Da cronista a data journalist


Una professione che cambia tra numeri e statistiche. Linc ha raccolto le testimonianze di alcuni specialisti


Da cronista a data journalist

Quando si pensa al rapporto tra giornalismo e big data, c’è chi ha paura dell’effetto Kodak. Così come la multinazionale delle pellicole è stata spazzata via dalle foto digitali, non pochi temono che le grandi masse di dati e l’intelligenza artificiale possano rendere superfluo il ruolo del giornalista. Tuttavia, nonostante le difficoltà del mondo dell’informazione, finora l’apocalisse non è arrivata. Ma già da anni i big data stanno trasformando la professione.

Una prova è la crescita del data journalism (o data driven journalism), il giornalismo incentrato su raccolta, elaborazione e visualizzazione dei dati. Se nei media anglo-sassoni, dal Guardian al New York Times, i data editor sono presenze frequenti nelle redazioni, in Italia ci sono poche figure ad hoc. E i rari professionisti specializzati spesso agiscono attraverso agenzie.

Alessio Cimarelli

Alessio Cimarelli

Un giornalismo di servizio
Tra questi c’è Alessio Cimarelli, 33 anni, cofondatore di dataninja.it, network nato nel 2012 che offre servizi di data journalism a media e organizzazioni. «È un giornalismo di servizio, più obiettivo: fa raccontare storie nuove e spiega fenomeni che prima erano non noti o poco rilevanti», spiega Cimarelli, che è anche fisico e data scientist. A suo parere, il data journalist è un giornalista che usa come motore della sua attività le tecniche dell’analisi dei dati quantitativi. Uno dei progetti più noti di Alessio è “The migrant files”, un’inchiesta sui migranti in Europa condotta nel 2012 da 10 giornalisti di 6 paesi.

«Non c’erano numeri affidabili sulle vittime della migrazione. Ed è facile capire quanto questo dato possa incidere sulla comprensione del fenomeno», racconta. «Partendo da lavori già presenti, abbiamo costruito un dataset che rispondesse a questa domanda. E ci siamo riusciti». Ma cosa cambia oggi rispetto al data journalism del passato? «I bit e internet: i dati sono in digitale e ci sono strumenti come le reti sociali, il cloud, l’open source che rendono più facile l’accesso alle informazioni e più rapide e accurate le operazioni». Per fare buon data journalism servono diverse competenze: l’ideale, secondo Cimarelli, è che sia fatto in team.

Servono 4 figure: giornalisti
esperti di analisi dati e statistica,
sviluppatori e grafici

Barbara D'Amico

Barbara D’Amico

L’analisi dei dati che stravolge il lavoro
Un mix di profili di questo tipo ce l’ha anche Viz & Chips, un collettivo nato nel 2013 a Torino composto da due croniste, un grafico, un data analyst e due developer. «Produciamo infografiche e visualizzazioni per editoria, imprese e Pa», dice la giornalista Barbara D’Amico, 33 anni, che afferma che l’analisi dei dati ha “stravolto” il suo lavoro: «La mia capacità di verificare notizie è migliorata e propongo approfondimenti in modo più semplice. Tra gli sbocchi, poi, c’è anche la preparazione di corsi di formazione».

Gianmarco Guazzo

Gianmarco Guazzo

Gianmarco Guazzo, 41 anni, piemontese, si è focalizzato di più sugli open data, ovvero i dati aperti messi di solito a disposizione dagli enti pubblici. Nel 2012, dopo una carriera come giornalista e addetto stampa, frequenta un corso di specializzazione sull’open data journalism e inizia a raccontare il mondo attraverso numeri e dati. Nel 2015 diventa responsabile comunicazione di “A Scuola di OpenCoesione”, iniziativa pubblica per studenti che prevede corsi online di analisi dei dati pubblicati su OpenCoesione.gov.it, il portale nazionale di open data sull’utilizzo dei fondi pubblici. «Lavorare su dati aperti esalta la sfera civica di questo mestiere», osserva Guazzo. «Noi insegniamo ai ragazzi a raccogliere i dati, analizzarli e raccontarli».

Mauro Parissone

Mauro Parissone

Il caso dell’agenzia H24
Magari, qualcuno di questi giovani avrà il profilo giusto per lavorare nell’agenzia che in Italia si è spinta più in avanti nell’uso di big data e di machine learning applicati all’informazione: H24 (nell’immagine in evidenza). Fondata a Roma da Mauro Parissone, Laura Guglielmetti ed Emanuele Pascucci, produce contenuti video in diretta e on demand senza usare giornalisti (se non uno, il direttore Parissone) ma affidandosi solo a data scientist, esperti di tecnologia, selezionatori di notizie, producer e film-maker che riprendono gli avvenimenti sul territorio.

H24 usa un algoritmo proprietario che setaccia i social media per individuare notizie oppure per coglierne in modo diverso la rilevanza. Una volta selezionate le news, le racconta in presa diretta. Lo fa o attraverso tecnologie di ripresa a distanza o coinvolgendo i propri operatori, che filmano senza aggiungere commenti giornalistici, o ancora chiedendo via social alle persone presenti sul luogo di fare riprese con gli smartphone.

«L’algoritmo individua ciò che potrebbe essere una storia: ha per esempio ‘scoperto’ che un incendio a Sestri Levante a settembre, quasi ignorato dai media, era diventato una notizia importantissima per migliaia di persone», dice Parissone. «Così, abbiamo coinvolto alcune persone del posto – a cui diamo un rimborso – per avere le prime immagini in tempo reale e poi abbiamo inviato i film-maker. Quando invece alcuni avvenimenti sono prevedibili ci affidiamo a beautycam e droni». Se questo modo di narrare il reale in video dovesse diventare la regola, allora l’effetto Kodak si sarà abbattuto anche sul giornalismo.

L'autore

Maurizio Di Lucchio

Maurizio Di Lucchio Lucano, classe 1981, ha studiato alla Scuola di giornalismo “W. Tobagi”. Si occupa di economia, lavoro e innovazione. Collabora con EconomyUp, Wired, Pagina99, Corriere.it