Il piano del Miur per imparare a sfruttare i big data


Donatella Solda, dirigente del Gabinetto del Ministero spiega gli obiettivi del progetto formativo


Il piano del Miur per imparare a sfruttare i big data

La torta dei big data è ricca, una miniera da imparare a sfruttare. Non solo dalle aziende private, ma anche dal sistema pubblico che sta aggredendo il mercato, forte di un bagaglio di open data da fare invidia. In questo contesto il Miur, Ministero dell’Istruzione, università e ricerca a inizio anno ha costituito un gruppo di lavoro per avviare una riflessione condivisa e strategica sui big data.

«L’obiettivo è a mettere a punto nuovi approcci per utilizzare quelli di competenza del Miur nella formulazione di decisioni di grande impatto scientifico, amministrativo e politico», dichiara a Linc Donatella Solda, dirigente del Gabinetto del dicastero guidato da Stefania Giannini. Anche il settore scolastico, universitario, della ricerca e dell’alta formazione artistica e musicale, infatti, contribuiscono alla creazione dei big data. E nei piani del ministero saranno tre le principali linee di attuazione: dati Miur, università e scuola.

La dirigente Donatella Solda

La dirigente Donatella Solda

Una miniera da sfruttare
Il ministero dispone di un grande patrimonio di dati, frutto delle procedure amministrative e gestionali, di apposite rilevazioni statistiche, delle attività di valutazione e autovalutazione della didattica e della ricerca. «Le informazioni raccolte sono già oggi in parte utilizzate per la formulazione delle politiche e per l’analisi dei sistemi scolastico, universitario e della ricerca», spiega Solda. «Sono in parte a disposizione delle singole istituzioni per le loro scelte gestionali, in parte rese accessibili al più ampio pubblico e utilizzate dal Sistema statistico nazionale».

Nonostante ciò il patrimonio informativo del ministero non è ancora sufficientemente valorizzato e reso del tutto fruibile nelle modalità opportune. «Tuttavia – prosegue la dirigente – il Miur è nelle condizioni di realizzare una strategia di sistematica valorizzazione dell’informazione e ambire a un ruolo di best practice tra le amministrazioni centrali». Questo grande insieme di informazioni è spesso frutto di distinte procedure amministrative a cui corrispondono differenti responsabilità gestionali e differenti sistemi informativi sottostanti.

«Vi è quindi la necessità prioritaria di intraprendere un’azione di organizzazione del patrimonio informativo che garantisca la interoperabilità dei diversi data base, indipendentemente dai processi amministrativi da cui originano, delle amministrazioni a cui si riferiscono, dei sistemi gestionali adottati», sottolinea Solda. E questo cosa significa? «Garantire che ogni dato raccolto nell’ambito di un’apposita procedura amministrativa sia accuratamente documentato e codificato in maniera omogenea nell’intero sistema informativo integrato».

Il punto di partenza
L’attività del gruppo di lavoro comincerà dal censimento delle banche dati del Miur, che dovrebbe includere le attuali modalità informatiche di implementazione degli archivi e del loro accesso, nonché il loro stato di aggiornamento e di documentazione. Questo primo livello di analisi servirà a indirizzare interventi preliminari di revisione e di conseguente adeguamento qualitativo. Quali sono gli scopi? «Innanzitutto garantire che ogni base di dati sia memorizzata mediante un supporto tecnico adeguato e sia fornita di un progetto ben documentato», risponde Solda.

«Poi identificare le entità primarie dei vari sistemi informativi (studenti, scuole e altro, ndr.) e garantire che siano codificate in maniera coerente, al fine di rendere possibile un collegamento tra i diversi archivi. E ancora implementare processi di aggiornamento continuo laddove i dati risultino non idonei in termini di tempestività e coerenza degli aggiornamenti». I benefici attesi dal piano del ministero sono l’aumento della qualità complessiva dei dati, anche in termini di tempestività degli aggiornamenti, una maggiore fruibilità per l’utenza interna del ministero, la possibilità di effettuare analisi di tipo predittivo che possano supportare in maniera sostanziale e tempestiva le politiche governative, il rilascio di parte dei dati e delle analisi in modalità aperta (linked open data).

universitariIl ruolo delle università
La formazione universitaria rappresenta il livello ideale per fornire gli strumenti richiesti dal fenomeno big data. E anche gli atenei italiani hanno iniziato a elaborare un’offerta strutturata in questa direzione. «Appare quindi necessario inserire moduli di data science in tutti i corsi di studio, a partire dalle lauree triennali, per esporre gli studenti al cambio di paradigma che investe tutte le discipline», afferma Solda. Elemento di attenzione è anche il reperimento delle necessarie figure di docenza. Il background dell’insegnante di data science è all’incrocio fra informatica, fisica, statistica e matematica.

«Uno specifico programma di reclutamento da parte del ministero – spiega la dirigente – appare auspicabile per sopperire alla prevedibile scarsità di personale docente al momento disponibile nei ranghi degli atenei». Ma, secondo la dirigente, «è nei percorsi di laurea magistrale che si colloca il livello ideale per la formazione di specialisti in data science». Importanti sono poi anche i master, la cui finalità dovrebbe essere la formazione continua, favorendo la collaborazione con le imprese.

Ad oggi i master
sono poco strutturati
nel sistema italiano

Il Miur – continua Solda – dovrebbe considerare un intervento mirato sull’accreditamento di questi percorsi per garantirne la qualità e corretta strutturazione».

La scuola digitale
Nel processo di alfabetizzazione digitale della scuola, in particolare di quella secondaria, i nuovi traguardi formativi dovranno includere i big data «come strumento abilitante per lo sviluppo di nuove competenze trasversali», spiega Solda. «L’azione del Piano nazionale della scuola digitale prevede la realizzazione di percorsi didattici che saranno messi a disposizione di tutto il sistema scolastico, dando particolare attenzione alla comprensione e gestione delle dinamiche di generazione, analisi, rappresentazione e riuso dei dati».

L'Università di Oxford

L’Università di Oxford

Cosa succede all’estero
In Europa, il Regno Unito è di gran lunga il Paese più attivo nel campo dei big data, con corsi di laurea diffusi nelle più importanti università, come Oxford e Cambridge. Un esempio positivo è quello della Germania, con numerosi corsi a ogni livello. «Negli Stati Uniti – conclude la dirigente – l’offerta formativa strutturata in corsi di studio non è particolarmente estesa, con alcune importanti eccezioni, tra cui la Michigan data science initiative, che prevede lo stanziamento di 100 milioni di dollari e il reclutamento di 35 tra professori e ricercatori in cinque anni».

L'autore

Simona Cornaggia Nata a Milano, dove ha sempre vissuto, dopo la maturità classica si laurea a pieni voti in filosofia. Giornalista professionista, è specializzata nel settore economico-finanziario. Ha lavorato al Mondo (Rcs Mediagroup) e poi fino al 2012 è stata caporedattrice del settimanale Borsa&Finanza. Ora è attiva come freelance


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