Pulitzer, il primo premio un secolo fa


La straordinaria storia del fondatore del riconoscimento per il giornalismo più prestigioso al mondo


Pulitzer, il primo premio un secolo fa

Cent’anni fa il Pulitzer Prize assegnava i primi riconoscimenti avviandosi a diventare il più celebre e prestigioso premio al mondo per il giornalismo e, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, anche per le lettere. Il suo fondatore, Joseph Pulitzer, morto allora da poco sullo yacht Liberty, era sbarcato in America come uno dei tanti immigrati dell’Est Europa in cerca di fortuna, guadagnandosi il soprannome di “Joey the Jew”, Giò l’ebreo, e scalando la società dal basso.

Nato nel 1847 a Makó, nell’Ungheria meridionale, dunque suddito della corona Austro-ungarica, Pulitzer non era povero, come tanti ebrei provenienti dall’impero zarista, ma la sua parabola professionale è comunque straordinaria e incarna alla perfezione l’American dream, così come gli albori dell’incubo europeo, le inquietudini del Vecchio Continente dove la multietnicità non era vista come una risorsa e il nazionalismo avrebbe fatto scoppiare guerre e persecuzioni su vasta scala nel giro di pochi anni.

pulitzerDal sogno dell’esercito alla chance nell’editoria
Pulitzer era figlio di un ricco commerciante di granaglie ebreo e di una cattolica tedesca. Il suo sogno era arruolarsi nell’esercito. Qualsiasi esercito. Prova in quello asburgico, ma aveva problemi di vista e di salute, dunque era idoneo. Stesso discorso quando cerca di entrare tra le file delle truppe francesi in Messico e di quelle britanniche in India. Non attraversa l’Oceano atlantico per disperazione, come tanti ebrei provenienti dell’Europa orientale, ma per arruolarsi. Grazie all’incontro, nella città di Amburgo, con “bounty rectruiter”, un arruolatore mercenario dell’US Union Army, riesce a inserirsi nelle liste dei riservisti. Approdato a Boston, viene preso nella Lincoln Cavalry, dove c’erano molti tedeschi.

Finisce quindi a St. Louis, dove fa mestieri umili (mulattiere, facchino e cameriere), e si mette a studiare inglese – lingua che parlava in modo decisamente scarso – in biblioteca. Proprio alla Mercantile Library, la biblioteca mercantile di St. Louis, la vita dell’avventuroso ebreo ungherese, troppo fragile per essere un soldato, conosce una svolta. Forte della tradizione scacchistica magiara – in Ungheria si gioca persino alle terme -, Pulitzer osserva e commenta una partita. Fa amicizia con i giocatori, colpiti dalla sua intelligenza. Sono gli editori del più importante quotidiano americano di lingua tedesca, il Westliche Post. Li aveva scelti apposta. Per cercare una chance, che non passasse per le vie tradizionali, a lui precluse.

Joseph Pulitzer

Joseph Pulitzer

L’ascesa di Pulitzer
Nel 1878, dieci anni dopo quella partita a scacchi, Pulitzer emerge da una serie di lavori giornalistici e acquisizioni editoriali come proprietario del St. Louis Dispatch. Non bisogna però vedere gli Stati Uniti solo come la terra delle opportunità. Ci sono destini di segno decisamente opposto. Come quello di Lazarus Averbuch, ebreo fuggito dai pogrom russi, e ucciso a Chicago dal capo della polizia George Shippy nel 1908, quando gli immigrati dell’Est Europa, visti come potenziali portatori di germi sovversivi, erano sospettati di essere anarchici e rivoluzionari di ogni colore e specialmente rossi. Ne ha scritto Aleksandar Hemon, profugo della Jugoslavia, in un libro intitolato Il progetto Lazarus.

Pulitzer, dopo un periodo di vita più godereccia, il matrimonio con una donna ricca e un’evoluzione estetica sorprendente – si fa crescere una barba rossiccia, porta il pince-nez e abiti eleganti, il suo inglese è diventato impeccabile -, si dedica anima e corpo al giornalismo d’assalto. Le inchieste sono il suo forte per conquistare pubblico e su quel solco la corruzione è diventato il tema più premiato al Pulitzer Prize. Il St. Louise diventa la testata più importante della città.

Diretto in Europa per far riposare la vista, insieme alla moglie, invece di imbarcarsi sul transatlantico Pulitzer si butta in un’altra avventura. Incontra il proprietario del New York World e compra il quotidiano portandolo al successo, sempre con inchieste sulla corruzione, pubblica e privata, e un vasto uso di foto e illustrazioni. Su questo giornale viene lanciata la sottoscrizione per costruire un piedistallo e collocare finalmente la Statua delle Libertà. Il successo del New York World, che in breve diventa il quotidiano più venduto della città, guadagna a Pulitzer diversi attacchi.

L’editore viene accusato di avere rinnegato le origini, la religione ebraica, sposando in chiesa una donna anglicana, per inimicargli gli immigrati – in particolare di religione israelitica – che vedevano nel World un giornale che difendeva la loro causa. Nasce in quel periodo, alla fine dell’Ottocento dunque, l’espressione “Yellow press”, “stampa scandalistica”, quando Pulitzer contende i lettori a William Randolph Hearst, l’editore ritratto e interpretato da Orson Wells in Quarto potere. Non dobbiamo pensare alla nostra stampa scandalistica.

Se il clima di concorrenza sulle notizie crea una sensazione di “pesante pettegolezzo” nel pubblico meno abituato al ruolo indipendente della stampa, Pulitzer dedica spazio alla denuncia sociale – oltre che alle crime stories – e si affida a reporter investigativi che lavorano sotto copertura. Tra questi la reporter Nelly Bly, che nel 1898-1899 fa il giro del mondo sulle tracce del libro di Jules Verne.

La scuola di giornalismo e il premio
Pulitzer intanto si è ritirato tra lo yacht e la Torre dei silenzio, come chiamava la casa nel Maine, e la mansion di New York. Ormai praticamente cieco, torturato da una patologia di ipersensibilità acustica, non mette più piede in redazione. Convinto assertore del ruolo dell’informazione nelle società democratiche, Pulitzer fonda la scuola di giornalismo della Columbia e il Pulitzer, assegnato per la prima volta il 4 giugno di un secolo fa. Allora il board era composto più editori che da redattori e le categorie erano molto più ridotte di oggi.

L'affondamento del Lusitania

L’affondamento del Lusitania

Erano solo tre contro le ventuno attuali. Vengono conferiti a Herbert Bayard Swope, del World, per una serie di articoli apparsi nell’autunno precedente, intitolata “Inside the German Empire”, “Dentro l’Impero germanico”. Per la categoria “editorial”, viene premiato un commento apparso un anno dopo l’affondamento del Lusitania. Siamo nel 1915 e il transatlantico inglese, considerato una delle navi più sicure del mondo – la più lussuosa e veloce -, salpa da New York con a bordo passeggeri civili, 152 americani, ma anche un carico di munizioni e, si dice, denaro e lingotti d’oro. Incrocia la rotta dei sommergibili tedeschi U20 e viene silurato battendo bandiera inglese, vicino alle coste irlandesi. Muoiono oltre metà dei 1300 passeggeri.

Chi è l’autore dell’editoriale premiato? Il commento era anonimo, secondo la tradizione anglosassone, e viene dunque dato il riconoscimento al New York Tribune. Gli Stati Uniti nel frattempo, sull’onda della indignazione per i continui affondamenti di navi da parte dei sottomarini degli imperi centrali – spesso mercantili, ultimo caso il Vigilantia -, sono entrati in guerra contro gli imperi centrali.
Per la categoria biografia vince il libro Julia Ward Howe, 1819-1910, di Laura E. Richards e Maude Howe Elliott, con la collaborazione di Florence Howe Hall. Non è solo un riconoscimento al lavoro delle autrici – figlie della Ward Howe -, ma anche e soprattutto alla lunga vita della poetessa e attivista americana, in prima fila per abolire la schiavitù e riconoscere i diritti alle donne, dunque abolire la schiavitù domestica o di genere si direbbe oggi.

Julia Ward Howe

Julia Ward Howe

Julia Ward Howe aveva fondato tra l’altro il Woman’s journal nel 1870, un settimanale di stampo suffragista. Il settore fiction viene introdotto nel Pulitzer più tardi – dopo la seconda guerra mondiale – e vedrà vincitori come William Falukner, Saul Bellow ed Ernest Hemingway. Vinceranno tutt’e tre il Nobel. Hemingway riceve il Pulitzer per Il vecchio e il mare dopo averlo sfiorato con Per chi suona la campana, considerato troppo spinto. La libertà di stampa non è mai una storia in bianco e nero. La biografia della Ward Howe si può leggere online grazie a un linc sul sito del Pulitzer.

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli