Collezioni, l’altro patrimonio delle aziende


Dal caso della Rothko Chapel a Houston, alle esperienze italiane. Domina l’arte contemporanea


Collezioni, l’altro patrimonio delle aziende

Una volta le collezioni artistiche erano lo specchio del potere dell’imprenditore che le possedeva per riflettere solidità tra le sale foderate di legno dell’azienda e le vistose cornici classiche dorate. John D. Rockefeller è stato tra i primi in epoca moderna ed è un nome che evoca piuttosto bene questo trend tradizionale.

Oggi il termine Corporate Art Collection ha una connotazione decisamente più multiforme: è espressione dei valori e della filosofia aziendale, uno straordinario strumento di comunicazione e marketing, un veicolo di coinvolgimento mediatico, un comparto aziendale a sé, un luogo di incontro con il pubblico internazionale. Non per nulla la scelta ricade spesso, ma non sempre, sull’arte contemporanea, in cui è più semplice identificare un carattere d’innovazione e dinamismo, oltre che una componente d’investimento mutevole.

chapel-collezioni-2Il caso della Rothko Chapel
Un significativo momento di svolta, o almeno un caso emblematico, nel rapporto tra impresa e collezione, tra arte e impresa, tra committenza e artista, è stato quello della Rothko Chapel (nella foto in evidenza), a Houston, Texas. Negli anni ’50/’60 la capitale dell’arte mondiale si sposta da Parigi a New York e l’establishment statunitense si apre alle nuove correnti, agli “ismi” che prima destavano sospetto, in un clima di conservatorismo patriottico, di maccartismo artistico e chiusura culturale. I vari Pollock, De Kooning e Rothko iniziano ad avere quotazioni prima impensabili, ma ancora accessibili.

A metà degli anni ’60 Dominque de Menil, l’ereditiera franco-americana di un’azienda petrolifera texana (Schlumberger Limited Oil Equipment), propone a Mark Rothko di realizzare alcune tele per una cappella ecumenica aperta a tutti coloro che volessero pregare o meditare. Rothko, artista rigorosissimo e difficile, accetta. È di origine ebrea, arrivato in nave a Ellis Island dalla Russia quando era un bambino, sa cosa vuole dire l’intolleranza e la tolleranza religiosa, l’accettazione del diverso.

Si trasferisce in uno studio newyorkese, ex deposito di carrozze, e riproduce grazie agli assistenti una situazione simile a quella che ci sarebbe stata nella cappella. Muore senza poterla vedere, ma porta a termine il lavoro e le grandi tele nere vengono installate secondo le istruzioni dell’artista. Nello stesso periodo restituisce la somma che la società proprietaria del Seagram Building, progettato da Mies van der Roe, gli ha dato per creare opere destinate alle pareti del Four Seasons, considerando il ristorante troppo lussuoso e pretenzioso. In altre parole privo di un progetto di fruizione adeguato, di un’anima che andasse oltre il vecchio concetto decorativo di prestigio.

Le opere di Rothko sono diventate tra le più costose in assoluto in circolazione. No. 6 (Violet Green and Red) è stato venduto nel 2014 per 186 milioni di dollari. La terza cifra più alta mai pagata nella storia dell’arte. La Rothko Chapel è diventato un luogo d’arte, spiritualità e meditazione, oltre che uno spazio che contiene un valore inestimabile. Tutto questo grazie alla lungimiranza e alla sensibilità di Dominque de Menil, ma anche alla sua cultura: quanto meno fai una cosa per un fine diretto di immagine, tanto più hai un ritorno di immagine.

Il Codice Leicester

Il Codice Leicester

Il Codex di Leonardo a disposizione del pubblico
Un altro caso clamoroso è quello del Codice Leicester. La ricchezza si è spostata dall’oro nero al mondo trasparente e impalpabile del digitale. Bill Gates, fondatore di Microsoft e uno degli uomini più ricchi del mondo, nel 1994 compra per 30,8 milioni di dollari la raccolta di disegni e scritti di Leonardo da Vinci per poi metterlo a disposizione del pubblico. Il codice è annoverato nel Guinness dei primati come il “manoscritto più pagato al mondo” ed esposto ogni anno in una città diversa.

Le 72 pagine del Codex, compilate da Leonardo nella sua caratteristica calligrafia “a specchio”, sono di argomento scientifico (prevalentemente studi di astronomia, idrodinamica, geologia): un riflesso della concezione tecnico-umanistica dell’uomo rinascimentale che si riverbera sul mondo virtuale di oggi? Non esageriamo. In ogni caso il rumore che questa acquisizione ha suscitato è stato enorme. La pinacoteca Ambrosiana a Milano, per dire, ha un quantità molto superiore di pagine leonardesche, ma non è riuscita a usarle con la stessa efficacia essendone proprietaria da tempo e non disponendo dello stesso impatto della Microsoft. È il connubio tra azienda innovativa e antichi papiri, vecchi e nuovi inventori a creare la miscela del marketing.

Microsoft ha installato fin dai primi passi negli oltre 130 edifici che possiede in Nord America quasi 5mila oggetti d’arte, tra dipinti, sculture, disegni, fotografie, stampe, collage e manufatti in vetro, metallo, fibra, ceramica o multimediali. Una scelta fatta per dare ai dipendenti un ambiente di lavoro capace di ispirare. La Microsoft Art Collection privilegia gli artisti emergenti e sostiene giovani talenti a inizio carriera. Non più decorazione, ma ispirazione. Per Leonardo si può fare un’eccezione.

Un’ampia collezione fa capo a Deutsche Bank, con circa 58.000 opere, cominciata nel 1979. Sempre Deutsche Bank, ha realizzato un progetto dal titolo Art at Work, finalizzato a stimolare l’interesse dei propri dipendenti per l’arte e incentivarne la creatività in termini di strategie lavorative e risoluzione dei problemi.

Il panorama italiano
E in Italia? A Milano Prada si è inserita benissimo sull’onda del rilancio internazionale della città creando lo spazio espositivo di largo Isarco proprio quando partiva la grande sfida di Expo. Nel giro di pochi mesi la nuova sede della Fondazione Prada, con la collezione permanente e le mostre temporanee firmate da nomi come Settis, si impone alla mappa mentale della città come indirizzo irrinunciabile per ogni visitatore italiano e straniero, e anche per i milanesi stessi naturalmente.

L'Osservatorio della Fondazione Prada

L’Osservatorio della Fondazione Prada

Un altro nuovo spazio Prada è l’Osservatorio, aperto nella galleria Duomo, sempre a Milano, e dedicato alla fotografia contemporanea, con la possibilità di ammirare la copertura della struttura. L’azienda si integra con il tessuto sociale e culturale urbano dimostrando attaccamento, dando e ricevendo valore, mettendo in mostra quanto un tempo si metteva nei caveau o in certe rooms, in modo temporaneo o permanente. In fondo uno spazio espositivo non è altro che una collezione mutevole.

L’Italia ha qualche ritardo, rispetto all’America, ma anche la Francia, solitamente più virtuosa, soffre degli stessi limiti. Il passato non passa, ma non basta. Altrimenti saremmo al primo posto. Il primato storico di Corporate Art Collection è di un’azienda italiana, la Banca del Monte dei Paschi di Siena: la prima opera è stata commissionata nel 1481 (una pittura murale raffigurante la Madonna della Misericordia, per mano di Benvenuto di Giovanni del Gusta). Giusto qualche giorno fa… La Fondazione MPS ha lo scopo di radunare (e riportare nella città) il patrimonio storico-artistico del territorio senese che nel corso del tempo si è disperso in diversi angoli del globo.

Naturalmente il caso più eclatante è quello delle Gallerie d’Italia a Milano, che a due passi dalla Scala racchiudono (e schiudono alla collettività) il patrimonio artistico di Intesa San Paolo, ereditato da circa 250 istituti bancari di varie regioni italiane acquisiti dal Gruppo durante le fusioni. Un totale di quasi 20.000 elementi, dai reperti archeologici alle opere del Novecento. Anche quadri in fase di restauro vengono messe a disposizione dei visitatori. Il meglio dell’arte moderna è presente anche nella Collezione Barilla: De Chirico, Savinio, Ernst, Magritte, Moore, Marini, Morandi, de Pisis, de Staël, Gnoli, Guarienti, Clerici e molti altri. Pietro Barilla, titolare per oltre mezzo secolo della multinazionale alimentare, è stato tra i maggiori collezionisti di arte italiani.

La Pinacoteca Agnelli

La Pinacoteca Agnelli

Anche la Fiat (oggi marchio Fca-Italy) si è adeguata al modello di condivisione, spostandosi da quello tradizionale di collezionismo decorativo o di puro investimento a una visione museale quasi en plein aire. La Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli sul tetto del Lingotto di Torino, in uno spazio aereo progettato da Renzo Piano, ospita le opere appartenute all’Avvocato e alla moglie: 25 capolavori tra cui ben sette dipinti di Matisse e un omaggio alla velocità dell’automobile del futurista Balla (datato 1913).

Qualche dato sul fenomeno
Axa, società assicurativa francese, specializzata anche nella copertura del settore artistico, ha presentato di recente una ricerca insieme a Intesa San Paolo. Nel campione rappresentativo analizzato, più della metà delle collezioni appartiene a società di piccole dimensioni (meno di 50 dipendenti). Esiste anche un certo numero di grandi aziende, circa una su quattro, con più di mille dipendenti, che hanno collezioni. I settori sono diversi con prevalenza nell’area bancaria e assicurativa. Domina l’arte contemporanea (53%). Le collezioni hanno un valore medio di circa 5 milioni di euro.

Luci e ombre: spesso le collezioni non sono gestite da un’unità aziendale autonoma – secondi modelli ideali e più evoluti -, non hanno personale dedicato, ma solo risorse part-time (il 57%). Nella maggior parte dei casi non ci sono budget dedicati per attività di ricerca e promozione o per l’acquisizione di nuove opere. Esiste comunque un certo numero di collezioni che ha vitalità scientifica e partecipa allo stesso tempo a un’attività organizzativa ad ampio raggio.

Queste realtà dispongono di uno staff a tempo pieno e dipendente dalla direzione generale, composto da professionisti con una formazione di tipo umanistico. Dichiarano più frequentemente delle altre di crescere tramite l’acquisto di nuovi pezzi, di avere più spesso un comitato tecnico che valuta gli acquisti, di organizzare con continuità mostre, eventi e premi, ma anche formazione artistica per i propri dipendenti oltre che promozione dell’immagine dell’impresa.

 

 

 

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli