L’illustratore che ha sedotto l’America


Dalle cover dei libri di Bukowski ai disegni per i giornali più famosi al mondo. Emiliano Ponzi si racconta a Linc


L’illustratore che ha sedotto l’America

Le sue copertine fanno venir voglia di rileggere Charles Bukowski: Storie di ordinaria follia, Compagni di sbronze, Il capitano è fuori a pranzo, Scrivo poesie per portarmi a letto le ragazze… Il tratto pulito e hopperiano si fonde con un’ispirazione surreale a un’alta temperatura cromatica, formando immagini fortemente evocative. A neanche quarant’anni, l’illustratore Emiliano Ponzi ha già alle spalle una carriera incredibile. Collabora con testate come il New Yorker, la rivista più bella del mondo, il sogno di ogni illustratore – e giornalista -, ha ricevuto premi su premi.

Emiliano Ponzi

Emiliano Ponzi

Per la serie dedicata alle ristampe Feltrinelli di Bukowski gli hanno dato il più importante riconoscimento, il Golden Cube dell’Adc, l’Art Director Club di New York. Anche se nessuno può escludere che a un certo punto farà la fine di Giorgio de Gaspari, il grande illustratore del Corriere che si è ritirato in un’isoletta estrema della laguna veneziana chiudendosi al mondo, Ponzi è la dimostrazione vivente di come il talento abbia bisogno di metodo, come il lavoro sia la vera base di ogni creazione, di come la traspirazione valga almeno quanto l’ispirazione.

Tant’è vero che risponde a una richiesta di intervista durante il weekend e propone il lunedì mattina alle otto come orario per sentirsi. È l’esempio di come un giovane della provincia – nato a Reggio Emilia, senza santi in paradiso – possa fare una carriera internazionale, cavalcare il cambiamento invece che esserne travolto, puntando sul talento e il lavoro.

Internet oggi consente di proporsi in teoria a chiunque… ma è davvero possibile per un illustratore alle prime armi riuscire a proporsi negli Usa? Come ci sei riuscito?
«È stato possibile quando io ho iniziato a lavorare con gli USA, attorno al 2005. Dunque direi che adesso è ancora più “possibile”. La diffusione dei social networks e di piattaforme “vetrina” ha reso più semplice la circolazione di contenuti, visibili e condivisi a 360 gradi. È sempre una questione di audience, di occhi: più occhi vedono il tuo lavoro e più si amplifica la possibilità di essere chiamati per realizzare un’illustrazione. Inoltre gli USA sono un mercato molto più onnivoro di quello europeo, forse troppo da alcuni punti di vista, dove c’è davvero posto per tutti. Ho iniziato a collaborare con il New York Times con una semplice email mandata ad un super art director del giornale, mail che ho trovato facendomi inviare dal customer care del Nytimes tutti gli indirizzi dei collaboratori (non ricordo in che modo ma ce la feci). Allegai un paio di immagini e dopo un paio d’ore ebbi il mio primo lavoro con loro».

Qual è l’aspetto fondamentale per emergere nel campo dell’illustrazione?
«Le categorie “bello vs brutto” negli ultimi anni hanno lasciato il posto ad “inedito/già visto” in un vortice di richiesta costante di novità. Non è più necessario avere una buona base di disegno per lavorare nel mondo dell’illustrazione oggi ma piuttosto una qualche forma di stile. Non lo dico con spirito critico ma mi limito a registrare il fenomeno della perdita dell’aspetto “tecnico” che si sta verificando nell’ambito delle arti visive (cosa impensabile solo una trentina di anni fa quando l’iperrealismo era di moda e la capacità di gestire aerografo, mascherine e pennelli era la conditio sine qua non per diventare “di successo”».

Dove si trovava il famoso monolocale su cui hai un pubblicato un libro (10 x 10)? Lo hai lasciato con rimpianto? Dove stai ora?
«Non era un monolocale, ma un bilocale che dividevo prima con un’amica e poi con un ex compagno di scuola delle superiori, è in piazza Sant’Agostino a Milano. Ricordo che cucina e bagno erano quasi fatiscenti, mattonelle anni ‘ 60 (rotte) lavandino a vista con tendina per coprire i tubi ed infissi che lasciavano ampiamente passare giorno e notte il rumore del traffico di via Papiniano. La mia stanza era più o meno tutto il mio universo dove svolgevo quasi le attività della giornata: dormivo-ripiegavo il divano letto per fare spazio (non sempre)-facevo colazione-fumavo-lavoravo (all’inizio anche con colori ad olio di cui respiravo le esalazioni)-pranzavo-cenavo-giocavo con l’Xbox-dormivo. Ora sto in una casa che ho comprato alcuni anni fa in zona Navigli (sempre a Milano). Molto diversa da quel bilocale, con le travi a vista e i soffitti alti».

Il digitale ha segnato la tua generazione come un momento di distruzione o superamento del passato: come ha cambiato il mestiere? Quali frontiere progetti di valicare ancora? 
«Il digitale è arrivato in maniera massiccia quando studiavo all’Istituto Europeo di Design, dal 1997 al 2000. Siamo stati formati a cavallo di questo cambiamento, abbiamo imparato olio, acrilico e acquarello ma anche Photoshop, Painter, Illustrator. All’inizio simulava e scimmiottava le tecniche tradizionali, poi negli anni il digitale se ne è affrancato e ha assunto una dignità propria.

Oggi il digitale
si è affiancato alla tradizione
creandosi un’identità

Non ho nessun rimpianto perché il rimpianto è di per sé un sentimento sterile ed antievolutivo, nella vita come nel lavoro. Sono piuttosto sorpreso di vedere come una certa accessibilità e facilità d’uso ad alcune tecniche digitali (l’illustrazione vettoriale su tutte) abbia creato un appiattimento creativo ed espressivo dove tante mani sono simili a tante altre nell’uso di un alfabeto visivo limitato ed inconsistente».

La copertina del libro "The Mathematician's Shiva" di Stuart Rojstaczer

La copertina del libro “The Mathematician’s Shiva” di Stuart Rojstaczer

Preferisci lavorare a una illustrazione per una cover di un libro o per una pubblicità? Quale è più difficile come lavoro?
«Sicuramente la pubblicità è molto più complessa, ha più limiti commerciali e un iter più lungo che in alcuni casi mina la freschezza all’immagine finale però ha un pubblico più ampio ed è economicamente pagata molto meglio del lavoro editoriale. Le copertine di libri, essendo molto narrative, hanno una possibilità di espressione più libera e slegata da dinamiche esterne. Preferisco comunque la varietà e il mettermi sempre in una posizione scomoda per non appiattirmi».

Il modo in cui si lavora oggi, parlandosi via skype, via email ecc., come ha cambiato la vita dell’illustratore? Qualcuno lo chiama lavorare in remoto, qualcuno arresti domiciliari.
«Arricchisce e stanca al tempo stesso per un carattere come il mio che necessita dell’iperstimolazione. Si lavora su tutti i canali oggi, da skype alle email, fino a ricevere richieste di lavoro tramite facebook. Forse si modifica il modo di comunicare ma la sostanza è la stessa. Non lavoro più a casa, ho scontato la mia pena e non sono più ai domiciliari. A Milano ho un grande studio in condivisione, così come a NY, dove mi appoggio da amici alla Pencil factory».

Quali sono i pittori che ti piacciono di più?
«Non vorrei finire per fare un’ennesima lista di nomi perché poi si lascia sempre indietro qualcuno: Hopper, Bacon, Calderara, Picabia».

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quale vorresti illustrare?
«Anche qui la lista è lunga, Da Tomphson a Cheever, da Murakami a Erri De luca.
Il cosa illustrare dipende molto dal contenuto del libro più che dall’autore».

Che cosa sogni… Non intendo la cover del New Yorker – prima o poi l’avrai -, intendo i tuoi sogni veri e propri.
«Sogno di ridurre la distanza tra mente e mano. Attraverso una costante pratica quotidiana (la mia sveglia suona alle 6.30 e lavoro fino alle 20 circa) cerco di conoscere la materia viva e dinamica che è il mio pensiero creativo per instaurare una relazione di familiarità sempre maggiore. Il lavoro su committenza è il mezzo che mi permette tale processo, la qualità del lavoro e dei clienti sono conseguenza di questo percorso».

La copertina disegnata da Ponzi del libro "Il sole bacia i belli" di Bukowski

La copertina disegnata da Ponzi del libro “Il sole bacia i belli” di Bukowski

Come concili la passione per Bukowski con la pulizia del tuo tratto?
«Ogni immagine è un tetativo di “piegare la realtà” e farla rientrare in un paradigma di verosimiglianza. In questo senso con Bukowski mi esercito molto, perché mi confronto con temi troppo eccessivi che non possono essere riportati in maniera didascalica ma necessitano uno sforzo di pulizia mentale che poi diventa pulizia del tratto».

Che cosa hai appeso alle pareti?
«Fino a qualche anno fa direi nulla, non amo avere roba attorno anche se mio malgrado ne sono pieno, non ho nessuna affezione per gli oggetti, non ho feticci. Da qualche tempo ho appeso alcuni disegni miei e di altri, ho acquistato alcune opere originali senza scopo di collezionismo, le ho viste mi hanno emozionato e le ho prese».

Qual è l’illustrazione di cui vai più fiero, che ti ha dato più soddisfazione? Insomma, anche se non si fa mai: scegli tra i tuoi ‘figli’…
«Quella che farò domani».

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli