Se la scuola fosse un laboratorio


L’intervista all’autore di “Tutta un’altra classe”, Francesco Dell’Oro, che fa un’analisi sull’istruzione in Italia


Se la scuola fosse un laboratorio

Se la scuola moderna ha rappresentato il passaggio da un sistema artigianale di trasmissione del sapere a un modello centralizzato statalista, la scuola post-moderna potrebbe portare con sé il ritorno alla dimensione antica del laboratorio. In particolare per quanto riguarda l’Italia, dove arti e mestieri si imparavano a bottega e il modello statale è ormai obsoleto, rigido e fallimentare. Francesco Dell’Oro (nella foto in evidenza), per venti anni direttore del settore Orientamento nel Comune di Milano, autore di Tutta un’altra classe, edito da Tralerighe, si rifà alla stagione gloriosa del Rinascimento per recuperare lo slancio perduto da un sapere stanco, dove la scuola è ridotta a “discarica di nozioni”.

Ne ha parlato con LINC, davanti a un bicchiere di vino bianco, al Mamu, uno storico spazio commerciale milanese, trasformato in spazio culturale, al termine della presentazione del libro, mentre un’orchestra accordava gli strumenti per l’imminente concerto serale.

La copertina del libro "Tutta un'altra classe"

La copertina del libro “Tutta un’altra classe”

Che cosa significa più in concreto questa proposta?
«Dobbiamo uscire da un sistema scolastico più funzionale al sistema delle cattedre che non alla valorizzazione dei talenti. Sembra un passaggio utopico, parliamoci chiaro, perché noi abbiamo un sistema scolastico basato su una sacca occupazionale pazzesca, dove tutte le materie sono importanti. Non può funzionare così. Dobbiamo guardare al modello anglosassone dove l’istruzione alla scuola superiore è già declinabile in un percorso costruito intorno a un nucleo di materie fisse».

Non le sembra di essere troppo negativo nei confronti dell’istruzione in Italia?
«Lavoro nella scuola da 47 anni. Da 36 anni sono nel settore orientamento. Ho girato l’Italia in lungo e in largo. E ho incontrato troppi ragazzi traumatizzati da esperienze negative».

E ha incontrato molti insegnanti mediocri o pessimi. Ne avrà incontrati anche di bravi o bravissimi…
«Da molti anni scrivo libri e tengo conferenze sulla scuola. Se mi muove questa passione è perché anche io ho incontrato un insegnante di quelli che ti cambiano la vita. Io li chiamo i ‘baciati dalle stelle’…».

Le cose non stanno cambiando? Se una volta l’insegnante era considerato un mestiere di ripiego, oggi un posto fisso statale è più appetibile e soggetto a più dura selezione.
«Purtroppo questa situazione c’è ancora. Molti fanno gli insegnanti perché non riescono a fare di meglio…”

Un momento della presentazione del libro

Un momento della presentazione del libro

Come è cambiata la scuola italiana negli ultimi anni?
«La scuola non può essere una discarica del sapere. Stiamo trasmettendo un sapere preconfezionato, predigerito. Noi ci siamo accorti che c’è stato negli ultimi anni il più grande cambiamento di sempre e la scuola è rimasta quella di settant’anni fa. La scuola deve diventare un laboratorio di ricerca. Come diceva Don Milani in Lettera a una professoressa, la nostra rischia di essere una scuola che cura i sani e manda via i malati. Il ragazzo in difficoltà è quello che può qualificare la scuola, è una benedizione per la scuola perché permette di qualificare la professionalità».

L’adolescenza è una fase difficilissima della vita. La difficoltà è fisiologica in quegli anni. Come può affrontare la scuola i problemi degli adolescenti?
«Comunicare con il pianeta degli adolescenti è maledettamente difficile. Noi usiamo le parole. Gli adolescenti usano un altro linguaggio, quello delle emozioni. Hanno frequenze cognitive diverse. In quasi cinquant’anni ho capito una cosa.

Quando questi ragazzi
si sentono apprezzati e stimati
ti sorprendono

Noi come adulti abbiamo il compito di trasmettere esperienze, regole e valori. Ma i messaggi arrivano se questi ragazzi si sentono apprezzati e stimati. I più fragili e in difficoltà devono esserlo a dosi industriali. Questo è un po’ il segreto. Bisogna coinvolgere i ragazzi, affrontare i problemi insieme a loro. Renderli protagonisti della soluzione, non fornirgli una soluzione preconfezonata. So che queste sono teorie e passare dalla teoria alla pratica non è facile, ma dobbiamo rinnovare la sensibilità pedagogica. Ci sono insegnanti che stanno facendo questo lavoro, ma dovrebbero fare altro».

Lo scrittore Claudio Giunta sul suo profilo Facebook ha parlato di un sistema di formazione universitario degli insegnanti basato sulla “fuffa”. Una nuvola di paroloni intorno al nulla. Da qualche tempo si insegna a insegnare. Si insegna bene o male?
«Molti anni fa ti iscrivevi al corso di laurea in matematica e poi ti dicevano di fare l’insegnante di matematica se non riuscivi a fare il ricercatore o altro. Oggi abbiamo dei corsi dedicati alla formazione dell’insegnante, ma ci vorrebbe una maggiore qualità. Bisognerebbe mettere i neolaureati nelle condizioni di fare un tirocinio più qualificato. Siamo ancora indietro, dobbiamo fare un salto di qualità. Dobbiamo mettere i neolaureati in una situazione più operativa, che consenta di sbagliare. Nelle aziende private le competenze più richieste sono: capacità di lavorare in gruppo, capacità di comunicare e capacità di imparare a imparare. Qui dobbiamo migliorare».

Un problema è l’abbandono della lettura dopo gli anni dell’obbligo scolastico. La letteratura italiana non è molto forte sul romanzo, almeno fino al dopoguerra. Tra I promessi sposti, I Malavoglia… ti fanno scappare per sempre la voglia di leggere. Non abbiamo Twain, Dickens, Čechov, Maupassant, adatti ad attaccare il piacere di leggere. Non sarebbe il caso, come sostiene Aldo Busi, anche considerando il contesto sempre più multietnico, di studiare letteratura comparata?
«La risposta se l’è data da solo. Sarebbe il caso. Senza rifiutare situazioni che si sono storicizzate, dobbiamo aprire la finestra ad altri scenari, altre letture. La lettura è strettamente collegata alla scrittura. Apriamo questo benedetto laboratorio di scrittura nelle scuole! L’insegnante deve essere un compagno di viaggio qualificato, che accompagna il ragazzo senza ansia di misurazione. La scuola deve diventare un laboratorio, deve tornare a somigliare alle botteghe rinascimentali. Dovrebbero permettere ai giovani di costruirsi un percorso, già alle superiori, sulle inclinazioni, sulle materie dove riescono meglio. Dovrebbero permettere loro di sbagliare e correggersi. E poi sto aspettando un ministro della pubblica istruzione che inserisca il teatro. Non dico come materia obbligatoria, ma almeno extracurriculare».

Quale voto darebbe alla scuola italiana?
«Io dare un voto alla scuola italiana? Comunque… Io do sempre la sufficienza… Diciamo sei. Ma si può migliorare».

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli