La vita ai tempi degli yuccies


Le professioni artistiche hanno sempre più appeal tra i giovani. La nuova “classe creativa” è un ibrido sociale


La vita ai tempi degli yuccies

Gran parte dei giovani che conosco sogna una professione artistica. È uno dei lasciti del benessere in cui hanno vissuto le famiglie borghesi italiane fino allo scorso decennio. Che il padre o la madre siano ingegneri, notai, otorinolaringoiatri, oppure vivaisti, negozianti, industriali, qualunque sia il mestiere che ha permesso ai genitori di accrescere il patrimonio familiare, è ormai cessata quella secolare tendenza a raccogliere l’eredità lavorativa e sociale del capofamiglia e migliorarla (o portarla al tracollo).

I lavori tradizionali hanno perso appeal e redditività. Vorremmo tutti essere registi, attori, artisti, scrittori, musicisti, magari anche perché allettati dai talent show e dall’enfasi giornalistica sul mondo dello spettacolo.

La nuova “classe creativa”
Chi riesce più a sognarsi notaio? O dentista? Solo una minoranza. È la ragione del trionfo delle (costose) accademie che avviano a professioni artistiche, ormai dilaganti nel panorama dell’istruzione parauniversitaria. Un business che spesso non restituisce ciò che promette ma che i genitori possono ancora permettersi di finanziare, pur di aiutare i figli a realizzare i propri desideri.

Tuttavia, oltre ai rudimenti della scrittura creativa, dell’invenzione artistica, della danza, della composizione musicale, del videomaking bisognerebbe anzitutto insegnare a questa “classe creativa” affluente che l’artista contemporaneo è una sorta di ibrido sociale: da un lato deve specializzarsi in una forma di managerizzazione, deve cioè possedere un côté imprenditoriale, pena l’inesistenza; dall’altro deve mantenere alto il suo impegno creativo, imprimendo però al lavorio intellettuale un’impronta “social”, che ormai pare indispensabile alla realizzazione di sé.

Una generazione di self-employed
Laddove a Dante, a Machiavelli, a Caravaggio, a Velasquez era richiesto un omaggio al committente, un unico individuo responsabile delle proprie fortune e disgrazie, ai contemporanei non resta che imbarcarsi in un estenuante lavoro promozionale porta a porta, perché il committente è la moltitudine, va raggiunto e stanato singolarmente, e dunque non si dà artista contemporaneo che non sia anche un cacciatore di clienti, un venditore scaltro.

La locandina del libro "Freelance" di Alessandro Gandini

La locandina del libro “Freelance” di Alessandro Gandini

Il considerevole incremento della “classe creativa”, specifico degli anni a cavallo del Duemila, è rappresentato da una generazione di self-employed. Come scrive il sociologo Alessandro Gandini in Freelance, si tratta di lavoratori non regolati da albi e iscrizioni, proprio come succede con le professioni digitali. Gli “Yuccies”, Young Urban Creatives sono ragazzi che pensano di meritare un sogno, credono nel potere trascendente dei corsi e delle accademie, e si concentrano nelle città.

Lo Yuccie persegue «il piacere da “lavoro” come bene di consumo» e «si posiziona per scelta come out-sider nel tessuto urbano». Va da sé, che senza l’appoggio di famiglie con lavori di nessun appeal e che rendono possibile appartenere alla classe creativa fondata perlopiù sul lavoro gratuito, dovremo tutti tornare a fare i venditori di prodotti idraulici, i radiologi, i commercialisti.

L'autore

Camilla Baresani

Camilla Baresani Scrittrice. Di origine bresciana, vive a Milano. È autrice di romanzi - gli ultimi due sono "Gli sbafatori", Mondadori e "Il sale rosa dell'Himalaya", Bompiani -, di saggi e di racconti. Collabora con diversi giornali, tra cui "Io Donna" e "Sette" del "Corriere della Sera", "Il Foglio", "IL" di "Il sole 24 ore" e "LINC". È docente di Scrittura creativa al Master in giornalismo multimediale della università IULM ed è presidente del Centro Teatrale Bresciano.