Dare al domani per ricevere oggi


Oggi il futuro rischia di diventare un peso per i giovani: il caso per un nuovo patto tra generazioni


Dare al domani per ricevere oggi

“Che vuoi fare da grande?” Ogni bambino, prima o poi, è invitato a cimentarsi in quest’esercizio di immaginazione. Ma se l’immaginazione non ha limiti, il futuro può averne. «Il cambiamento climatico definirà i contorni di questo secolo più di ogni altro fenomeno» – ha ripetutamente ricordato Barack Obama da Presidente e, recentemente, al Global Food Innovation Summit di Milano, Seeds&Chips.

Non è opinione, ma scienza: al ritmo attuale, il surriscaldamento globale ridurrà l’estensione, la coltivabilità e la produttività delle terre, costringendo a nuove migrazioni e sollecitando disastri naturali. Il perimetro del 21esimo secolo sembra ridursi a colpi di modelli di consumo e produzione insostenibili.

Una pesante eredità
Le possibilità di una generazione sono inevitabilmente determinate dalle scelte di quella precedente. Da una parte dipendono da limiti fisici, come l’abbondanza di risorse naturali e la pulizia dell’ambiente. In altre parole quanto e cosa avrà la prossima generazione dipende dal quanto preserveremo i “confini del pianeta”. Dall’altra parte l’opportunità di un giovane di migliorare le proprie condizioni rispetto a quelle dei genitori deriva dalla qualità del capitale umano, sociale e istituzionale del Paese: società inique, discriminatrici o violente lasciano poco spazio anche ai più preparati di noi, così come l’assenza dello stato di legge e del merito.

Oggi, il futuro rischia di diventare un peso per i giovani, piuttosto che un’eredità. Negli Stati Uniti, un gruppo di adolescenti ha fatto causa al governo perché le risorse naturali del pianeta potrebbero essere “così profondamente danneggiate” da minacciare i diritti fondamentali alla vita e alla libertà delle prossime generazioni. Nella maggior parte dei Paesi sviluppati, gli attuali ventenni rischiano di essere la prima generazione ad essere più povera dei genitori. Sette italiani su 10 tra i 18 e i 32 anni vorrebbero essere indipendenti, ma condizioni economiche e lavorative li forzano a rimanere a casa dei genitori.

La sostenibilità come necessità
In un numero di Paesi europei senza precedenti la società è letteralmente in stallo: il numero di uomini capaci di migliorare la propria condizione rispetto a quella della generazione precedente – ovvero, capaci di mobilità intergenerazionale – è uguale a quello di coloro che sembrano non farcela. 
La sostenibilità è, letteralmente, la capacità di una persona, di una società o di un Paese di sostenere benessere e risorse nel tempo – e dipende dalla nostra abilità di gestire l’istinto umano di avere tutto, troppo e subito. Al momento, stiamo fallendo: la maggior parte di noi ritiene che la vita sarà più dura per la prossima generazione. In altre parole, insostenibile.

La sostenibilità, in generale, e l’equità tra generazioni, in particolare, non sono solamente un imperativo morale, ma una necessità economica e sociale. Tradizionalmente, la famiglia si preoccupa di sostenere il benessere dei più giovani in periodi di transizione, dalla scuola all’apprendistato al lavoro ad esempio. Ma l’attuale ritardo intergenerazionale rischia di essere tanto una condanna alla precarietà per troppi giovani quanto una tassa sui risparmi dei genitori che dovranno sostenerli più a lungo del previsto – e del giusto.

Le sfide del futuro
La conclusione naturale del ragionamento è viziosa – e dannosa per tutti: come sostenere un più pesante carico di pensioni se l’occupazione scarseggia tra i lavoratori che verranno? In Europa, oggi si torna a creare impiego, ma stiamo preparando i giovani ad assumerlo? Attualmente gli studenti europei e, soprattutto, quelli italiani sembrano essere più qualificati che competenti: la scuola e l’università certificano un tipo di apprendimento che non prepara alle sfide del futuro del lavoro. Il fenomeno è particolarmente acuto nelle materie scientifiche e nella matematica, dove un europeo su quattro ha in media lacune di base rispetto agli studenti di altri Paesi sviluppati.

Inoltre, la metà dei giovani europei manca di competenze digitali adeguate, una mancanza che comporterebbe fino a 750,000 posti vacanti nelle occupazioni digitali nel 2020. 
Fortunatamente, il futuro non è una coincidenza, ma un concerto di scelte. Le nostre. In media, i governi europei spendono il doppio sulle pensioni rispetto all’istruzione. Eppure il capitale umano (l’istruzione, la formazione) è l’infrastruttura centrale dell’economia del sapere (la knowledge economy). E se l’investimento in capitale umano non fosse più contato come una spesa ma un investimento? E se definissimo il capitale umano come infrastruttura e investissimo nella forza-lavoro quanto spendiamo per strade e ponti? E se devolvessimo gli investimenti in combustibili fossili all’istruzione della prima infanzia, che assicura un ritorno di capitale di 8 euro per ogni euro investito? E se ogni consiglio d’amministrazione fosse obbligato ad avere uno o due membri Millennials per dare al futuro un posto al tavolo delle decisioni?

Se la sostenibilità fosse un verbo sarebbe il futuro prossimo – e non solo del prossimo, ma di tutti noi. È il momento di coniugare ogni politica e investimento in termini di equità tra generazioni. Solo così, il futuro sarà un’eredità e non un peso per i giovani.

L'autore

Leonardo Quattrucci

Quattrucci Consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, il think tank della Commissione europea che riporta direttamente al Presidente. Nominato da Forbes magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, è anche un Junior Fellow all'Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Italia Giovane nella categoria "Istituzioni". Leonardo si è laureato in Public Policy presso l'università di Oxford e in Relazioni Internazionali presso la John Cabot University.