Michele Mari, storia familiare dietro le opere


Alla libreria “Verso” di Milano lo scrittore si racconta come figlio, padre e autore a Serena Scarpello, editor di LINC


Michele Mari, storia familiare dietro le opere

Alla libreria “Verso” di Milano lo scrittore Michele Mari, intervistato da Serena Scarpello, editor di LINC,  rievoca il rapporto, ruvido ma intenso, con il padre, il grande designer Enzo Mari – gioie e soprattutto “dolori precoci” per dirla con Danilo Kiš -, e parla a lungo della difficoltà di nascere in una famiglia speciale, di trovare una via personale rispetto alla strada segnata, creativa ma obbligatoria, troppo ingombra di radici e tutta all’ombra paterna.

Il principale deterrente a seguirne le orme è la personalità di Enzo Mari, più in senso caratteriale che intellettuale. Enzo Mari (“Un caterpillar”) è un uomo geniale, ma tagliato con l’accetta e intransigente con tutti, con se stesso e con gli altri, molto duro e irascibile. Dopo la maturità convoca il figlio e gli chiede che cosa voglia fare all’università. Ovviamente la strada del design si spiana sullo sfondo di questo difficile dialogo sul futuro. Il ragazzo ha anche un certo talento nella grafica, somiglia al padre non solo fisicamente. Durante un momento di sospensione, entra nella stanza lo zio e gli sorride. Come se fosse un angelo che lo incoraggia. A fuggire. Lo zio ha vissuto un difficile rapporto col fratello lavorando per molti anni con lui ed è una spinta vivente a non conformarsi.

Michele Mari e il padre Enzo

Michele Mari e il padre Enzo

Il rapporto con il padre
Michele Mari risponde: “Lettere”. Una scelta frivola (“Fri fri”) per Enzo Mari, un uomo che ha riscattato la famiglia di immigrati delle Murge diventando un nome nella Milano del Boom, anche se si offendeva quando lo chiamavano “artista” o “designer” (troppo frivolo) e si considerava solo “uno che progettava cose”. Il nonno era arrivato a Milano dopo la prima guerra mondiale, dopo avere perso i genitori, senza un soldo in tasca e facendo mestieri come il garzone di calzolaio e lo scaricatore all’ortomercato. Da quell’uomo, che lascia la terra dove è cresciuto troppo in fretta, arriva la viscerale e inesauribile voglia di riscatto, ma anche l’incoraggiamento a scrivere, per il nipote: «Quando mi vedeva nei momenti d’ozio scribacchiare qualcosa, mi incoraggiava e mi diceva: scrivi scrivi, perché devi diventare un bravo scrittore».

Michele Mari, docente di lettere all’università Statale oltre che scrittore, ha rievocato, sempre nel solco del rapporto con il padre, la significativa vicenda di Incubo nel treno. A nove anni scrive e confeziona questo libriccino e lo regala al padre nel Natale del 1964. Enzo Mari riceve il dono senza proferire parola a parte il solito “Grunt”. Per trent’anni del libro non farà sapere nulla al figlio. Gli è piaciuto? Ha apprezzato il dono? Mistero. In occasione del quarantesimo compleanno, Michele Mari riceve dal padre un’edizione stampata in ottanta copie fuori commercio di Incubo nel treno. Neanche lui proferisce parola: «Ho tenuto il punto non per vendicarmi, ma perché intenerirmi l’avrebbe deluso».

Lo scrittore insieme alla madre in una foto, sulla copertina del libro "Leggenda privata"

Lo scrittore insieme alla madre in una foto, sulla copertina del libro “Leggenda privata”

I figli e la madre
Oltre che differenziarsi dal padre nel percorso professionale, Michele Mari ha cercato di farlo anche in quello familiare: «Avevo la coda di paglia. Sapevo quanto avevo i suoi geni, quanto lo abbia ammirato, quanto gli somigliassi e ho reagito imponendomi di essere diverso a volte scadendo nel peccato opposto. Una volta mio figlio mi ha detto: “Ma sai che tu come figura di riferimento sei un po’ scarso? Io con te sto bene ma mi sento più un fratello che un padre”. Mi sono sentito preso per i fondelli come mai nella mia vita. L’avrei strangolato. Non lo so: quando uno si impone un comportamento sbaglia sempre. Di queste cose ho parlato talmente tanto nei miei libri… I miei figli mi dicono: “Basta con questa tua sanguinosa infanzia“. Ce l’hai menata talmente tanto… In realtà quando ho scritto Tu, sanguinosa infanzia, ero consapevole di avere lasciato fuori il grosso».

Non essendo figlio di Mafarka, il superuomo futurista di Marinetti, in grado di generare senza la donna, Michele Mari ha avuto una mamma: Ila Mari. Una donna di famiglia borghese, compagna di scalate di Dino Buzzati, autrice di libri per la prima infanzia (Il palloncino rosso, La mela e la farfalla…), alcuni scritti insieme al marito, senza parole e circolari nel percorso narrativo. Nel 1965 la coppia si separa, dopo un viaggio nella Jugoslavia di Tito: a Zagabria dove si tiene una mostra sul design e anche nell’isola di Hvar, ancor incontaminata dal turismo. Il matrimonio viene segnato dalle liti e in una foto – non per niente scelta come copertina del libro Leggenda privata – Michele Mari è un bambino che sembra frapporsi tra la madre e il padre durante una vacanza in montagna. Durante una lite notturna, Enzo Mari sbatte la moglie contro il vetro di una porta e quando si alza spaventato Michele vede una scarpa da donna piena di sangue.

Un momento dell'evento

Un momento dell’evento

Lo scrittore e il consiglio alle nuove generazioni
Scrittore dalla lingua complessa, nel solco di Gadda, Manganelli, Bufalino, Landolfi, ma anche di inclinazioni fantastiche, fantasy si direbbe oggi (ha tradotto L’isola del tesoro, pubblicato un pastiche leopardiano Io venìa pien d’angoscia a rimirarti) Michele Mari è uno degli ultimi, o almeno dei pochi rappresentanti di una letteratura colta, di opere metaletterarie, in un momento dominato dalle trame, dai gialli. Il suo libro più venduto, paradossalmente, è Cento poesie d’amore a Ladyhawke. E sappiamo come in Italia la poesia stenti.

Alla richiesta finale di consigli per aspiranti scrittori, Michele Mari ha ricordato una lezione a Torino, su invito di Marcello Fois, in una scuola di scrittura creativa. Dove si è reso conto che agli studenti mancavano i fondamentali, che non avevano letto libri come Anna Karenina. Michele Mari si guarda bene dal cercare di trasmettere il senso di un rapporto così unico con la scrittura, fatto di idiosincrasie e gusti molto particolari (“Finirei col circondarmi di cloni ed è l’ultima cosa che voglio”), ma un consiglio si sente di darlo a chi intende rovinarsi la vita con la scrittura: conoscere i classici, antichi e moderni, partire dai padri (letterari, s’intende), sentirsi nani e cercare giganti sulle cui spalle salire, per dirla con Vico.

Il libro "I demoni e la pastasfoglia"

Il libro “I demoni e la pastasfoglia”

Per chi volesse, seguire Michele Mari nel suo rapporto con i padri letterari, il Saggiatore ha appena pubblicato una raccolta di saggi dedicati ad altri scrittori e autori: I demoni e la pastasfoglia. Buzzati, King, Lovecraft, Savinio, Morselli, Borges, Verne, per citarne solo una minimissima parte… C’è pure Lombroso. Il titolo dell’ultimo libro di Mari – dedicato alle memorie familiari e in continuità con Tu, sanguinosa infanzia – è invece il già citato Leggenda privata (sempre Einaudi).

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli