Smart Campus, la sostenibilità scende in campo


Nella componentistica di sistema e nella robotica, Pechino vuole diventare autonoma al 70% entro il 2025


Smart Campus, la sostenibilità scende in campo

Sono passati sette anni da quando una università italiana, il Politecnico di Milano, applicava nel centralissimo distretto di Chaoyang a Pechino, un sistema di raccolta differenziata ‘intelligente’. Obiettivo: la raccolta differenziata di plastica e alluminio presenti nel quartiere della capitale cinese tramite 150 cassonetti chiamati ‘smart’ controllati direttamente dall’ateneo, a migliaia di km di distanza!

Vero e proprio laboratorio di sostenibilità che da allora non si è mai fermato e che ha l’obiettivo di lavorare con le istituzioni, le aziende, la scuola cinese per migliorare la qualità della comunità che ci vive. Da una parte, l’applicazione di soluzioni tecniche per far sì che edifici e spazi siano produttori di qualità ambientale. Dall’altra favorire lo sviluppo di atteggiamenti consapevoli nei confronti del consumo delle risorse, della produzione dei rifiuti, di una mobilità responsabile.

Verso una rivoluzione urbana
Vedremo davvero nel prossimo futuro una Cina più verde, ecologica e pulita, come quella prospettata nei futuristici progetti di architetti europei ed americani per la riqualificazione urbana delle metropoli del paese di mezzo? Entro il 2030 almeno un miliardo di cinesi, molto probabilmente, vivrà nelle grandi città. Una delle maggiori rivoluzioni urbane della storia che porterà alla formazione di una sconfinata classe media, creando quindi delle opportunità anche per le nostre piccole e medie aziende. Ma occorre far sì che questa rapida crescita non si traduca ancora una volta in grave inquinamento e seri problemi per la salute.

«Certamente si rafforzerà la domanda di servizi sociali, sanità e assistenza della popolazione anziana, di tutto ciò che ha a che fare con le tecnologie verdi e le energie rinnovabili e con il trattamento dei rifiuti e delle acque», spiega l’ambasciatore italiano in Cina Ettore Sequi. Il nostro paese punta molto sul piano cosiddetto “China 2025”, che trasformerà la Cina da fabbrica del mondo a paese dell’internet delle cose, complementare al progetto italiano Industria 4.0. In questa cornice Sequi ritiene che le aziende italiane possano svolgere un ruolo di primo piano sui processi di modernizzazione in atto nel sistema cinese.

Un campus italo-cinese
Importantissimo in questo contesto il lavoro delle università e il Politecnico di Milano. L’ateneo continua a giocare un ruolo molto importante con il suo capitano Giuliano Noci, vice rettore e professore di Marketing, artefice del recente accordo con la Tsinghua University per la realizzazione di un campus congiunto italo-cinese, che dà l’avvio alla collaborazione tra Polihub (che si occupa di startup all’interno del Politecnico) e Tus Start, l’incubatore più grande al mondo che sovrintende a 80 business park in Cina con oltre 8 miliardi di dollari di fatturato.

Il lavoro di Noci e del suo team è importante anche per l’università: è un po’ un laboratorio e significa anche offrire alla città, all’amministrazione e alle imprese, un luogo di sperimentazione per soluzioni che possono essere estese e applicate a intere metropoli, che si tratti di auto elettriche, di riorganizzare la ristorazione a chilometro zero, di soluzioni per la produzione decentrata di energia. E la Cina ha disperatamente bisogno di tutto questo.

L'autore

Mariangela Pira

Mariangela Pira Giornalista professionista, responsabile del Desk China di Class Editori. Scrive per Milano Finanza e da Class Cnbc cura le finestre sulle borse per Skytg24. Per il Ministero degli Affari Esteri ha curato Esteri News, notiziario della diplomazia italiana, progetto per cui ha viaggiato in Afghanistan, Iraq, Libano, Israele, Palestina e negli altri paesi dove è presente la Cooperazione italiana. Ha iniziato la sua carriera all’Ansa di New York. Ha scritto per Hoepli La nuova rivoluzione cinese.