Strategia della sostenibilità


I limiti dell’uomo possono essere superati se cooperiamo alla creazione di un ecosistema equilibrato


Strategia della sostenibilità

di Jacopo Mele e Aura Mele

Ognuno di noi ha dei limiti di cui è più o meno consapevole. Ciò che siamo in grado di sostenere nelle nostre giornate, e nelle nostre vite, dipende dal grado di flessibilità che poniamo intorno a questi stessi limiti. Molti di noi sanno che quanto più riusciamo a spostare in avanti l’asticella di questi molteplici e interni confini, tanto più lo spazio ricreato andrà – allargandosi – a permetterci di includere più esperienze, avendo generato una resistenza maggiore.

La resistenza nasconde in sé un concetto paradossale: la necessità di essere vinta per generarne una rinnovata e più vigorosa in chi la vince. Ogni qual volta che avremo vinto (e guadagnato) una nuova resistenza, avremo vinto anche la forza per sostenere una nuova situazione.

I limiti fisici e la sostenibilità
Il concetto di sostenibilità e del suo contrario appare tanto più chiaro, quanto più da vicino guardiamo i nostri limiti. Possiamo osservarne molteplici, e di diversa natura. Senza volerci inoltrare nell’analisi dei limiti mentali che insidiano e inficiano quotidianamente la nostra qualità di vita – e la nostra felicità – ci basterà pensare a quelli fisici con i quali ci scontriamo altrettanto di frequente. Un essere umano privato dell’acqua è in grado di sopravvivere all’incirca cento ore.

Nello stesso ecosistema in cui viviamo noi esseri umani, vive una creatura grande meno di un millimetro così resiliente da poter resistere senza acqua per interi decenni. Sempre la stessa creatura è in grado di sopravvivere agli ambienti più freddi, così come a quelli più caldi. Questa creatura è il Tardigrado, ed è uno degli animali più resistenti al mondo anche se a vederlo sembrerebbe più un tenero micro-astronauta, abbigliato in una buffa tuta spaziale di due taglie più grande. Molti organismi hanno bisogno di acqua per sopravvivere, per permettere ai processi metabolici di funzionare.

La strategia di sopravvivenza
A questo proposito, è interessante notare come la strategia di sopravvivenza del Tardigrado – conosciuto anche come orso acquatico – aggiri per intero la dipendenza dall’acqua attraverso un processo chiamato Anidrobiosi (dal greco, letteralmente “vita senza acqua”) . Questa proprietà permette al Tardigrado di sopravvivere anche in uno stato di totale disidratazione. È un po’ come se noi sviluppassimo la capacità di resistere per decenni senz’aria. Provate a pensarci.

Il concetto di sostenibilità, in quest’ottica, prende una nuova forma. Mette noi e i nostri confini al centro, ci trasforma in parte attiva. Noi cooperiamo alla creazione di un ecosistema equilibrato, in grado di autoregolarsi. Un ecosistema in equilibrio, infatti, è implicitamente sostenibile. È proprio il concetto di equilibrio a costituire il nucleo più profondo dell’idea di sostenibilità.

Quando il rapporto tra il carico e la forza è in equilibrio, nasce la sostenibilità. Quando siamo in grado di aumentare la forza al di sotto dei carichi, nasce la resistenza. Quando nasce la resistenza, la sostenibilità diventa la norma. Una formica può sollevare 50 volte il proprio peso, uno scarabeo 850. Siamo davvero troppo piccoli per generare la resistenza necessaria per fronteggiare gli squilibri che questo nostro presente ci esorta a riequilibrare?

L'autore

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli