Se le storie vere conquistano il Nobel per la letteratura


All’Università Bocconi gli studenti incontrano la giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič


Se le storie vere conquistano il Nobel per la letteratura

Il premio Nobel per la letteratura ha consacrato quarant’anni di lavoro umile, fatto incontrando migliaia di persone e viaggiando in lungo e in largo nei paesi dell’Imperium sovietico, senza stancarsi di porre domande alla gente, di raccontare le “piccole vite” dentro la grande storia. Svetlana Aleksievič, giornalista bielorussa, è stata ieri ospite della Bocconi.

«Mio padre – ha raccontato – ha partecipato alla battaglia di Stalingrado e sapete cosa ricorda? Erano un gruppo di cinque soldati, camminavano affamati e con la tosse. È caduta una bomba e sono stati coperti di terra: ‘Sono rimasto vivo solo io’… Questo è stata per mio padre la più grande battaglia della seconda guerra mondiale. La verità non esiste. Per me il modo migliore di arrivare alla verità è porre domande a persone differenti. Giovani, anziani… Ognuno ha la sua versione».

Un momento dell'incontro alla Bocconi

Un momento dell’incontro alla Bocconi

I racconti di un premio Nobel
I libri che l’hanno resa famosa sono I ragazzi di zinco (sull’Afghanistan) e soprattutto Preghiera per Černobyl’, che si apre col racconto allucinante – fatto dalla moglie – dell’agonia radioattiva di uno dei primi soccorritori arrivati dopo il disastro nucleare del 1986 alla centrale Lenin. L’opera che per certi aspetti contiene tutte le altre, la più vasta e di ampio respiro, il libro della vita è invece Tempo di seconda mano (Bompiani), uscita appena prima che l’Accademia di Svezia le desse il Nobel nel 2015. La Aleksievič segue il solco concreto di un metodo di lavoro lontano anni luce dal giornalismo sempre più veloce e virtuale che ha preso il sopravvento negli ultimi anni.

La Aleksievič è l’anti-Fallaci. Non cerca l’incontro con i grandi leader, non si mette in mostra, non solo non racconta in prima persona, ma nei suoi libri non compaiono neanche le domande: la narrazione procede attraverso i monologhi delle persone incontrate. In poche pagine si condensano destini incredibili di gente comune: «Il compito delle scrittore è di tirare fuori la letteratura da ciascuno di noi e fissarla sulla carta. Come un sogno che svanisce al mattino se non lo scrivi».

Nei suoi libri ci sono madri di soldatesse uccise in Cecenia dai commilitoni maschi in una notte di sbronza, donne uscite vive ma segnate dagli attentati nella metro di Mosca, donne innamorate di galeotti psicopatici, pensionati nostalgici considerati ormai dei sovòk, cioè rifiuti che popolano la terra di mezzo del periodo post-vietico… Tutto è raccontato in modo intimo, come nelle proverbiali cucine russe, dove tra un tè, una vodka e una tartina la gente si lasciava andare, aveva il coraggio di sparlare anche di Stalin («Oggi accade lo stesso con Putin», dice). Siamo negli anni dei grandi arricchimenti di pochi e dell’impoverimento di tutti, della scomparsa di ogni valore e della violenza privata o di Stato. Emerge il modo in cui ognuno ha vissuto i grandi eventi storici, spesso tragici, i sentimenti che ha provato, l’umanità, l’amore.

Anche all’inferno
l’uomo può mantenere
la sua umanità

Il premio Nobel Svetlana Aleksievič a Kabul

Il premio Nobel Svetlana Aleksievič a Kabul

Il giornalismo fatto con i mezzi della letteratura
I monologhi sembrano per questo racconti di Čechov, piccole vite e massimi sistemi; e non per niente Svetlana Aleksievič ha vinto il Nobel della letteratura, non il Pulitzer. Era dai tempi del grande Iosif Brodskij che un autore di lingua russa non portava a casa il riconoscimento: dal 1987, vale a dire trent’anni fa. Significativo che a vincerlo sia stata una giornalista, anche se la Aleksievič si esprime ormai da tempo attraverso i libri. Possiamo usare per le sue opere l’etichetta di new-journalism, un giornalismo fatto con i mezzi profondi e potenti della migliore letteratura.

Ma in fondo somiglia piuttosto a qualcosa di antico. Volendo possiamo rintracciare le origini del genere nel viaggio avventuroso di Čechov per visitare la colonia penale di Sachalin. Dunque in un reportage narrativo di fine Ottocento, che tra altro Adelphi sta ripubblicando in Italia (L’isola di Sachalin, in uscita a maggio). Mai come in questo momento giornalismo e letteratura sono intrecciate. Si sorreggono a vicenda in un momento di grandi sfide e crisi reciproca. In Russia – o meglio nei paesi dell’ex Urss – più che altrove.

Probabilmente l’unica altra voce russa recente conosciuta in Occidente al grande pubblico è quella della giornalista Anna Politkovskaja, la cronista della Novaja Gazeta uccisa il giorno del compleanno di Putin. Le due figure sono per molti aspetti diverse e per altri simili. La Politkovskaja, con un viso affilato e un’espressione severa, viveva a Mosca ed era in prima linea nel denunciare gli abusi del potere, facendo nomi e cognomi, tirando in ballo generali e presidenti, anche se raccontava sempre le cose partendo dalle conseguenze sulla gente. Invocava l’incriminazione delle massimi vertici russi per crimini contro l’umanità in Cecenia. Aveva subito diversi tentativi di omicidio prima di quello riuscito.

La Aleksievič è una donna rotonda, dall’aria dolce, poco incline a “fare notizia”, meno in prima linea, sempre militante ma in modo più indiretto e visibile. È tornata a vivere nel 2011 in Bielorussia, dopo qualche dissidio col regime di Vladimir Lukašenko, il rischio di arresto e alcuni anni passati tra Toscana (Pontedera), Berlino e Parigi. Quando è venuta fuori la notizia dell’assegnazione del Nobel qualcuno ha commentato che si trattava di un riconoscimento politico, fatto in chiave anti-Putin. Naturalmente lo poteva dire solo chi non aveva letto i libri. Di Putin alla Bocconi ha parlato solo in minima parte evocando l’impazzimento collettivo che sembra dominare la Russia di oggi, i discorsi di critica fatti solo al sicuro delle case e la certezza che un domani tutti diranno: “Io cosa centravo? Il potere lo aveva lui”.

L'autore

Antonio Armano

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli


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