque, anzi, dieci volte la cifra concordata se non dice niente a mia moglie, poi sostenere che mi aveva provocato ma io mi sono comportato in maniera, qual era la parola?, integerrima. Posso farlo, no?

Ma aveva sempre taciuto, anche quando il padre aveva cominciato a dire: Frocetti in calzamaglia che ballano sul ghiaccio in questa casa non ne voglio. E giù altre sberle: a lui, alla mamma che lo difendeva, ancora a lui. Poi chiedeva scusa. Diceva: Non voglio che ti butti via, tu sei l’unica cosa buona che ho fatto. È stata una lotta, pensò, mentre le mani incontravano il ghiaccio. Una lotta dura, lunga, dolorosa. Ma l’ho vinta, pensò, mentre con una mezza giravolta si rialzava per portare a termine l’esercizio, e tra gli applausi di consolazione gli venne da sorridere.

L'autore

Federico Baccomo Duchesne

Federico Baccomo Duchesne Scrittore, ex avvocato, è autore di "Studio legale" e "La gente che sta bene"