Immigrazione tra sviluppo e benefici economici


L’analisi del fenomeno al convegno organizzato da UBI Banca, Fondazione Nicola Trussardi e La Triennale di Milano


Immigrazione tra sviluppo e benefici economici

I migranti non come emergenza, ma come opportunità per il Paese. È questo il messaggio lanciato durante l’incontro Immigrazione ed emigrazione: economia di un fenomeno multiforme. Un momento di dibattito organizzato da UBI Banca, Fondazione Nicola Trussardi e La Triennale di Milano per andare oltre ai falsi miti sul fenomeno. In primis la credenza diffusa che l’immigrazione sia un danno. Nel nostro Paese ne è convinto il 37 per cento degli italiani, una percentuale che sale a 41 in Europa.

I relatori e, a destra, Francesco Mascolo, responsabile della comunicazione di UBI Banca

I relatori e, a destra, Francesco Mascolo, responsabile della comunicazione di UBI Banca

Per approfondire la questione ad alternarsi come speaker, lo scorso 13 giugno, sono stati esperti e studiosi. Presenti Giorgio Gori, sindaco di Bergamo e promotore con Emma Bonino ed Enzo Bianco di un progetto di riforma della Legge Bossi-Fini, Tommaso Frattini, professore di Economia politica alla Statale di Milano, il direttore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale Paolo Magri e Mario Molteni, docente di Economia aziendale dell’Università Cattolica e amministratore delegato di E4Impact Foundation. Durante il convegno sono stati messi in fila una serie di “fattori- vantaggio” legati alla immigrazione sia da un punto di vista prettamente economico che lavorativo. La conclusione? Senza gli immigrati l’economia delle società moderne non sarebbe più in grado di funzionare.

I benefici economici dell’immigrazione
«Nel 2014 a livello fiscale – ha spiegato il professor Frattini nel suo intervento – gli stranieri in Italia hanno contribuito per 16,9 miliardi di euro mentre la spesa pubblica per i migranti si è attestata a 14,7». Secondo i dati di Fondazione Moressa parliamo così di 2,3 miliardi di euro in più nelle casse dello Stato. Con un ma: il docente ha aggiunto che, se è vero che i benefici della immigrazione sono diffusi, i costi tendono a concentrarsi localmente generando in alcuni casi criticità e disparità.

immigrazione-3Sul fronte del lavoro i migranti e gli stranieri sono poi una risorsa di lungo termine. Contribuiscono all’aumento generale dell’offerta di lavoro, anche se una delle prime conseguenze del loro ingresso sul mercato è la contrazione dei salari e dell’occupazione per i lavoratori in possesso delle stesse competenze. Anche in questo caso i benefici medi sono diffusi con difficoltà ristrette a una fascia minima di popolazione. L’immigrazione aiuta poi l’occupazione femminile: in particolare nell’ambito del lavoro domestico e di cura svolto in prevalenza da donne straniere.

Per Mario Molteni, professore della Cattolica, l’immigrazione garantisce lo sviluppo della società ma solo se accompagnata da un sostegno ai Paesi da cui partono i migranti. In particolare l’Africa, che ha tassi di disoccupazione analoghi ai nostri e dove ogni anno 5 milioni di laureati restano senza lavoro. Il fenomeno riguarda, dunque, milioni di persone in movimento alla ricerca di lavoro, maggiori opportunità e migliori condizioni di vita. «Centinaia di migliaia sono gli arrivi in Europa – ha spiegato Molteni – ma ogni anno sono ben 29 milioni i giovani africani che entrano nel mercato. Di qui la necessità di un impegno per lo sviluppo dell’imprenditorialità in Africa, che peraltro può rappresentare una grande opportunità per le imprese italiane».

Ripensare l’accoglienza
Sotto i riflettori anche l’attuale modello di accoglienza, giudicato troppo fragile dai relatori. Per ripensarlo occorre porsi domande mirate. Chi sono i migranti e perché partono? Paolo Magri, direttore dell’ISPI, nel suo intervento ha sottolineato come «i numeri siano fondamentali per contestualizzare e studiare il fenomeno», aggiungendo che nell’85 per cento dei casi siamo davanti a persone che partono per “ragioni economiche preponderanti”. Solo il 13 per cento segue ragioni economiche parziali tra cui il 2 per cento dei rifugiati. «Chi si illude – ha spiegato Magri – che la cosiddetta emergenza debba e possa essere bloccata, sottovaluta i fattori di fondo strutturali del fenomeno. Senza adeguate politiche nazionali di accoglienza ed integrazione e politiche europee di controllo e ridistribuzione rischiamo di rendere la situazione ingovernabile».

La parola d’ordine quando si parla di immigrazione è, quindi, pianificazione e per Magri una delle chiavi di volta sarà ripensare il ricollocamento. Una politica che ha dimostrato tutti i suoi limiti negli ultimi anni. Secondo i dati della Commissione Europea presentati durante il convegno, i migranti redistribuiti al 2 giugno sono 6.502 sui 34.953 promessi entro settembre 2017. In sostanza si è fatto ancora troppo poco considerando che per l’Italia i costi dell’accoglienza si sono quadruplicati negli ultimi cinque anni. Tommaso Frattini della Statale di Milano, tirando le fila dell’incontro, ha concluso che «per uscire da una gestione del fenomeno migratorio basata sull’emergenzialità è opportuno pensare a politiche migratorie che riconoscano gli indubbi benefici economici dell’immigrazione e si attrezzino per massimizzarli e condividerli».

L'autore

Diana Cavalcoli

dianacavalcoli Laureata in Lettere, si specializza in Cultura e storia del sistema editoriale all’Università degli studi di Milano. Frequenta il Master in giornalismo Walter Tobagi ed è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2015. Ha lavorato per Adnkronos a Milano e attualmente scrive per il Corriere della Sera occupandosi di lavoro, startup e innovazione