Così ti aiuto a diventare startupper


Dai progetti delle università fino a community e training session: gli strumenti a supporto dell’imprenditorialità


Così ti aiuto a diventare startupper

Il numero delle startup continua a crescere ma il tasso di sopravvivenza a tre anni dalla nascita rimane fermo all’80% (dati Assolombarda per le nuove società hi-tech lanciate in Lombardia): ci si chiede, dunque, se non sia necessario rafforzare le competenze dei founders. E se possano essere efficaci a questo fine percorsi didattici mirati. Insomma: startupper si nasce o si diventa? Esiste un percorso di formazione privilegiato? Campus e Academy servono davvero?

Antonio Leone

Difficile trovare buoni progetti su cui investire
Il primo a rispondere è Antonio Leone, presidente di Iag Italian Angel for Growth, il principale network di business angel in Italia, tra i top 5 investitori di venture capital italiani. Una realtà molto selettiva tanto che dall’anno della sua fondazione, il 2007, su 3.084 proposte presentate ne ha finanziate 38, erogando una media di 317mila euro per round e raggiungendo un totale di 17 milioni di euro.

La ragione? «È difficile riuscire a reperire buoni progetti. Questo accade perché scontiamo delle mancanze proprio nella formazione, specie in campo accademico. Le università italiane – spiega Leone – sono eccellenti nella ricerca di base, ma non altrettanto nella ricerca applicata, come accade invece in Svezia, Stati Uniti o Israele». Questo ha ricadute pensanti sulla capacità di fare impresa, specie nel campo dell’innovazione. «Le università – ribadisce Leone – devono capire che bisogna coltivare il talento, perciò ben vengano esperienze formative di questo tipo che insegnino ai ragazzi a lavorare in team e favoriscano la conoscenza dei processi».

Jari Ognibeni

Gestire la fiscalità e i processi
Già i processi. Ovvero: imparare a gestire le risorse umane, il budget, i contratti. Un aspetto che potrebbe diventare oggetto di un ipotetico “manuale” per startupper. Ne è convinto Jari Ognibeni, amministratore delegato di Industrio, acceleratore industriale per hardware startup, dette anche “aziende concrete”. «I founders che ho incontrato in questi anni di attività si sono sempre dimostrati molto capaci nell’ideazione e nella progettazione del prodotto, magari anche nella ricerca dei clienti, ma molto più deboli nella gestione della fiscalità e dei processi. Experties – chiarisce – che dovrebbero essere oggetto di un apposito corso».

Secondo Ognibeni, infatti, la formazione per i neo imprenditori ha senso solo se è volta a migliorare e affinare potenzialità già esistenti. «Non credo a chi dice “questo è un corso che ti insegna a diventare startupper”. Non avrebbe alcun senso: si diventa imprenditori per passione, per capacità, per una forte motivazione. Ha più senso, invece, ed è decisamente più efficace, supportare chi diventa imprenditore nella gestione di processi». «E questo – assicura – è ancora più vero in Italia dove gli startupper non possono limitarsi a mostrare il loro talento, come accade nella Silicon Valley, ma devono essere abili a 360 gradi».

Sbagliando s’impara
C’è poi chi, avendo sperimentato sulla propria pelle cosa vuol dire fare una startup sbagliando, ha deciso di mettere i propri errori a servizio dei futuri imprenditori, lanciando una community dal nome singolare: Peekaboo che in italiano vuol dire «bubusettete». Un luogo in cui sviluppatori, esperti di marketing, hacker e fuoriclasse dell’innovazione collaborano per trasformare le idee in startup. «Siamo nati all’interno del Campus universitario di Roma TorVergata e organizziamo da quattro anni a questa parte il Lean Startup Program, un corso intensivo di tredici lezioni dal taglio molto pratico, tenute dai migliori mentors e advisors del panorama digital italiano» racconta Paolo Napolitano, CEO di Peekaboo e docente all’Università di Tor Vergata.

Il programma, che a oggi ha visto il coinvolgimento di 300 founders e 20 mentors, ha portato alla creazione di 15 startup, mentre il 70% delle partecipanti ha ricevuto nel giro di sei mesi dalla conclusione una proposta di finanziamento. «Un successo raggiunto perché applichiamo una formazione learning by doing, ovvero “imparare facendo” su tutte le fasi della startup: l’idea, quindi la valutazione preliminare delle intuizioni dei partecipanti, la validation, dunque, l’analisi dell’idea rispetto al mercato, il development, cioè lo sviluppo di un prototipo e il pitch, la presentazione» precisa Napolitano.

Paolo Napolitano

Durante il programma, infatti, gli aspiranti startupper vengono messi alla prova con presentazioni e attività sul campo, affinché possano capire quali sono i capisaldi del mondo in cui intendono tuffarsi, senza incorrere in errori. «Durante questi percorsi di formazione ci rendiamo conto di quali siano le esigenze più sentite dagli startupper, i territori inesplorati nel loro percorso d’impresa – riprende Napolitano – ed è su quei punti che cerchiamo di intervenire. I più diffusi? Non voler condividere le proprie idee, non accettare eventuali trasformazioni dei propri progetti e dei team inizialmente scelti e non proporsi nel modo corretto alle aziende per rintracciare i primi clienti».

Un aspetto, quest’ultimo, fondamentale per ogni impresa tanto che per porvi rimedio Pekaboo sta sensibilizzando le realtà più innovative con un programma specifico – già attivato da Enel e Unilever – che porterà gli aspiranti startupper a confrontarsi con i manager delle multinazionali su sfide aziendali.
Ma attenzione, a poco a poco anche il mondo della scuola sta iniziando ad aprirsi al sistema startup, formando, prima degli studenti, i professori.

L’educazione imprenditoriale
È il caso di The Entrepreneurial School, una training session europea per docenti – dalla scuola primaria alla superiore – nata per favorire l’imprenditorialità, sperimentando alcuni dispositivi didattici di successo, collaudati in Italia e all’estero. Del resto, l’imprenditorialità e lo spirito di iniziativa sono state inserite tra le “otto competenze chiave per l’apprendimento permanente” dal Parlamento Europeo, mentre la Commissione UE ha lanciato il piano d’azione Entrepreneurship 2020 con cui si propone di far sviluppare un’esperienza imprenditoriale pratica ad ogni studente prima che lasci la scuola.

Questo perché si ritiene che l’educazione imprenditoriale nelle scuole possa aumentare le future chance di occupabilità dei ragazzi. A oggi, il progetto, ha coinvolto più di 3mila docenti in 22 Paesi europei e ha visto in Italia la partecipazione di 440 insegnanti determinati nel realizzare la speciale missione: portare nelle classi una metodologia didattica moderna, capace di trasferire competenze imprenditoriali agli alunni.

Il corso Dr Startupper
Non solo. Altrettanto attive stanno diventando le università. Tra le esperienze più curiose nate di recente: Dr Startupper, il percorso progettato e realizzato con la Camera di Commercio di Milano dall’Università Cattolica del Sacro Cuore per formare le competenze imprenditoriali dei propri  studenti di laurea magistrale, dottorandi, neo dottori di ricerca e giovani inseriti in programmi di alta formazione (Master, Scuole di Specializzazione), anche e soprattutto negli ambiti disciplinari umanistici e delle scienze sociali.

Mario Molteni

«Siamo convinti che anche questi settori possano essere favorevoli allo sviluppo di nuove imprese. E per farlo bisogna essere preparati» – afferma il professor Mario Molteni, direttore di ALTIS (Alta Scuola di Impresa e Società) e direttore scientifico del corso Dr Startupper. Grazie all’assistenza di coach e tutor, infatti, i partecipanti hanno modo di applicare i modelli e gli strumenti appresi, ai loro progetti imprenditoriali e di presentarli alle principali competizioni locali e nazionali dedicate alle startup.

Tra le materie da studiare: strategia di business (dalla value proposition ai key partner), analisi di mercato (come marketing plan e customer relationship), organizzazione e risorse umane, analisi di settore (studio dei concorrenti e vantaggio competitivo), controllo e gestione finanziaria (struttura dei costi, revenue streams e accounting) nonché, ovviamente, l’ecosistema delle startup e le investor relations (finanza per l’impresa, relazione con gli investitori e pitch).

«Per quanto le imprese innovative siano diverse da quelle più tradizionali – chiarisce dunque Molteni – bisogna possedere delle competenze di business model complete. Gli startupper devono essere affiancati nell’identificazione dei primi clienti, è necessario spiegare loro come affrontare il salto dimensionale, come trovare partner tecnologici e che relazione instaurare con i mentors». «Insomma – conclude – per essere imprenditori, oltre alla tenacia servono competenze essenziali. Da apprendere sul campo o, perché no, tornando tra i banchi di scuola».

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.