Rompere il tetto di cristallo


In alcuni settori la parità di genere ai vertici si avrà tra 400 anni. Sostenibilità significa cambiare fin da ora


Rompere il tetto di cristallo

Una delle obiezioni più ricorrenti di fronte alla scarsa presenza delle donne nei posti di comando – e quindi tra i dirigenti e i top-manager – è quella del tempo. «È solo un retaggio del passato», dicono in molti. «La parità arriverà con il ricambio generazionale», sostengono altri. Come spiegare la forte femminilizzazione di alcune professioni – per esempio la medicina – con l’esiguo numero di primarie? Semplice: come una banale questione di coorti demografiche.

Secondo questa prospettiva, le disuguaglianze di genere rappresenterebbero un fenomeno desueto destinato a venire meno nella misura in cui, in molte professioni, la distribuzione di uomini e donne tra le nuove generazioni è paritaria. E la raggiunta parità – oggi – tra i più giovani si trasmetterà – domani – ai senior.

donne-lavoroLe vere cause del “tetto di cristallo”
Insieme alla retorica sulla “maternità come causa di tutti i problemi”, di cui ci siamo occupati nello scorso numero, quella del “tempo” è la seconda fake news, per utilizzare un termine oggi attuale, che ricorre tra i negazionisti del cosiddetto “tetto di cristallo”, ovvero di quel meccanismo invisibile che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni apicali. Eppure i numeri dicono altro: che non è solo una questione di figli e di mancate politiche di conciliazione vita-lavoro. E che non è solo una questione di ricambio generazionale.

Detto altrimenti: la progressiva perdita di talenti femminili nelle varie tappe di carriera è un meccanismo che costantemente si rinnova, a causa del persistere degli stereotipi di genere. La prova del nove la forniscono gli studi sperimentali, oggi sempre più utilizzati dagli economisti, che si concentrano non tanto sul numero aggregato di uomini e donne nei vari “step” della carriera, ma sul “qui ed ora” della selezione e della promozione. E che mostrano come, a parità di CV, gli uomini hanno più probabilità di essere assunti. O come, a parità di performances, gli uomini hanno più probabilità di essere promossi.

L’obiezione del tempo ricorre più forte laddove le professioni si stanno femminilizzando, come per esempio tra i professori universitari. A smentirla tuttavia ci sono i numeri. Quelli di Paolo Rossi, a lungo membro del consiglio universitario nazionale e autore di diversi report su donne e accademia. Per capire se il tetto di cristallo verrà meno con il passare degli anni oppure al contrario continua a riprodursi, Rossi confronta la percentuale di donne reclutate per fascia sul totale (per esempio tra i ricercatori, tra i professori associati e tra i professori ordinari) con la percentuale complessiva delle donne in quella stessa fascia.

donne-comando-3Cosa aspettarsi dal futuro
Il primo dato fornisce informazioni sul “qui ed ora” del reclutamento. Il secondo è un dato aggregato di “stock”, che risente delle assunzioni e delle promozioni fatte negli anni passati. E dai dati del Miur, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, emerge che – negli ultimi quindici anni – il primo è in linea con il secondo. Ciò significa che non ci sarà alcun miglioramento, per le donne, negli anni futuri, ovvero che la rappresentanza femminile, tra i professori associati in particolare, non è destinata a crescere.

Anzi, a causa della riforma Gelmini – che ha sostituito il vecchio ricercatore a tempo indeterminato con il nuovo ricercatore a tempo determinato – le cose sono peggiorate, poiché i dati mostrano una propensione ad assumere più ricercatori a tempo determinato di sesso maschile rispetto alle donne, quando storicamente questa fascia è sempre stata tutto sommato paritaria. Non solo non si sta andando avanti: si sta addirittura tornando indietro. Dopotutto, lo scriveva già nel 2013 Rossella Palomba, demografa al CNR, in “Sognano parità”, che la rivoluzione di genere nella società italiana non è ancora avvenuta.

Nel suo libro Palomba conduce una simulazione interessante, calcolando il tempo necessario per raggiungere un’effettiva parità di genere nei posti di comando in alcune professioni o categorie. Prendendo in considerazione gli attuali tassi di crescita femminili nelle posizioni apicali e assumendo che la popolazione oggetto d’analisi rimanga invariata, queste le previsioni: il 2037 sarà l’anno della parità tra i dirigenti dei ministeri, il 2087 quello tra i dirigenti del sistema sanitario nazionale, il 2425 sarà l’anno della parità ai vertici della magistratura, il 2660 tra i diplomatici. Come dire, se è pur sempre vero che si tratta di tempo, questo tempo è eccessivamente lungo e sfinente. E di tutto ciò chi è oggi in posizione di comando nelle aziende è chiamato a occuparsene. Perché fare impresa sostenibile significa anche promuovere concretamente le pari opportunità: senza aspettare che piovano dal cielo.

L'autore

Camilla Gaiaschi

Camilla Gaiaschi Assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. Ph.D. in sociologia e giornalista professionista. Le sue ricerche vertono sui temi del lavoro, del welfare, del genere e delle pari opportunità. Per il centro di ricerca GENDERS (Gender & Equality in Research and Science) di Unimi si occupa di disuguaglianze di genere nelle carriere scientifiche. È autrice del libro 'La geografia dei nuovi lavori. Chi va, chi torna, chi viene' (Fondazione Feltrinelli). È contributor per due blog del Corriere della Sera: la Nuvola del Lavoro (nuvola.corriere.it) e la 27Ora (27esimaora.corriere.it).


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