Xi o no?


Il presidente cinese, al summit di Davos, si è posto con forza come baluardo
 del commercio globale. È davvero così?


Xi o no?

In Germania c’è un detto che serve molto allo scopo di questo articolo. “Wenn ihre geistige Sonne tief steht, werfen selbst Zwerge riesige Shatten”. In italiano suona pressapoco così: quando il sole è basso anche l’ombra del nano si allunga. Il senso è: in tempi difficili si può apprezzare o rivalutare chiunque. 
Lo condivido con voi lettori perché Davos quest’anno ha coinciso con un solo nome. Quello di Xi, che si è posto con forza come baluardo di liberismo mentre io, che durante il Forum svizzero mi trovavo nella metropoli cinese Shenzhen, in quegli stessi minuti brigavo inutilmente per accedere a Google, vietato nell’ex celeste impero.

Vista la presenza di Donald Trump, che sta mantenendo una per una tutte le promesse fatte in campagna elettorale, corriamo il rischio di rivalutare leaders che in casa propria tutto sono tranne che liberisti? È ovvio a chi segue la res cinese che il discorso del presidente, che per incarichi è molto più potente di chi l’ha preceduto (solo Mao Tse Dong prima di lui), il discorso lo ha fatto soprattutto per la Cina più che per il resto del mondo.

A chi non giova la chiusura?
Bastano due numeri. 150 milioni di posti di lavoro in Cina sono destinati alle esportazioni e di questi la gran parte alle esportazioni negli Stati Uniti.

Una chiusura
non gioverebbe di certo
a Pechino

Da sottolineare peraltro che non gioverebbe manco agli Stati Uniti. Chi vorrebbe pagare un rene per l’ultimo modello di una Chrysler, o chi non vorrebbe avere la possibilità di acquistare l’ultimo nato di casa Apple? Perché se quanto sopra venisse prodotto interamente negli Usa, e non nella (ancora) fabbrica del mondo cinese, o in Messico, sarebbero guai per tutti. In pochi potrebbero permettersi di acquistare beni ad oggi di uso comune.

Il discorso di Xi però al di là delle contraddizioni interne, guarda ad un preciso disegno di geopolitica strategica. Tramite il progetto One Belt One Road, che rivitalizza la vecchia via della seta, lo scopo di Pechino è quello di finanziare progetti infrastrutturali affermando la presenza cinese nell’Eurasia, Pechino vuole affermare la propria leadership in un’area importantissima. Del resto, il blocco euroasiatico è la massa terrestre più importante dopo l’Africa: chi dovrebbe governarlo? Non certo la Russia, che è potente dal punto di vista militare ma manca completamente di strategia nella geopolitica. Non certo l’Iran o l’Arabia Saudita.

Il potere della Cina
La Cina invece si sta preparando a questo compito. I paesi toccati da questo progetto ricevono investimenti cash: significa, in un momento di crisi, trarre subito beneficio. Immaginate di ricevere, su un vassoio d’argento, 50 milioni di euro dalla Cina per sviluppare un progetto infrastrutturale (su cui poi lavorano però imprese cinesi). Direste di no? E se al Pakistan Pechino dice: ecco i soldi, da domani costruiremo la ferrovia che vi unisce al Sichuan, Islamabad direbbe no?

Se da una parte questi paesi traggono un immediato beneficio, dall’altra la Cina afferma il suo soft power. Perché investe certo, ma intanto in questi paesi ci mette un piede e al momento giusto avanza le sue richieste. Infine, vorrei sottolineare un aspetto. La politica che Pechino persegue all’estero è quella che chiunque – che in una trattativa avesse potere contrattuale vero – perseguirebbe. Sa di essere forte, sa di poter dare e sa che sono in molti in questo momento a chiedere.

L'autore

Mariangela Pira

Mariangela Pira Giornalista professionista, responsabile del Desk China di Class Editori. Scrive per Milano Finanza e da Class Cnbc cura le finestre sulle borse per Skytg24. Per il Ministero degli Affari Esteri ha curato Esteri News, notiziario della diplomazia italiana, progetto per cui ha viaggiato in Afghanistan, Iraq, Libano, Israele, Palestina e negli altri paesi dove è presente la Cooperazione italiana. Ha iniziato la sua carriera all’Ansa di New York. Ha scritto per Hoepli La nuova rivoluzione cinese.