Cervelli insostenibili


Siamo dipendenti dal flusso continuo di informazioni provenienti da fonti indistinte di cui siamo vittime e artefici


Cervelli insostenibili

“Sostenibile” è ormai da qualche anno il termine che ci fa sentire più virtuosi. Noi, parte sana della società (almeno così tendiamo a rappresentarci), siamo per un’economia sostenibile, in un mondo del lavoro sostenibile, con soluzioni ambientali sostenibili… Per noi, il concetto di sostenibilità coincide con quello di libertà: termina laddove danneggia gli altri.

Si parla poco, invece, della nuova forma di insostenibilità che attacca direttamente i nostri cervelli e di cui siamo vittime e anche propagatori. Pensiamo alla situazione dell’Ottocento, il secolo che inventò e vide diffondersi la borghesia, una nuova classe sociale che – dal punto di vista economico – è ancor oggi un approdo e il colmo della sostenibilità esistenziale, nel senso che, seppure con escursioni di reddito enormi, un borghese è un cittadino che può permettersi istruzione, cure mediche, svaghi.

La trama non più sostenibile
L’Ottocento è il secolo che ha sviluppato anche il più sostenibile degli svaghi, non dannoso, democratico, alla portata di tutti: la narrazione romanzesca. Gli scrittori componevano romanzi fluviali, spesso pubblicandoli a puntate (i feuilleton), e il cervello dei lettori poteva ricordare da una settimana all’altra, da un mese all’altro, nomi e luoghi e snodi della trama sino alla fine del romanzo a puntate, pur senza l’aiuto fornito dalla serializzazione televisiva, che ci fa ricordare un personaggio non tanto per il nome quanto per la fisionomia.

Oggi, però, la dilazione di una trama scritta non è più sostenibile per i nostri cervelli ingorgati di nomi&fatti&luoghi&immagini&sciocchezze&tragedie&date. Non possiamo permetterci di leggere quattro o cinque pagine di un romanzo ogni settimana e ricordare cosa era successo in precedenza, perché siamo sopraffatti dalla cosa più insostenibile, a livello mnemonico, che è la “trappola cognitiva”, così come la chiama Brian Eno. Cioè il flusso continuo e soverchiante di informazioni provenienti da fonti indistinte, non verificabili, cui prestiamo attenzione volenti o nolenti. E non ne siamo solo le vittime, ma anche gli artefici, perché contribuiamo al chiasso generale riversando le nostre opinioni, le nostre fotografie, le nostre accensioni emotive addosso a chi non è potenzialmente interessato.

Una nuova dipendenza
Lo spionaggio da portineria, così ben descritto nel “Viaggio al termine della notte” dello scrittore francese Céline, è oggi alla portata di tutti quelli che non hanno una guardiola a disposizione. Siamo divenuti degli impiccioni, oltre che degli opinionisti e dei diffusori della nostra immagine. E dimentichiamo nomi e fatti e date, non perché ancor giovani siamo già invecchiati, ma perché sappiamo troppe cose di troppi ambiti di troppe epoche. Siamo per la sostenibilità del consumo cerebrale, ma l’abbiamo delegata a Google, che ci incoraggia a non selezionare né memorizzare i dati.

L’offerta dell’informazione gratuita e accessibile è troppo appetitosa, ed è, di fatto, una nuova forma di dipendenza. Per curarla, in quella terra del rehab che sono gli Stati Uniti, già fioriscono costose cliniche in cui isolarsi e provare a cancellare dati, per poi, come buona parte dei tossici, ritornare allegramente alla consueta abbuffata.

L'autore

Camilla Baresani

Camilla Baresani Scrittrice. Di origine bresciana, vive a Milano. È autrice di romanzi - gli ultimi due sono "Gli sbafatori", Mondadori e "Il sale rosa dell'Himalaya", Bompiani -, di saggi e di racconti. Collabora con diversi giornali, tra cui "Io Donna" e "Sette" del "Corriere della Sera", "Il Foglio", "IL" di "Il sole 24 ore" e "LINC". È docente di Scrittura creativa al Master in giornalismo multimediale della università IULM ed è presidente del Centro Teatrale Bresciano.