Se la passione per gli scatti ti cambia la vita


La storia di Andrea Piacquadio, che ha puntato sul sistema di microstock. Oggi è uno dei fotografi più venduti al mondo


Se la passione per gli scatti ti cambia la vita

È uno dei fotografi più venduti al mondo. Le sue immagini sono apparse sulla copertina di Time e nelle pubblicità di Apple, McDonald’s e altri grandi marchi. Ha abbandonato prima Brera e poi il mercato della fotografia tradizionale puntando tutto sul nascente sistema di microstock. Sentiva che il suo talento era penalizzato. Seguendo la sua passione Andrea Piacquadio ha vinto la scommessa, diventando leader di se stesso. Alla fine del 2007 aveva 28 anni. Alle acciaierie Thyssen di Torino sette operai morivano in un incendio, Putin veniva rieletto al Cremlino, la Confesercenti presentava la mafia come “massima azienda nazionale per fatturato” e Pippo Baudo conduceva il 57esimo festival di Sanremo.

Il fotografo Andrea Piacquadio

Il fotografo Andrea Piacquadio

Niente sembrava cambiare, ma dall’America stavano arrivando la crisi finanziaria e il primo iPhone, Schengen aboliva le frontiere in Europa. Tutto stava per cambiare. «Lavoravo da qualche anno come fotografo di pubblicità. Soprattutto moda. Intimo. Mi stavo già annoiando. Se proponevo qualcosa di creativo mi sentivo rispondere che erano scatti troppo artistici», racconta Piacquadio, camminando tra i grattacieli di Porta Nuova. Milano questa sera gli ricorda Berlino, la prima città dove si è trasferito, non fosse per le troppe macchine e la poca gente in giro.

Ci si stufa così presto di ritrarre modelle svestite?
«Fotografare modelle è sempre stato il mio sogno e continuo a farlo. La bellezza è uno dei settori che tira di più in pubblicità. A parte questo, le donne sono sempre state il mio soggetto preferito, insieme agli anziani, che hanno il viso solcato dal tempo. Il modo in cui dovevo lavorare era però monotono. Bisognava sottostare agli standard imposti dalle agenzie fotografiche. Ho iniziato a caricare foto sui siti di microstock. Fotolia, iStock…».

Andrea Piacquadio passione fotografia ragazza-in-bici-nel-campoCome li hai trovati?
«Per caso. Navigando in Rete. Tutti – dalla mia fidanzata di allora ai colleghi – dicevano che sbagliavo, che ero uno sfigato a puntare su Internet. Nel giro di pochi mesi ho iniziato a vendere e incassare i primi soldi e la mia vita è cambiata. In un paio di anni sono diventato uno dei fotografi più venduti, anche perché c’è stato il boom del microstock. Fotolia, il sito con cui ho lavorato di più, allora muoveva i primi passi. Adobe lo ha appena comprato per 800 milioni di dollari».

Cifre enormi. Eppure è un universo sconosciuto.
«Chiunque ha bisogno un’immagine per comunicare – dalla grande azienda americana alla piccola associazione culturale in Provenza -, può trovarla digitando una parola chiave su siti di microstock che ormai hanno milioni di immagini. Si tratta in ogni caso di clienti professionali. Il grande pubblico ignora il microstock. Anche a livello aziendale, in Italia, persiste una certa diffidenza per tutto quanto è nuovo e digitale. Eppure Shutterstock ha spostato la sede nell’Empire State Building a New York e occupa diversi piani».

Che cosa sono i siti di microstock e come funzionano?
«Parlare di siti può essere fuorviante. Ormai tutte le agenzie fotografiche vendono attraverso siti. La differenza rispetto al sistema tradizionale è un’altra. Qualsiasi fotografo, anche dilettante, può caricare immagini, e qualsiasi persona può comprarle a un prezzo molto basso. Si parte da un euro per arrivare intorno a venti per la licenza di utilizzo di una fotografia. Un micro-prezzo rispetto a quello delle agenzie classiche. Da qui il nome microstock».

andrea-piacquadio-3Di questa cifra così bassa quanto arriva al fotografo?
«Dipende. In genere circa un terzo. Una percentuale ridotta. Un rapporto invertito rispetto alla fotografia tradizionale. Però hai una vetrina aperta su tutto il mondo 24 ore su 24 e se sei bravo uno scatto lo vendi migliaia di volte. Il principio stenta ad affermarsi nella fotografia, dove ti accusano di svenderti, di rovinare il mercato, ma è lo stesso di altri settori. Prendiamo la musica. Quanto incassa una rock-star per ogni album scaricato su iTunes o venduto su cd? Suppongo pochi centesimi. Il guadagno sta nella quantità. Io sono arrivato a vendere 750mila licenze l’anno. Sono riuscito a emergere in un mare globale di autori. Oggi quasi dieci milioni di fotografi cercano di vendere tramite microstock, ma i bestseller sono pochissimi».

In che modo il sistema microstock ti ha permesso di esprimere più liberamente la tua creatività?
«Le agenzie per cui lavoravo a Milano dicevano che le mie immagini erano troppo artistiche. Ma è stato proprio questo aspetto a permettermi di emergere. Le mie immagini si sono imposte tra milioni di altre immagini proprio perché erano artistiche in un settore ancora molto commerciale.

Se ti adegui
al mainstream, non vai
da nessuna parte

Se non hai una cifra espressiva particolare, riconoscibile, non hai un futuro. Internet in questo è una risorsa incredibile. Consente a chiunque di proporre anche le idee più innovative».

In cosa consiste la tua cifra estetica?
«Ho sempre amato fare ritratti. Ho iniziato al liceo artistico di Busto Arsizio. Sono passato in modo naturale dal disegno alla fotografia. Mi sono comprato la prima macchina fotografica professionale facendo il cameriere in un ristorante. Mio padre se ne è andato quando ero un bambino lasciandoci non dico in povertà, ma non certo nel lusso. La mia fotografia riflette la passione per la pittura. I contrasti molto forti sono ovviamente caravaggeschi. Mi sono ispirato molto a colui che considero il più grande fotografo, Jan Saudek».

piacquadio-2Il fotografo praghese ebreo, che si è salvato dagli esperimenti di Mengele e ha fotografato donne nella sua stanza scrostata durante il comunismo in Cecoslovacchia…
«È un mistero come Saudek sia riuscito a lavorare in quelle condizioni diventando uno dei fotografi più conosciuti. Come avrà fatto, durante il comunismo, a convincere tutte quelle donne a spogliarsi? Da lui ho preso uno stile espressionista, quasi grottesco, nel ritratto, e l’ambientazione disadorna e d’epoca. La fotografia di microstock allora era molto patinata e ordinaria. Sono stato il primo a usare modelli espressivi, attori soprattutto – la mia prima fidanzata era un’attrice -, fotografandoli in contesti dove l’unica patina è quella del tempo. Spesso uso per i set oggetti vintage. Ora mi copiano in tanti. Siamo quasi al plagio. Se uso una vecchia poltrona o una Graziella arrugginita dopo qualche giorno la ritrovo nel portoflio di qualcuno».

L’arte contemporanea ti ha ispirato?
«Considero l’arte contemporanea una truffa, una bolla speculativa fondata sul nulla. Quando studiavo a Brera avevo un professore che amava l’arte povera. Una corrente per giunta già superata e museizzata. Se non ti appassionavi all’estetica del tubo di ferro ti dava dei votacci».

Il designer Enzo Mari, figlio di un povero immigrato, dopo avere vinto un concorso ed essere entrato a Brera, ha abbandonato gli studi diventando quello che è diventato… Cosa non va nella scuola italiana?
«Credo sia un problema in generale della scuola di tutto il mondo, anche se in particolare di quella italiana. Tutto cambia ormai molto velocemente, mentre a scuola i professori hanno un approccio superato. Molti di loro non hanno nessun rapporto con il mondo del lavoro o sono semplicemente scadenti. La scuola per me è stata una esperienza negativa. La trovo antiquata, ideologica… Al liceo subivo il bullismo di compagni di classe vestiti da punk. Anni dopo li ho ritrovati a fare i bidelli».

ds-sleepbed52iyNon salvi niente del tuo percorso scolastico?
«Vorrei raccontare un episodio significativo. Ho scelto di fare l’Erasmus in Francia. Erano i mesi dell’attentato alle Twin Towers. Arrivo a Nancy e mi dicono che il mio nome non risulta. La mia iscrizione non era stata trasmessa da Brera. Un disastro. Tramite l’ambasciata italiana sono riuscito a trovare un residence studentesco nella banlieue parigina e mi sono iscritto a un corso di fotografia a Paris8. L’unico corso universitario in Europa dedicato alla fotografia. Ho avuto anche una certa fortuna. Uno studente di Roma si è innamorato di una ragazza che viveva nel mio residence e mi ha lasciato il suo posto nella Cité Universitaire, un luogo meraviglioso dove era difficilissimo entrare e si trovavano i migliori studenti d’Europa, soprattutto donne. Una specie di Oxford dentro il cuore di Parigi. È stata una bella esperienza, molto meglio che a Brera, ma come diceva Longanesi “Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola”».

Cosa consigli ai giovani che vogliono inseguire il sogno della fotografia, un sogno sempre più popolare e sempre più difficile con l’affermarsi del digitale e di Internet?
«Consiglio di iniziare a lavorare prima possibile, di proporsi come assistente a un fotografo che ammirano. Il mondo cambia troppo rapidamente per potersi permettere di restare parcheggiati a scuola. Bisogna iniziare con molta umiltà. Ricevo centinaia di curriculum e faccio molti colloqui.

I ragazzi arrivano
con la testa piena di concetti
astratti e pretenziosi

Dimostrano di disprezzare l’aspetto commerciale del mestiere. Cercano di vendersi come aspiranti artisti e ignorano le regole fondamentali della fotografia».

andrea-piacquadio-2Hai mai pensato di fondare una scuola?
«Uno dei principali fotografi di microstock, il danese Yuri Arcurs, ha fondato una scuola in Sudafrica, dove vive e lavora da anni. I suoi studenti iniziano molto presto. Anche a diciassette anni o prima. In Italia si arriva troppo tardi sul mercato del lavoro. Mi attira l’idea di avviare una scuola di fotografia finalizzata a microstock. Ci sto pensando. La verità è che mi piace molto fotografare. È la passione della mia vita. Fotografo da quando ero bambino. Colleghi come Arcurs fanno formazione perché hanno trasformato il proprio nome in un’azienda. Attraverso la scuola reclutano assistenti e hanno un centinaio di fotografi in staff. Arcurs è arrivato così ad avere un archivio di mezzo milione di immagini. Io lavoro con pochi assistenti. Ho un archivio di 25mila immagini. In assoluto Arcurs e qualche altro fotografo che lavora come lui vende più di me, ma in rapporto al numero di immagini vendo di più io. Voglio continuare a fotografare. Non mi voglio trasformare in una azienda. Almeno per ora».

Conduci una vita da nomade digitale. Vivi tra Budapest e Malta… Come mai e come ti trovi in questa pelle?
«Grazie a Internet posso vivere dove voglio. Gestire il mio tempo come voglio. Me ne sono andato via dall’Italia appena ho potuto. Non mi piace la mentalità di questo Paese. L’Italia è troppo legata a vecchi schemi e poco meritocratica, anche se a Milano e dintorni ho trovato ottime professionalità in tutti i campi. Inoltre si pagano troppe tasse, il costo della vita è alto. A Budapest trovo facilmente modelle – il tipo nordico è il più richiesto sul mercato – e costano meno. Si favoriscono i nuovi imprenditori con tassazioni molto più basse. Lo stesso a Malta».

La vita all’estero è tutta rose e fiori?
«Ogni tanto mi capita di invidiare le persone che nascono, crescono e lavorano nello stesso posto. Io torno ogni tanto in Italia, per vedere mia madre, mia sorella e il mio nipotino, che ho usato tra l’altro come modello. Stare sempre all’estero ha un prezzo. A volte ti senti sradicato. Cerco di arredare le case dove vivo in modo simile, per avere punti di riferimento. Quando sono a Budapest mi manca la cucina italiana. Allora vado a fare la spesa a Trieste. Sono “solo” sei ore. Torno con la macchina carica di cibo. A parte questi cedimenti momentanei, consiglio di trasferirsi all’estero e puntare sulle nuove tecnologie. Internet è più democratica. Il merito deve essere premiato, anche economicamente, ma tutti devono avere le stesse possibilità ai blocchi di partenza. In Italia i giovani vengono presto convinti che si fa carriera con la furbizia e le raccomandazioni. Purtroppo funziona ancora così. A un giovane che inizia oggi dico: non devi permettere a nessuno di rovinare il tuo talento».

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli