Nella valle delle Cartiere nuova vita al rifiuto


Sul lago di Garda, il progetto divenuto realtà di Filippo Cantoni riprende un’antica tradizione di sostenibilità


Nella valle delle Cartiere nuova vita al rifiuto

Il riciclo fa parte della storia della carta. Si faceva con gli stracci, secondo la millenaria formula inventata dai cinesi, e in Europa l’hanno importata gli arabi attraverso la via della seta, i deserti, le oasi e i caravanserragli dell’Asia centrale. Prima i supporti per la scrittura erano il papiro, troppo fragile, e la pergamena, la pelle di pecora, troppo costosa. Toscolano 1381, una produzione artigianale di carta fondata nel 2015 da Filippo Cantoni (nella foto in evidenza), nella valle delle Cartiere, sul lago di Garda, usa tessuti e colori naturali, riprendendo un’antica tradizione di sostenibilità.

LINC ha intervistato il giovane imprenditore. «La nostra storia inizia alla fine del 1300, iscritta nella ragione sociale sotto forma di data. Quando i mastri cartai usavano gli stracci usati» dice Filppo Cantoni, nella sede dell’azienda, in una valle dove la vegetazione quasi mediterranea del Garda si infiltra in un paesaggio gotico, dominato dalla montagna e da un fiume che faceva muovere i macchinari necessari a trasformare stracci in polpa lavorabile, i mulini della carta.

Un foglio appena prodotto (Foto di Fabrizio Annibali)

Un foglio appena prodotto (Foto di Fabrizio Annibali)

Cosa è cambiato nella produzione?
«Oggi è cambiato poco, usiamo le stess fibre, cotone canapa e lino, partendo sempre da tessuti anche usati o prodotti di fibra grezza, quindi non riciclati ma sempre ecologici. I prodotti di fibra grezza li compriamo direttamente. Il mercato è piccolo in Italia. C’è una azienda a Milano che si chiama Paoly. Lavorano dal 1919. Cerchiamo comunque di accentuare questo lato. Qualche mese fa un nostro fornitore, Maeko, produttore di tessuti naturali, mi contatta e mi informa che una grossa azienda produttrice di parmigiano e grana padano, la Zanetti, intende muoversi verso la sostenibilità ambientale per riciclare le tele di lino usate per raccogliere la cagliata, il latte coagulato, e metterlo nelle forme».

Che cosa ti ha stimolato in questo progetto?
«Quello che mi stimola è dare nuova vita a un rifiuto. È lino ma l’industria lo vede come rifiuto. Ti do una nuova vita che è una nuova vita dignitosa.

La carta è lo strumento
privilegiato per la
diffusione della cultura.

Abbiamo fatto una prova e poi abbiamo contattato l’azienda presentando i loro rifiuti trasformati in carta. Rodolfo Zanetti, uno dei proprietari dell’azienda, ha accolto la proposta e oggi inviano a Toscolano 1381 i tessuti. Un centinaio di teli al mese. Li trasformiamo in fogli per l’arte, la ristorazione, carte intestate, biglietti da visita e prodotti promozionali di musei, segnalibri, agende e quaderni. Per ora il trenta per cento della nostra produzione deriva da questo processo di riciclo. Sicuramente la percentuale crescerà».

Che carta viene fuori da tessuti per raccogliere la cagliata del parmigiano e del grana?
«Dal punto di vista diciamo estetico, è carta come l’altra. Dal punto di vista olfattivo l’odore sparisce perché il tessuto subisce diversi lavaggi. Essendo di lino sarà magari meno morbida rispetto al cotone, ma più resistente. Si presenta bene. Bordo irregolare che piace al mercato. Va bene per l’editoria».

Filippo Cantoni tra le rovine di un'antica cartiera (Foto Fabrizio Annibali)

Filippo Cantoni tra le rovine di un’antica cartiera (Foto Fabrizio Annibali)

Al di là del lino riciclato, qual è la sostenibilità della tua azienda?
«Usiamo unicamente materiali ecologici. O da prodotti riciclati o da fibre naturali prodotte da coltivazioni biologiche. I colori che diamo sono naturali, giallo zafferano e la curcuma, rosso usiano la robbia, per il marrone scuro o nero usiamo il mallo di noce, come gli antichi pittori. Praticamente si potrebbero mangiare. Il risotto allo zafferano pare sia stato inventato quando un pittore a Milano ha fatto cadere nella pentola il giallo prodotto così. Leggenda e realtà si confondono. Come cibo e colore».

Chi sono i vostri clienti?
«Abbiamo come clienti diversi ristoranti di un certo livello. Il Lido 84 a Gardone Riviera di Riccardo Camanini, stellato, uno dei più in vista dell’attuale ristorazione, per i suoi menù usa le nostre carte. Poi l’H2O di Saulo Della Valle a Moniga del Garda. E l’Hotel Villa Sostaga che si trova a Gargnano. Quando i menù devono essere sostituiti li ritiriamo e li ricicliamo. A noi la chimica non ci tocca. Non mettiamo additivi, sbiancanti, fosfati, cloruri. Anche le colle sono naturali, o colle di coniglio, estratte dalle cartilagini, o la gomma arabica. In questo caso abbiamo carta vegana. Ci sono clienti che la richiedono. Una cartiera classica utilizza molta più chimica di noi».

Cosa facevi prima di prima della cartiera? Come sei arrivato in questa valle tra le rovine di cartiere antiche e la natura impervia che domina il lago?
«Stavo studiando scienze forestali a Padova e, poco prima di dare la tesi, mi sono messo a lavorare nel settore dello sviluppo locale, intuendo che il filone dei fondi pubblici e privati sarebbe diventato sempre più una boccata di ossigeno per le aere minori. Quando mi hanno proposto di continuare a collaborare ho messo in stand by la tesi e sono andato avanti. Continuando a lavorare in questo campo ho provato molta delusione nel constatare che progetti lanciati come punti di svolta all’esaurirsi dei finanziamentisi chiudono. L’impatto è nullo.

Ho pensato a un progetto
che continuasse anche dopo

l’esaurimento dei fondi

Per la prima volta ho scritto un progetto da solo, pensandolo per la valle delle cartiere, un luogo a me caro, perché fa parte del territorio in cui sono nato e dove lavorava mio nonno Battista. È successo nel 2013».

Quindi oltre che un punto di arrivo è stato anche un ritorno alla tua storia familiare…
«Lui faceva questo lavoro: tagliava i rami degli alberi per alimentare il fuoco delle caldaie a vapore nelle cartiere. Questa valle, prima di essere abbandonata, si è in parte industrializzata. I lavori erano a rotazione. Non specializzati. Il nonno aveva anche altre mansioni. Possiamo dire che era un cartaio».

Come hai finanziato in progetto?
«Con soli 170mila euro, ottenuti grazie a un finanziamento di fondazione Tim, a un contributo del comune di Toscolano, e all’impiego di risorse finanziarie personali, ho fondato quella che oggi si chiama Toscalano 1381, Antica Cartiera del Garda, nel 2015».

Un apprendista maestro cartaio al lavoro (Foto Fabrizio Annibali)

Un mastro cartaio al lavoro (Foto Fabrizio Annibali)

Come li hai investiti?
«Anziché spendere tutto in eventi o pubblicazioni, che danno visibilità ma finiscono in nulla, cosa che avevo visto fare troppe volte, ho speso soldi in formazione, 2500 ore, non sono poche, e per analisi di mercato. Ho assunto tre giovani under 35, che oggi fanno il mestiere che a Toscolano si è fatto fin dall’antichità. Il cartaio. È stata una soddisfazione poter scrivere la parola mastro cartaio su un contratto di lavoro. Chissà da quanto tempo non succedeva più. La collocazione in questo contesto storico ci ha molto aiutato, ma ha anche fatto bene al museo della carta, fondato nella cartiera dove ha sede l’azienda, qualche anno prima che nascessimo noi. Connubbio museo e impresa, un binomio per far muovere il treno della ripresa in Italia».

Come avete fatto a ritrovare le antiche tecniche abbandonate?
«Oltre alla sostenibilità abbiamo un ruolo sociale, perché presso il nostro laboratorio collaborano i cartai pensionati della cartiera industriale di Toscolano, che hanno fondato il museo della carta e si sono messi a cercare di capire le attività di chi li ha preceduti, sfogliando antichi documenti e libri come l’Encyclopedie di Diderot. Sono un grande bagaglio di consigli, di stimoli e di risoluzione di problemi».

I cartai più celebri di questa zona erano i Paganini. Si può intravedere in te un pizzico della loro intraprendenza e della loro follia…
«Intraprenza forse, follia spero di no. I Paganini erano stampatori veneziani, che hanno scelto questa valle per acquistare la loro cartiera, gli stessi del primo Corano stampato. La valle delle cartiere lavorava soprattutto per la Repubblica di Venezia. I mussulmani non erano pronti per pregare su un libro stampato. Il progetto, su cui hanno investito moltissimo, è fallito tragicamente. Era troppo avanti per il mercato. Siamo molto fieri del nostro trascorso storico, che cerchiamo di far emergere in mostre e convegni, collaborando con il museo della carta di Toscolano, dove si trovano diversi libri prodotti dai Paganini».

L'autore

Antonio Armano

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli