La ricchezza delle nozioni


Il valore sta nella capacità di chi sa organizzare il lavoro intellettuale di esplorazione e sfruttamento dei dati


La ricchezza delle nozioni

Adam Smith, oggi, potrebbe scrivere “La Ricchezza delle Nozioni”. Per chiarire che lo sviluppo economico non deriva dalla qualità di dati grezzi a disposizione, ovvero da quanto “Big” siano i “Data”, ma dalla divisione del lavoro intellettuale in grado di estrarne valore aggiunto, tramite l’organizzazione d’impresa e il libero scambio.

Perché i Big Data di oggi sono da molti interpretati come la disponibilità di terra e di risorse naturali nel Settecento, ovvero oggetto di contesa per il controllo. Smith, a suo tempo, spiegò che, al contrario, la vera ricchezza delle nazioni non dipendeva principalmente dalle risorse naturali o dai metalli preziosi, come ritenevano i mercantilisti, né era generata solo dalla terra, l’unica risorsa che per i fisiocratici dell’epoca fosse capace di garantire un surplus di valore, bensì dalla capacità produttiva derivante dalla “divisione del lavoro”.

La vera ricchezza non sta nel controllo
Gli odierni mercantilisti e fisiocratici del Dato – spesso incarnati, sotto forme diverse, da occhiute autorità per il controllo burocratico delle informazioni – sono ancora convinti che la ricchezza – e quindi il potere – sia determinato dal controllo. E del controllo del Dato – della sua proprietà, difesa e protezione – hanno talvolta una vera ossessione.

Hanno torto: la ricchezza è di chi sa organizzare il lavoro intellettuale di esplorazione e sfruttamento di quel dato. Lo sviluppo economico deve molto di più alla “mano invisibile digitale” delle migliaia di applicazioni software immesse sul mercato da imprenditori dell’innovazione, di quanto sia influenzato dalle norme di protezione e conservazione prodotte a profusione dalle moderne Fisioburocrazie del Dato.

Ovvio che, come ha magistralmente spiegato Herbert Simon, in un mondo di Big Data, l’abbondanza di informazioni significhi una carenza relativa di qualcosa d’altro: ovvero la scarsità di ciò che viene “consumato” dalle informazioni: l’attenzione dei suoi utilizzatori.

Il limite dell’attenzione umana
Proprio dalla strutturale limitatezza dell’attenzione umana, vincolata da tempo, biologia e capacità naturali, nasce il paradosso di Simon: la ricchezza delle informazioni crea una povertà relativa di attenzione, quindi la necessità di allocare in modo efficiente l’attenzione scarsa nel contesto della sovrabbondanza di dati che la “consumano”.

Sempre da Herbert Simon ci giunge quindi l’approccio più corretto, umile e insieme affascinante, della sfida verso i Big Data: l’uso di logiche euristiche per prendere decisioni, invece di adottare rigide regole di ottimizzazione. È il pendolo tra “exploration” ed “exploitation” delle informazioni. La comprensione, l’analisi, l’imitazione, lo scambio e il confronto, l’innovazione dei metodi e delle tecnologie di elaborazione sono il risultato di un dinamico equilibrio fra esplorazione e sfruttamento dei Big Data.

L’essenza dell’“exploitation” è il continuo affinamento marginale delle competenze esistenti; l’essenza dell’“exploration” è la sperimentazione di nuove opzioni. Lo scambio di Big Data, quindi, non è un gioco a somma zero. Se correttamente intesi ed esposti in logica aperta, i Big Data sono bene “non rivale” e “non esclusivo”, quindi diventano “public good”, bene comune, come la sicurezza nazionale o la qualità dell’aria. La distinzione vera non è quindi tra scettici e ottimisti, ma tra cooperatori e opportunisti, tra costruttori e “free riders”.

L'autore

Carlo Alberto Carnevale Maffè

Carlo Alberto Carnevale Maffè