Quando la formazione de-forma


L’apprendimento continuo ha un costo per i lavoratori e c’è chi ritiene che gli studi uccidano lo spirito imprenditoriale


Quando la formazione de-forma

Un tempo erano solo i rampolli dei ceti più abbienti a potersi permettere di studiare a lungo, a volte tutta la vita, per giunta senza la fastidiosa necessità di dover mettere a frutto ciò che andavano imparando. Invece, operai, braccianti, artigiani, agricoltori, impiegati, medici, dirigenti d’azienda, una volta terminato l’apprendistato o gli studi entravano immediatamente in un mondo del lavoro destinato a non mutare.

Stesse tecniche, stessi trucchi, stesse regole sino alla vecchiaia. Oggi, chi è straordinariamente ricco e non ha voglia di lavorare, difficilmente si dedica ai piaceri dell’erudizione; meglio ritrarsi su Instagram immersi in svaghi lussuosi.

La formazione continua
D’altro canto, per chi invece lavora, la formazione è continua. I camerieri devono imparare le lingue, tante, sempre di più. Impiegati, architetti, giornalisti, dirigenti devono frequentare corsi di aggiornamento, “tirocini professionalizzanti curriculari ed extra-curriculari”, progetti formativi, di orientamento e di raggiungimento degli obiettivi, e sono obbligati a “formarsi” sugli adempimenti alle norme di sicurezza e dell’ANAC, e questo fino a quando vanno in pensione.

Di fatto, il costo del lavoro contemporaneo è gravato da una tassa formativa occulta, a spese dell’azienda se il lavoratore è assunto, a spese del lavoratore se si tratta di uno dei tanti precari di cui è disseminato il nostro mondo. Lavorare stanca ma soprattutto lavorare costa. Nella vita di ognuno di noi ci sono anni passati a studiare, ad accumulare corsi di specializzazione, di aggiornamento, a frequentare master e magari anche a farci stritolare da vecchi prestiti d’onore.

Se la formazione ferma l’avventura imprenditoriale
Sappiamo che negli Stati Uniti non è infrequente il caso di bancarotte individuali, dovute proprio all’insopportabile peso dei debiti accumulati per studiare. Se il billionario Michael Bloomberg ha donato per gratitudine oltre 1 miliardo di dollari all’università dove ha studiato, la Johns Hopkins, immaginando che le borse di studio da lui finanziate permetteranno di instradare e sostenere studenti meritevoli, ci sono invece altri billionari che ritengono funesti gli studi universitari.

Ucciderebbero la creatività, il senso di avventura imprenditoriale, l’entusiasmo: una costosa perdita di tempo, con i soliti non laureati Steve Jobs e Bill Gates citati come esempio. In California, ormai da decenni terra di ogni innovazione tecnologica ma anche sociale, uno dei più celebri ricconi, il quarantanovenne Peter Thiel, cofondatore di PayPal nonché primario azionista di Facebook, ha creato nel 2012 il programma ThielFellowship, con una borsa di 100.000 dollari assegnata a studenti che hanno un’idea brillante (la selezione avviene in seguito a una presentazione di due minuti e mezzo del proprio progetto). L’obiettivo di Thiel è che i più brillanti abbandonino gli studi e sviluppino il proprio progetto senza perdere tempo a de-formarsi a Stanford o a Princeton.

L'autore

Camilla Baresani

Camilla Baresani Scrittrice. Di origine bresciana, vive a Milano. È autrice di romanzi - gli ultimi due sono "Gli sbafatori", Mondadori e "Il sale rosa dell'Himalaya", Bompiani -, di saggi e di racconti. Collabora con diversi giornali, tra cui "Io Donna" e "Sette" del "Corriere della Sera", "Il Foglio", "IL" di "Il sole 24 ore" e "LINC". È docente di Scrittura creativa al Master in giornalismo multimediale della università IULM ed è presidente del Centro Teatrale Bresciano.