Se creare significa viaggio e ricerca


Dal Kossovo a Favignana: Attilia Fattori Franchini, curatrice d’arte a Londra, racconta a Linc dei suoi progetti


Se creare significa viaggio e ricerca

Il punto di svolta, di non ritorno, per Attilia Fattori Franchini, curatrice d’arte indipendente e innovativa, è stato un viaggio di studi nella Buenos Aires del corallito, la grande crisi economica che ha creato un’ondata di senza tetto, mentre studiava alla Bocconi (Economia per l’arte, la cultura e la comunicazione). Nella capitale sudamericana dell’arte di arrangiarsi – e dell’arrangiarsi con l’arte – ha deciso di diventare quello che è. Dopo la laurea si è trasferita a Londra per rimanerci un anno (pensando: “Miglioro l’inglese e poi vado a New York”), ma non è mai più riuscita a lasciarla e oggi collabora con Seventeen, galleria in Kingsland Road, e la piattaforma no-profit Opening Times.

hitoIl suo approccio si incentra “sulla creazione di contesti alternativi per il supporto di pratiche emergenti ancora non consolidate dal successo di mercato”. Attualmente si sta dedicando a Curva Blu, una residenza per artisti a Favignana, in una ex tonnara, e a un progetto (Ars17, nella foto a destra) per Kiasma, il museo di arte contemporanea di Helsinki. È reduce da un progetto in Kossovo sull’identità europea. Tre realtà agli antipodi del vecchio continente in mutazione. Difficile seguire il percorso di una curatrice indipendente e nomadica, sia professionalmente che geograficamente. Iniziamo da lontano, dal punto di svolta, dall’Argentina.

Come ti ha cambiato l’esperienza a Buenos Aires?
«A 20 anni ho vinto una borsa di studio per passare un semestre a Buenos Aires. L’Argentina nel 2004 era un Paese post-tracollo finanziario in cui il tasso di disoccupazione era altissimo. Per la prima volta mi sono scontrata con una società e un sistema che utilizzava l’arte come strumento di espressione individuale e collettiva. Toccare l’arte con mano, attraverso incontri con persone che pensavano e praticavano arte per rispondere alla complessità della realtà che li circondava mi ha cambiata profondamente. Utilizzo spesso la metafora dell’innamoramento, a Buenos Aires ho capito me stessa innamorandomi dell’arte e non mi sono più guardata indietro».

Fare il curatore, nella tua concezione ampia e mutevole, implica anche un aspetto umano ed esistenziale? Che tipo di rapporti si instaurano con gli artisti? 
«Il ruolo del curatore è spesso complesso e mutevole. L’aspetto umano è importantissimo e data l’intensità dei ritmi di lavoro e dei progetti intrapresi spesso gli artisti entrano a fare parte della mia vita personale. Come curatore devi avere la capacità di mediazione e spesso questo comporta diventare amica, confessore, psicologa, advisor. La maggior parte delle persone con cui lavoro o ho lavorato sono ad oggi cari amici e persone che frequento anche al di fuori dei momenti professionali. Considero gli artisti in generale persone estremamente sensibili, capaci di osservare la realtà da svariati punti di vista, spesso meno canonici, avendo il coraggio di andare controcorrente, per questo sono per me continua fonte di ispirazione e forza».

Cosa significa in termini di vita materiale tentare di emergere come artisti?
«Definirsi artisti oggi è molto difficile, e spesso comporta superare difficoltà materiali soprattutto se si è attivi in città come Londra e New York dove i costi sono ingenti. Far fronte ai costi di affitto di uno spazio adibito a studio e il costo dei materiali di produzione, insieme a risultati aleatori di vendita creano economie e posizioni instabili in continuo flusso. Già potersi dedicare alla propria pratica a tempo pieno senza dover avere un secondo lavoro di sostegno è un traguardo. Il mio ruolo comporta anche supportare gli artisti nelle loro scelte di carriera ad aiutarli a trovare condizioni migliori di produzione».

Da che tipo di famiglia provieni? Il percorso che hai fatto si inserisce in un solco familiare?
«Sono nata a Pesaro, la seconda tra due sorelle. Crescere in una città di provincia, sul mare, mi ha dato la possibilità di crescere in luogo tranquillo e protetto, aumentando la voglia di viaggiare e scoprire il mondo. La mia famiglia mi ha educato all’apprezzamento dell’arte e del design, in casa siamo tappezzati di quadri e il mio bisnonno materno possedeva un negozio di mobili di design nella provincia di Lecce, ma nessuno ha mai intrapreso un percorso artistico».

In che modo la rivoluzione digitale, che tu hai vissuto e stai vivendo, sta avendo un impatto nell’arte? 
«La rivoluzione digitale ha cambiato estremamente quello che è il sistema dell’arte. I mezzi digitali hanno aumentato le possibilità di esposizione e distribuzione per giovani artisti attraverso immagini e documentazione, fornendo nuovi mezzi di promozione personale.

Il digitale è anche un nuovo
mezzo di sperimentazione
per gli artisti

Molti artisti utilizzano tecniche di creazione digitali da immagini a narrative video caratterizzate da personaggi Cgi (Computer generated imagery), a sculture a stampa 3D, altri riflettono sull’impatto del digitale a livello sociale. Amo il fatto che il digitale apra nuove possibilità di creazione e sperimentazione, spesso creando nuove forme di interazione e partecipazione attraverso piattaforme online. Purtroppo a volte le informazioni presentate sono soggette a logiche di pubblico e like economies creando una bias, una distorsione informativa che tralascia le differenze locali».

L’ex stabilimento Florio delle Tonnare

L’ex stabilimento Florio delle Tonnare

Che tipo di progetto stai realizzando a Favignana?
«Curva Blu è un progetto di residenze iniziato dall’associazione culturale Incurva, fondata e diretta da Giulio DAlì, il cui obiettivo principale è quello di promuove l’arte contemporanea in Sicilia, con un focus geografico iniziale sulla Sicilia Occidentale. La residenza si svolge sull’isola di Favignana, negli spazi dell’Ex Stabilimento Florio delle Tonnare di Favignana e Formica, ed è curata da me e Marianna Vecellio, curatrice al Castello di Rivoli. Curva Blu ha visto nel suo primo anno un’intensa successione di artisti ospiti, sia italiani che internazionali quali Lupo Borgonovo, e Samara Scott; Nicola Martini e Steven G. Rhodes. Il progetto è un po’ ibrido caratterizzato da due obiettivi: il primo è quello di invitare persone di nazionalità, pratiche e ricerche diverse a conoscere la ricchezza culturale e naturale della Sicilia; il secondo si propone di offrire momenti di ricerca e riflessione artistica finalizzati agli artisti partecipanti più che al sistema a cui appartengono. Siamo interessati a sperimentare con formati e sviluppare le coordinate del programma in maniera organica, supportando una contaminazione tra pratiche e generi».

La mostra "Europa and the Bull"

La mostra “Europa and the Bull”

Mi ha colpito il fatto che tu abbia lavorato in Kossovo… Che realtà hai trovato? Che lavoro hai svolto laggiù?
«La mia esperienza in Kossovo è stata une delle più formative del 2016. Ho organizzato una mostra intitolata Europa and the Bull per la galleria Lambda Lambda Lambda fondata da due curatrici viennesi, Kathi e Isabella. La mostra utilizzava il mito di Europa per riflettere sulle origini etimologiche del nostro continente espandendo questa riflessione al territorio. In un momento in cui, la nostra Europa sta ripensando la sua unità, e soprattutto in un paese contestato come il Kossovo, mi è sembrato importante presentare una mostra che potesse riflettere su se stessa. Il Kossovo, e i Balcani in generale sono un luogo in estrema crescita culturale, caratterizzato da giovani che guardano al futuro, interessati alla diversità, alla musica e all’arte. Mi sono sentita estremamente a casa e spero di tornarci presto».

Nonostante la globalizzazione e la rivoluzione digitale che sta rendendo il mondo sempre più omogeneo, quali sono le differenze tra le diverse realtà geografico-culturali in cui hai operato?
«Sono molto interessata a comprendere l’impatto di diversità geografiche nell’era digitale. Ogni realtà presenta network culturali, di produzione e distribuzione specifici, spesso diversi dai quelli che sono i modelli globali. La relazione e lo scambio tra centro culturale e periferia è al centro del mio lavoro degli ultimi anni, osservando come il luogo in cui operi abbia un impatto su produzione artistica e ricezione critica. Ogni contesto è diverso e presenta caratteristiche eterogenee che influenzano il risultato finale, la possibilità di sperimentare in contesti geografici diversi diventa fonte di ispirazione e motore di produzione».

La tua formazione bocconiana in che modo ti ha aiutato? Come la valuti? Che formazione consigli?
«Per tanto tempo l’ho rinnegata, volevo avere una laurea in storia dell’arte o filosofia. Oggi quando mi devo confrontare con una gestione complessa o con la produzione di business plan e l’amministrazione di budget di progettazione mi rendo conto dell’importanza e utilità di una formazione mista. Non c’è una ricetta perfetta, ma penso che arrivare da campi differenti aiuti a vedere l’arte in maniera meno rigida».


Sei immersa nel contemporaneo, ma se dovessi scegliere un contemporaneo diverso, un tempo diverso, potendo viaggiare nel tempo, quale periodo sceglieresti e perché?
«Parigi, tra il 1900 – 1915, culla e sfondo per le Avanguardie artistiche, che hanno dato forma a quello che oggi è il pensiero contemporaneo».

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli