Promesse insostenibili


Trump e la riforma fiscale. «Il nodo è il debito» dice Andrea Montanino, dell’Atlantic Council a Washington


Promesse insostenibili

“Il re del debito”. Così Donald Trump si era definito 14 mesi fa, quando da semplice candidato disse di amare il debito e di capirlo «meglio di chiunque altro». Se allora l’opinione pubblica poteva permettersi di sorridere, visto che il miliardario di New York discuteva di debito privato, ora guarda al futuro con allarme.

Perché nel frattempo Trump è diventato il 45esimo presidente degli Stati Uniti ed è la sostenibilità del debito pubblico a essere in discussione. Se dal 1999 al 2008 è stato in media pari al 62,9% del Pil, il debito Usa ha imboccato una strada al rialzo che lo ha portato a livelli mai così alti, intorno al 107% nel 2016. E secondo varie stime, è destinato a lievitare. Con Trump.

La sostenibilità del debito e la questione della riforma fiscale
Per questo «intorno alla sostenibilità del debito si gioca la partita della politica economica» dell’inquilino della Casa Bianca, ci spiega Andrea Montanino, economista italiano che dall’ottobre 2014 è direttore del programma Global Business and Economics all’Atlantic Council, un think tank di Washington. 
Tutto ruota attorno alla promessa fatta da Trump: con lui arriverà non solo un piano infrastrutturale da mille miliardi di dollari ma anche e soprattutto «la maggiore riforma fiscale della storia degli Stati Uniti» con tagli alle aliquote per le aziende al 15 dal 35%, con una tassa una tantum per il rimpatrio degli utili generati al di fuori degli Usa dalla Corporate America e con la riduzione delle aliquote per le persone fisiche.

Il punto è che questi stimoli devono essere approvati al Congresso e “venduti” all’opinione pubblica. Come? Per costruire o riparare strade e ponti, ricorrendo ai privati; per abbassare le tasse, riducendo gli sgravi fiscali e in primis garantendo una crescita economica di almeno il 3% annuo. Così facendo – è la tesi – si potrà coprire il mancato gettito. Peccato che per molti quella stima sia “eccessivamente rosea” o semplicemente “ideologica”. 
«Tutto si giocherà sulle stime dell’impatto delle misure fiscali sulla crescita economica», continua Montanino. «Se le stime prevedono un costo iniziale in termini di minore gettito che si ripaga da solo attraverso una maggiore crescita, allora forse [Trump] riuscirà a fare passare la sua riforma. Ma se questo meccanismo non è chiaro e credibile, la situazione sarà problematica» perché l’America non è abituata a vedere un debito al 100% del Pil.

Gli effetti della riforma sanitaria che cancella l’Obamacare
In questo contesto la riforma sanitaria pensata per abrogare quella voluta da Barack Obama diventa essenziale per finanziare almeno in parte quella fiscale. «Al di là dell’efficienza del sistema sanitario, c’è una questione puramente di finanza pubblica», aggiunge l’economista facendo notare un rischio con ricadute sociali e politiche: cancellare l’Obamacare aumenterà il numero delle persone senza un’assicurazione medica.

Uno scenario che potrebbe rendere insostenibile la leggerezza con cui Trump fa promesse. Per Montanino, tra i pochi ad avere previsto la vittoria del miliardario, l’amministrazione Usa si trova ancora in una «situazione da stato confusionale». E visto che l’America di Trump non sembra credere al multilateralismo, tra quattro anni avrà fatto “passi indietro” con un ruolo minore nei grandi consessi come il G20, la Wto o l’Fmi. Si creeranno così degli spazi che la Cina è pronta a occupare e che per l’Europa «rappresentano una grande occasione».

L'autore

Stefania Spatti

Stefania Spatti Scrive da New York per le agenzie di stampa AskaNews e Radiocor (Gruppo 24 Ore). Racconta l'umore dei mercati finanziari e l'America di Trump. Adora il nordic noir. Pratica lo shiatsu. È una foodie.