E se la cultura fosse la miniera d’oro europea?


Arte e cultura sono spesso legate al concetto di gratuità. Sono sostenibili a queste condizioni?


E se la cultura fosse la miniera d’oro europea?

«Hai scritto un libro? Me ne regali una copia?» è una domanda che ogni scrittore si sente rivolgere a ogni nuova pubblicazione, tanto da amici di vecchia data quanto da persone appena conosciute. Qualcuno di noi si sognerebbe di chiedere un intervento gratuito a un dentista o a un avvocato? Qualcuno, chiamando un idraulico, avrebbe il coraggio di domandargli una riparazione omaggio? 
Già i romani scrivevano che carmina non dant panem e artisti di ogni epoca hanno spesso dovuto contare sull’aiuto di mecenati a vario titolo.

La cultura si lega da sempre, seppure in modi diversi, al concetto di gratuità. L’industria culturale è ancora sostenibile a queste condizioni? O rischia di crollare? E se ciò avvenisse quanto sarebbe grave il danno patrimoniale per la comunità?

La cultura come qualcosa di dovuto
In ogni città italiana caffè letterari e associazioni organizzano numerosi incontri pubblici, che hanno un valore sociale oltre che culturale: questi eventi sono nella quasi totalità dei casi gratuiti, eppure i partecipanti non comprano libri e spesso non consumano neppure un caffè. Ci si aspetta che la cultura sia gratis. Qualcosa di dovuto. Da chi? E perché? 
Il motivo è forse da ricercarsi nel pregiudizio diffuso e antico secondo cui la cultura non serva sostanzialmente a nulla (tranne a spiegare il senso della vita, chiosava sarcasticamente Henry Miller).

Basta guardarsi attorno per rendersi conto di quanto in realtà l’arte sia un patrimonio dall’enorme valore economico. Non sto parlando semplicemente dei musei o delle attrazioni turistiche, da cui ogni singolo cittadino trae beneficio economico, perché l’indotto ricade sull’intero territorio. (Qualche anno fa, durante una lunga peregrinazione nel sud degli Stati Uniti, arrivai a El Paso, città al confine tra il Texas e il Messico, dove assume il famigerato nome di Ciudad Juarez. Ebbene, in un ristorante del centro il proprietario si disse stupito dal fatto che i turisti europei visitassero la sua città. «Che ci fai qui?» continuava a ripetermi, citando senza saperlo Bruce Chatwin. Già, che ci facevo lì? Mi ci avevano condotto film, libri e canzoni: sedevo a quel tavolo a bere birra in compagnia di John Ford, Cormac McCarthy e Johnny Cash. È a loro che doveva andare il sentito ringraziamento del ristoratore, dell’albergatore e degli altri esercenti a cui avevo portato i miei dollari – senza contare le tasse per la comunità).

La nostra cultura sui mercati internazionali
In realtà l’impatto della cultura è molto più profondo, anzi radicale in tutti i sensi, specialmente in un paese come l’Italia, ma il discorso vale anche per l’intera Europa. Se i nostri stilisti sono riusciti ad affermarsi nel mondo, se i prodotti di lusso italiani conquistano i mercati internazionali, se i vini nostrani fanno bella figura sul tavolo di cinesi e russi, il merito è anche e soprattutto del fatto che hanno avuto un “lancio” millenario, un’enorme campagna pubblicitaria che va avanti da secoli e che è stata ideata – per quanto inconsapevolmente – da autentici geni.

Maison, aziende alimentari, case automobilistiche sono soltanto l’ultima fogliolina di un gigantesco albero che affonda le radici in una tradizione culturale inestimabile: valgono proprio perché sono note a piè pagina di un immenso capolavoro. Senza Dante e Leonardo, Cicerone e Michelangelo, Rossini e Giotto, Giorgio non sarebbe re. Sono le storie a muovere le economie. E ogni volta che paghiamo un libro, un disco, una mostra, una lezione, scriviamo un pezzetto di quella storia.

L'autore

Davide Mosca

Davide Mosca Davide Mosca è nato a Savona e vive a Milano, dove dirige la libreria Verso. Editorialista di Riza Psicosomatica, è autore di una quindicina di libri tra romanzi e saggi.