I social media in mano ai leader. Da maneggiare con cura


Le piattaforme possono essere usate anche come strumento di potere, ma molte volte si trasformano in boomerang


I social media in mano ai leader. Da maneggiare con cura

«Il ministro della Difesa israeliano minaccia una ritorsione nucleare perché immagina un coinvolgimento del Pakistan in Siria contro l’Isis. Israele dimentica che anche il Pakistan è una potenza nucleare». Queste parole, twittate il 23 dicembre 2016 dal ministro della Difesa del Pakistan sulla base di una bufala data per vera, hanno generato un incidente diplomatico tra Gerusalemme e Islamabad che ha tirato in ballo addirittura l’ipotesi di un conflitto nucleare.

Qualche giorno dopo, la tensione è stata smorzata da un tweet del capo
della Difesa israeliano che sottolineava come le frasi attribuitegli fossero false. Ma il caso è rimasto emblematico. Ha messo ancora una volta in evidenza come i social media, in mano a un leader, possano diventare armi potentissime in grado di influenzare le sorti della politica e dell’economia anche a livello globale.


schermata-2017-02-13-alle-23-41-57-copia-2Come Trump utilizza i social

L’uomo simbolo della leadership basata sul potere di fuoco delle piattaforme social è senza dubbio Donald Trump. Il nuovo inquilino della Casa Bianca è noto per l’uso compulsivo di Twitter (dove ha 24,3 milioni di follower sull’account @realDonaldTrump e 15,2 milioni su quello istituzionale da presidente @ POTUS, da cui retwitta anche messaggi postati dal suo profilo personale) e di Facebook (20 milioni di fan) e con il suo attivismo ha già messo a segno attacchi personali, vendette verbali contro avversari, crisi di alleanze internazionali, minacce, gaffe e offese.

Ogni volta ha messo in imbarazzo qualcuno. Persino i componenti della sua famiglia. Tre giorni prima del giuramento, per esempio, ha confuso la figlia Ivanka con un’omonima britannica che di cognome fa Majic e ne ha menzionato il profilo. Ha attaccato diverse volte i membri del partito democratico, tra cui il parlamentare John Lewis, per decenni icona del movimento per i diritti civili, che si era rifiutato di partecipare alla cerimonia di inaugurazione della presidenza.

schermata-2017-02-13-alle-23-47-35-copia-2Non ha risparmiato però neanche alcuni esponenti del suo partito, i repubblicani, tra cui il senatore John McCain, accusandolo di favorire con le sue parole i nemici degli Usa. Ha fatto tremare i polsi di mezzo mondo quando ha cinguettato che «gli Stati Uniti devono rinforzare e ampliare il proprio pote
nziale nucleare finché il mondo non rinsavisce riguardo le testate nucleari». E non è mancato il sudore freddo anche a causa di tweet del passato. Per esempio, in occasione dell’incontro ufficiale con la premier del Regno Unito Theresa May, sono stati in molti a ricordare che nel 2012 Trump aveva fatto, tramite i social, un riferimento fuori luogo sulla moglie del principe William, Kate Middleton: «È fantastica, ma non dovrebbe prendere il sole nuda – la colpa è solo sua».

Insomma, non sembra esserci limite agli slanci pirotecnici sui social, anche perché il suo consenso elettorale è nato in contrapposizione ai media “ufficiali”. Per avere la garanzia che il suo pensiero arrivi ai cittadini senza intermediazioni, un cinguettio al vetriolo è ai suoi occhi più efficace dell’endorsement di un quotidiano. E dato che la strategia finora ha pagato è da supporre che il neopresidente continui così ancora per un po’.

Lo stile degli altri leader mondiali
Lo stile trumpiano si discosta però da quello della maggior parte degli altri leader politici mondiali, che tendono a essere più istituzionali. C’è chi, come il primo ministro canadese Justin Trudeau (oltre 4 milioni di fan su Facebook), pare aver assimilato la lezione di Obama e alterna contenuti di alta politica con scene rassicuranti di vita familiare, 
come il fare “dolcetto o scherzetto?” ad Halloween con i figli. O chi, come la cancelliera tedesca Angela Merkel (2,3 milioni di fan), rafforza la sua immagine di statista con un linguaggio sobrio e misurato.

In Italia, invece, dopo tre anni con un presidente del consiglio come Matteo Renzi (quasi 3 milioni di follower) che usava i social media come massimo strumento di promozione dell’attività di governo, l’attuale premier Paolo Gentiloni (poco più di 130 mila follower) si caratterizza per uno stile essenziale e pacato: non sembra individuare in questi canali un mezzo per fare politica.

schermata-2017-02-13-alle-23-40-42-copia-2Il caso di Uber
Ma le piattaforme social sono uno strumento che anche chi detiene la leadership delle imprese deve maneggiare con cura. Lo sa bene, per esempio, Travis Kalanick, CEO di Uber, la società che noleggia auto con conducente. All’indomani del Muslim Ban, l’ordine esecutivo con cui Trump ha bloccato l’immigrazione da sette Paesi a maggioranza musulmana, l’associazione dei tassisti newyorkesi New York Taxi Workers Alliance, ha indetto in segno di protesta uno sciopero di un’ora dei taxi che portavano all’aeroporto John F. Kennedy.

In risposta, Uber ha annunciato dall’account @Uber_NYC l’eliminazione del sovrapprezzo sulle tariffe per il JFK. Risultato? Migliaia di utenti della compagnia, interpretando questa mossa come un sostegno alla decisione del presidente, hanno annunciato su Twitter la propria cancellazione dal servizio di autonoleggio al grido di #DeleteUber, hashtag che significa appunto “cancella Uber”. Kalanick è dovuto correre ai ripari dimettendosi dal ruolo di consigliere hi tech della Casa Bianca e ha offerto gratuitamente la protezione dell’azienda ai conducenti interessati dal Muslim Ban. A quel punto, però, il danno era già fatto.

L'autore

Maurizio Di Lucchio

Maurizio Di Lucchio Lucano, classe 1981, ha studiato alla Scuola di giornalismo “W. Tobagi”. Si occupa di economia, lavoro e innovazione. Collabora con EconomyUp, Wired, Pagina99, Corriere.it