Campagna elettorale, sfida a colpi di byte


I big data hanno fatto la fortuna di Obama e sono entrati nei programmi della Clinton e di Trump. L’Italia è al palo


Campagna elettorale, sfida a colpi di byte

Big data, questi conosciuti. Sì, perché di questi enormi agglomerati di dati se ne fa un gran parlare, nel bene e nel male. C’è chi infatti esalta la loro efficacia e c’è chi invece evidenzia deficit di capacità. Fatto sta che, generalmente utilizzati per finalità commerciali, i big data sono scesi in campo, a dimostrare che quando si sposano con la politica servono eccome. A fare da apripista fu Barack Obama nella sua prima campagna elettorale, che lo ha visto tra il 2008 e il 2009 insediarsi alla Casa Bianca come primo presidente nero. E poi ancora nella rielezione del 2012, quando fece capolino la figura dello spin doctor Jim Messina, il superconsulente che tra il 2014 e il 2015 ha spinto nel mondo dei big data anche l’ex primo ministro britannico David Cameron. I detrattori di questo strumento sottolineano che anche lo sfidante di Obama, il repubblicano Mitt Romney, aveva creato un team di analisti di dati, eppure uscì dalle urne sconfitto.

Donald Trump e Hillary Clinton

Donald Trump e Hillary Clinton

Ma questo non ha fatto crollare la fede nei big data degli attuali protagonisti delle presidenziali americane, Hillary Clinton e Donald Trump. Secondo il patron di Wikileaks Julian Assange (rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra), a sostegno della Clinton sarebbe giunto addirittura Google, mentre Trump, che fino a qualche tempo fa aveva definito sovrastimata la potenza dei big data, si è affidato al cervello di Alexander Nix, ex analista finanziario incluso nella lista dei 25 “geni” dalla rivista Wired.

E in Italia?  Quel che si dice è che Matteo Renzi prima delle amministrative di giugno abbia più volte incontrato proprio Jim Messina. Per parlare di big data e politica, Linc ha interpellato Vincenzo Cosenza, digital strategist di Blogmeter, società di analisi delle informazioni in rete.

Vincenzo Cosenza, digital strategist di-Blogmeter

Vincenzo Cosenza, digital strategist di-Blogmeter

Dottor Cosenza, premesso che nel mondo anglosassone sono avanti anni luce, in che modo l’utilizzo di grandi masse di dati può contribuire alla fortuna di un candidato?
«Intanto, tengo a sottolineare che i big data sono un modo di descrivere un fenomeno che è quello della proliferazione di dati di diverse tipologie, provenienti in tempo reale non solo dalla rete ma anche da archivi sulle abitudini negli acquisti, sui beni posseduti dalle persone, sulle categorie sociodemografiche. In pratica, digitale più analogico».

Ma concretamente in politica cosa avviene?
«Si raggiunge un livello, se possibile, ancora superiore. In America ci sono società ad hoc che acquistano intere banche dati sui comportamenti della popolazione. Non solo informazioni prese dal mondo social, ma da tutti gli ambiti della vita reale».

Quindi si può conoscere anche lo stato di salute delle persone, accedere a dati cosiddetti riservati? E la privacy?
«Negli Stati Uniti le regole sono meno stringenti rispetto, ad esempio, all’Italia. Tutto ciò è regolare, nessun illecito. I politici si avvalgono di società terze o creano veri e propri team. Proprio come ha fatto Obama. Nella sua prima campagna elettorale ha chiamato esperti di tecnologia che avevano il compito di creare un’unità digitale per l’analisi di grandi quantità di dati provenienti dai social media, ma anche informazioni riguardanti gli elettori iscritti al Partito democratico raccolte in ambito analogico. Una squadra davvero solida, con personaggi di rilievo presi anche dall’industria privata».

La Casa Bianca

La Casa Bianca

Quali gli scopi della raccolta di questa enorme quantità di informazioni?
«Gli obiettivi del team di Obama, allora capitanato dal guru della tecnologia Harper Reed (strappato a una società che vendeva online magliette personalizzate, ndr), erano soprattutto due: il primo mettere sotto osservazione i sostenitori dei democratici, sollecitandoli attraverso telefonate, mail o visite porta a porta a convincere altre persone a votare o a effettuare donazioni nella fase preliminare della campagna. Il secondo scopo era l’individuazione, attraverso i canali digitale e analogico, degli indecisi».

Lei ha parlato di porta a porta, che nell’era di internet fa quasi sorridere.
«Invece ha estrema importanza, soprattutto in un Paese così frammentato come l’America. Dove i comportamenti, le abitudini e le esigenze delle persone variano non solo da Stato a Stato o da città e città, ma anche da quartiere a quartiere, o addirittura sobborgo e isolato. Ed è proprio qui che la figura dell’analista di big data assume sempre più importanza, nel cogliere le differenze che fanno di conseguenza adottare metodi di contatto differenti. Non per tutti una comunicazione mail può essere efficace, magari è più utile una visita a domicilio. Come si dice in gergo, si va a targettizzare il messaggio. Questa è una precondizione necessaria, altrimenti il rischio è quello di comunicare informazioni generiche per tutti».

E, ad esempio, come mai Romney, pur utilizzando lo stesso sistema di Obama, ha perso?
«Probabilmente il suo team non è riuscito ad estrarre il giusto numero di informazioni e ad analizzarle. Ma non abbiamo statistiche che indicano cosa è stato a decretare o meno il successo di un candidato piuttosto che un altro. Sicuramente i big data se usati bene sono un valido strumento, forniscono indicazioni preziose, ma da qui a legarli a una vittoria elettorale ce ne passa. Passando all’Italia, si dice che anche il Pd nelle ultime amministrative abbia fatto ricorso ai big data. Mi permetto di dubitare. La società per cui lavoro, Blogmeter, esiste da dieci anni e si occupa di big data intelligence solo per il web. Ma quel che ho potuto notare nei nostri politici è una sensibilità molto bassa verso i benefici delle tecniche di data mining».

L'autore

Simona Cornaggia

Simona Cornaggia Nata a Milano, dove ha sempre vissuto, dopo la maturità classica si laurea a pieni voti in filosofia. Giornalista professionista, è specializzata nel settore economico-finanziario. Ha lavorato al Mondo (Rcs Mediagroup) e poi fino al 2012 è stata caporedattrice del settimanale Borsa&Finanza. Ora è attiva come freelance


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