CES 2017: la celebrazione del futuro prossimo venturo?


Daniele Pes racconta a LINC le ultime novità dal CES di Los Angeles.


CES 2017: la celebrazione del futuro prossimo venturo?

Prima ancora che in occasione della prima esposizione universale del 1851, le fiere sono state occasioni popolari in cui appassionati e curiosi hanno riconosciuto in questo genere di manifestazioni l’agorà ideale in cui accogliere l’avvento del nuovo.

Il 5 Gennaio ha inizio a Las Vegas la cinquantesima edizione del Consumer Electronic Show, la maggiore fiera internazionale dedicata alle innovazioni che cambieranno il nostro modo di vivere nel futuro immediato e, magari, più remoto.
Solitamente questo tipo di eventi si presta a cronache e speculazioni sui trend e sulle evoluzioni tecnologiche a venire. Non vale la pena di osservare quanto sta per accadere cercandone un significato più prossimo ai nostri bisogni?
Da ragazzo degli anni ’80, sono cresciuto inseguendo le promesse e i sogni di quella che chiamavamo l’era dell’informazione digitale. Smontare e rimontare, costruire con le nostre mani fu il modo, per molti di noi, di maturare una visione positiva e consapevole del futuro che ci attendeva.

Innovare significa alterare l’ordine delle cose stabilite per fare cose nuove. In che senso questo concetto può applicarsi ai tempi che viviamo?
Nell’accezione più popolare l’innovazione è sempre intesa col suo significato favorevole, nella misura in cui richiama al bisogno di evolvere per far fronte alla mutevolezza del contesto politico, sociale ed economico in cui siamo immersi. L’innovazione viaggia di pari passo con la speranza di poter realizzare per sé e altri un futuro migliore, il che può certamente declinarsi in una pletora di visioni diverse.

Ciò non riguarda solo gli individui. Nessuna impresa può esimersi dal dichiarare che l’innovazione possa e debba essere fra i principi fondanti della propria strategia. L’innovazione è l’antitesi della staticità, riguarda il cambiamento. Quanto può essere arduo per un’impresa che abbia definito una propria identità industriale (che si declina in cultura delle proprie persone, struttura organizzativa, processi e modalità d’interazione, interne ed esterne) maturare la consapevolezza necessaria ad accogliere il cambiamento in modo che lo stesso possa realizzarsi favorevolmente?

Le imprese sono sostanzialmente entità organiche dotate di esperienza e carattere, sensibili al pari delle persone. Qualunque individuo, a ogni stadio di maturità, agisce nell’ambito di un insieme consolidato di attitudini e consapevolezze. Se evolvere per un individuo riguarda in qualche misura allontanarsi da sé e le proprie certezze, come potrebbe essere semplice, per un’impresa, riconoscere e agire l’opportunità, se non il bisogno, di cambiare le politiche di qualifica dei propri fornitori, adottare strumenti di marketing che consentano di ascoltare diversamente la voce di clienti che evolvono nel linguaggio e nei bisogni, modificare la propria struttura organizzativa in modo da renderla fluida e adattativa, adottare nuove logiche di selezione e formazione del talento?

La rivoluzione digitale in atto contribuisce ad aumentare la complessità di quella che pare, per individui e imprese, una crisi d’identità culturale di dimensioni globali. La quantità di promesse e la velocità che percepiamo sono al contempo emozionanti e spaventose. Lo sviluppo tecnologico crea spazio per una motivazione ideologica estremamente potente, analoga alla nuova frontiera Kennediana su cui si sono gettate le fondamenta per lo sviluppo e gli equilibri delle democrazie moderne.

Già nel 2015 il CES di Las Vegas è stato teatro di profondo dibattito sul senso della trasformazione digitale (Shawn Dubravac – Digital Destiny). Il cambiamento ci avvolge in modo repentino e poco garbato: l’innovazione non chiede permesso. Quanto siamo pronti a ridurre nella sostanza le distanze, reali e virtuali, che finora sono state il metro delle nostre interazioni? Siamo pronti a scambiare merci, messaggi, emozioni alla velocità di cui possiamo disporre? Abbiamo abbastanza intelligenza emotiva per accogliere i nuovi modi vivere che ci attendono, con un ruolo che sia il più possibile scelto e non subito?

Ci dovremo passare attraverso per imparare, sbagliando, nuovi modi di crescere. Credo che essere predisposti a questo passaggio evolutivo, alla cui velocità forse non siamo preparati, significhi imparare in modo diverso. Collocarci umilmente, individui e imprese, nella posizione di chi debba apprendere ex novo, ovvero investire consapevolmente e con visione politica e industriale di lungo termine, in nuovi modelli educativi per le generazioni già produttive e quelle a venire.

In tal senso il dibattito fra chi promuove la diffusione di materie tecniche specialistiche e chi difende a spada tratta il sostegno alle materie umanistiche nelle scuole dell’obbligo appare anacronistico. Credo non si possa trattare di due ambiti in alternativa. Le competenze tecniche, dal punto di vista più speculativo, riguardano il mondo delle soluzioni. Quelle umanistiche sono fondamentali nel dominio dei problemi. È dalla combinazione dei due che possiamo maturare la capacità di affrontare con successo complessità maggiori, valorizzare talenti e creatività, guadagnare in produttività, migliorare la nostra consapevolezza ed evolvere con armonia.

L’innovazione non può riguardare esclusivamente l’ambito delle competenze tecniche. L’evoluzione deve coinvolgere il modo in cui può cambiare il ruolo di individui e imprese come attori del cambiamento. A quali bisogni può rispondere l’innovazione che stiamo per scoprire?

L'autore

Daniele Pes

Daniele Pes Head of Open Innovation and Digital Transformation in Altromercato, Board member in InnoVits, CIO in TAU-MA