Modelli antichi


Roma fondò la sua potenza sull’integrazione. La storia insegna: non servono uomini forti, ma una cittadinanza aperta


Modelli antichi

L’imperatore Augusto (che preferiva il più sobrio appellativo di princeps, nel senso furbesco di primo tra pari) esclamò alla fine del proprio lungo regno: «Ho ereditato una città di mattoni, ve la restituisco di marmo». Si dimenticò di dire che aveva ricevuto una città di cittadini e ne lasciava una di sudditi. 
È quello che succederà con Trump? I suoi primi provvedimenti, nonché gli appelli europei all’uomo forte, hanno rilanciato il consueto parallelo con l’antico mondo romano, principale fucina di strumenti giuridico-amministrativi e di miti politici che la storia abbia conosciuto.

Non c’è stata civiltà, organizzazione o compagine statale posteriore che non abbia attinto a pieni mani dall’enorme officina pubblica romana, dalla Chiesa cattolica agli stati moderni. 
In particolare gli americani – a partire dal simbolo, l’aquila di Giove – si sono spesso richiamati ai valori civici antichi. Ma che cosa pensavano davvero i romani del concetto di cittadinanza e della tentazione di affidarsi a un uomo della provvidenza?

Roma, i poteri forti e la necessità di limitarli
Fu appunto Augusto ad affermare a Roma l’idea dell’uomo forte, capace di restaurare l’antica gloria e mettere fine a un’epoca di lotte intestine. Erano passati otto secoli dalla fondazione. Per riuscirci, oltre alle legioni arruolò anche le migliori menti dell’epoca, affinando quel sistema di egemonia culturale che tanto successo ebbe in seguito. Nasceva l’Impero, come impropriamente viene definita tutta la civiltà romana, dato che questa particolare forma di governo copre soltanto quattrocento degli oltre milleduecento anni di parabola storica.

Il punto essenziale è che tutta la vicenda politica romana è viceversa incentrata sulla limitazione di qualsiasi potere forte: nell’iniziale monarchia il Senato fu istituito per arginare il re; nella Repubblica i consoli erano due per controllarsi a vicenda, mentre le assemblee democratiche si contendevano il potere legislativo; perfino nell’Impero esistevano accorgimenti per regolare l’arbitrio dell’imperatore, tanto è vero che ancora sotto Nerone il Senato bocciò molti dei suoi provvedimenti. In poche parole i romani evitarono sempre di consegnarsi nelle mani dell’uomo forte e quando infine accadde, per altro tra mille contrasti, fu il principio della fine.

Cittadinanza e integrazione: una lezione non imparata
Quanto alla cittadinanza, la democrazia americana ha cercato di riproporre in chiave moderna quella romana. Anche all’epoca si combatteva per questo diritto fondamentale. Forse mai nella storia la cittadinanza ha avuto maggiore appeal: garanzie giuridiche, esenzioni fiscali, prestigio illimitato. Anche su quest’ultimo aspetto c’era poco da scherzare. Per rendersene conto basterebbe leggere un curioso episodio degli Atti degli apostoli, in cui si narra di un arresto di Paolo.

Non solo l’apostolo aveva la tendenza a farsi mettere dentro, ma nemmeno si impegnava troppo per ottenere la libertà, salvo una volta in cui giocò il jolly, dichiarando di essere cittadino romano: i carcerieri impallidirono e lo lasciarono seduta stante, sapendo di averla fatta grossa. 
Nessuno poteva incarcerare un romano prima di un giusto processo. Ma quando e com’era nata questa eccezionale auctoritas? Già il primo giorno, quando Romolo – lui stesso un forestiero – accolse genti da ogni luogo: ciascuno portò una zolla della propria terra di provenienza da gettare nella fossa di fondazione della nuova città.

Il concetto di cittadinanza traeva origine proprio da un gruppo di forestieri (immigrati diremmo oggi). Sull’accoglienza e sull’integrazione – in un percorso non privo di ostacoli – Roma fondò la propria potenza. Dunque la storia insegna, ma noi siamo ripetenti. Non di uomini forti, ma di una cittadinanza forte e aperta a tutti c’è bisogno.

L'autore

Davide Mosca

Davide Mosca Davide Mosca è nato a Savona e vive a Milano, dove dirige la libreria Verso. Editorialista di Riza Psicosomatica, è autore di una quindicina di libri tra romanzi e saggi.