Leadership Studies


Interdisciplinarità della ricerca e formazione
 di soft transversal professional identities per il mercato del lavoro


Leadership Studies

Quello dei Leadership Studies all’estero è percepito e vissuto da tempo come un vero e proprio, autonomo, campo disciplinare. La logica e le prospettiva di interdisciplinarità dalle quali l’accademia italiana, nel suo complesso, e fatte salve significative eccezioni, è ancora distante, contribuiscono a spiegare perché invece, altrove, delle “semplici” tematiche – quale ad esempio, la leadership – sono diventate discipline.

C’è bisogno di una presa di coscienza della necessità di rivedere non soltanto la nomenclatura, le etichette, di dipartimenti, corsi di laurea, percorsi di dottorato… quanto la sostanza degli insegnamenti impartiti o dei progetti di ricerca finanziati, che dovrebbero idealmente tendere a presentare (e sfruttare) la complessità dei punti di vista applicabili a uno stesso tema, e come l’uno influisca sull’evoluzione dell’altro.

Studiare la leadership, studiare da leader
Per esempio, la leadership. Lo sforzo di fondere insieme l’analisi delle caratteristiche socio-culturali, del profilo psicologico di un leader, il valore economico e le implicazioni politiche della leadership, l’utilità della stessa ai fini dell’apprendimento (il mentoring è precisamente l’utilizzo della leadership all’interno di una condizione di studio o apprendistato), può consegnare una visione della leadership composita, e con essa una sua più efficace e consapevole realizzazione.

Ma laddove esistono programmi dedicati alla leadership, si formano leader? O piuttosto ricercatori che indaghino dinamiche, condizioni ed effetti della leadership? Entrambe le cose, ma sì, l’obiettivo della maggior parte di questi programmi è quello di formare dei leader. Ma “leader di cosa?”, verrebbe da chiedersi, un po’ con la stessa meraviglia che ha accompagnato anni fa la nascita di facoltà come Scienze della Comunicazione: non deve ogni professionista essere di per sé un buon comunicatore? O, ugualmente, un potenziale leader nel proprio campo? Servono lauree ad hoc?

La necessità interdisciplinarietà
I master programs in Leadership, rivolgendosi già a laureati di un dato settore, sono maggiormente specialistici; l’interdisciplinarietà, tuttavia, rimane il comune denominatore dei corsi. Facciamo il caso di Stanford: c’è un programma, POLS – Policy, Organization and Leadership Studies presso la Graduate School of Education (nella foto in evidenza), che mira espressamente a sviluppare lo sguardo critico verso la teoria, la ricerca e la pratica connesse alla leadership nel campo dell’educazione, per formare influencers (“innovative, socially responsible, action-oriented leaders”) del settore.

A Cambridge, UK, esiste un programma, di ricerca questa volta, LfL – Leadership for Learning, all’interno del quale gli studiosi si confrontano per sviluppare nuovi e più efficaci approcci all’apprendimento, attraverso la leadership. I bachelor programs esistenti sono meno specialistici, più focalizzati sulla leadership in quanto tale, miranti a permettere agli studenti di sviluppare una capacità di innovazione che oltrepassi i confini di settore, e sia basata sul miglioramento della consapevolezza di sé, della pratica riflessiva e dell’ attitudine a problem-solving e problem-diagnosis nelle più disparate situazioni (situational leadership).

Le soft transversal professional identities
Dunque servono, sì, simili percorsi di studio. Possono servire a personalità poliedriche le cui attitudini non si definiscono subito all’interno di un percorso vocazionale: sono, in ogni caso, scelte che vanno nella direzione dell’interdisciplinarità e che consegnano – o dovrebbero consegnare – al mercato del lavoro figure trasversali, dai soft skills sofisticati: soft transversal professional identities.

Il futuro è di figure del genere, senza che si metta in discussione, ovviamente, la necessità di opportuni hard knowledges, competenze di settore, in moltissimi campi e posizioni di livello: tuttavia, si assiste a uno shift verso una prospettiva per cui l’Università non forma le persone per il lavoro in senso stretto, ma le mette in condizione di poter intraprendere percorsi professionali che diventino poi essi stessi – in un’ottica di life-long learning di cui ho avuto già occasione di parlare ai nostri lettori – esperienze formative per la persona.

L'autore

Daniela Sideri

Daniela Sideri Laureata in Scienze Politiche a Roma, dottorato in Studi Culturali a Siena completato negli Stati Uniti presso la CUNY, già visiting scholar a Cambridge è ora assegnista di ricerca in sociologia presso l'Università G. D'Annunzio