Il cervello di Shenzhen


Partendo da Baidu, colosso internet cinese, viaggio nella Cina dei big data e delle learning machines


Il cervello di Shenzhen

Sì. I cinesi non sono più quelli che vendono i prodotti a basso costo. Ma sono anche quelli che si occupano di Intelligenza Artificiale, fronte su cui stanno facendo passi avanti da gigante. I dati disponibili in Cina sono del resto una miriade, e lo vediamo in qualsiasi appuntamento importante. Vi faccio un esempio. L’11 – 11 (11 novembre), cosiddetto Single’s Day proprio perché la data è costituita da tanti numeri 1, per i giovani cinesi è un giorno importante in quanto gli sconti per gli acquisti online sono incredibili.

Alibaba, e noi giornalisti internazionali lo abbiamo potuto toccare con mano nel suo quartier generale di Shenzhen l’anno scorso, grazie all’uso dei dati riesce a capire chi compra, di quale sesso, età e lavoro, da quale quartiere delle diverse metropoli compra, e soprattutto da quale piano di quale grattacielo. Non molto confortante per parole come privacy… certo, ma questo fa capire le potenzialità per un gruppo che è sempre più customer – made proprio grazie ai dati che ha disponibili.

La sperimentazione cinese
Ma se questi dati servissero anche all’intelligenza artificiale, più complessa ed elaborata di un mero acquisto online? Dall’automatizzazione delle fabbriche ai lavori intelligenti i cinesi stanno toccando con mano, e velocemente, l’importanza dei dati. 
Baidu, per esempio, è il colosso internet che in Cina tutti gli internauti conoscono bene. È infatti l’equivalente cinese del nostro motore di ricerca Google.

Nel focolaio della sperimentazione per eccellenza, la Silicon Valley, Baidu possiede il ‘Silicon Valley AI Lab’, per sviluppare le tecnologie di intelligenza artificiale che ritiene avranno un impatto significativo sulla vita di almeno cento milioni di persone. Per farlo, il loro laboratorio di ricerca utilizza una combinazione di approfondimento, un’ampia base di dati e il cosiddetto ‘high performance computing’, un sistema computerizzato capace di fornire elevate performance.

I team del gruppo cinese, tutti giovanissimi, lavorano a stretto contatto per trovare nuovi algoritmi, nuovi modi di accelerare la ricerca sull’Intelligenza Artificiale. Ed è così che si può osservare il robot che apre la porta, prende per ‘mano’ la spesa e la ripone ordinatamente in cucina, o quello che recita una lezione di latino a Cambridge, sostituendo il professore. 
Che le società cinesi sperimentino non deve stupire. Che il futuro economico possa essere nelle mani della Cina deve stupire ancora meno.

L’innovazione per l’economia e la Cina digitale
«Non parlo solo delle affermazioni dei politici ma anche dall’aumento dei brevetti registrati dalle società tecnologiche nel 2014, dove a primeggiare è Hauwei, seguita da Qualcomm, ZTE e Panasonic, e dalla convinzione che l’innovazione tecnologica guidata dai big data sarà in grado di far crescere l’economia», spiega Gary Greenberg, Head of Emerging Markets di Hermes Investment Management.

Il nuovo lavoro del McKinsey Global Institute invece, intitolato “China’s digital economy: A leading global force”, rivela che il paese è uno degli ecosistemi digitali (in termini di investimenti e startup) più attivi al mondo oltre che il più ampio mercato di e-commerce con undici volte i pagamenti digitali per individuo degli Stati Uniti e con un terzo delle start-up con oltre 1 miliardo di dollari di valore. Esiste una ‘Cina digitale’ le cui dimensioni iniziano a spaventare.

I giovani cinesi consentono una continua sperimentazione e permettono ai players del settore digitale di raggiungere molto velocemente economie di scala. Nel 2016 la Cina aveva 731 milioni di utenti internet, più che Stati Uniti e Unione Europea combinati. McKinsey fa notare che i tre giganti di internet (Baidu, Alibaba, Tencent – noti come BAT) stanno costruendo un ricco ecosistema digitale che li obbliga a superarsi, rinnovarsi e guardare oltre. Un esempio? Nel 2016 i BAT hanno contribuito al 42% degli investimenti complessivi di venture capital in Cina, ruolo ben più importante di quello svolto da Facebook, Amazon, Net ix e Google (chiamati FANG) che insieme hanno contribuito solo al 5% degli investimenti di venture capital negli USA nello stesso anno.

L'autore

Mariangela Pira

Mariangela Pira Giornalista professionista, responsabile del Desk China di Class Editori. Scrive per Milano Finanza e da Class Cnbc cura le finestre sulle borse per Skytg24. Per il Ministero degli Affari Esteri ha curato Esteri News, notiziario della diplomazia italiana, progetto per cui ha viaggiato in Afghanistan, Iraq, Libano, Israele, Palestina e negli altri paesi dove è presente la Cooperazione italiana. Ha iniziato la sua carriera all’Ansa di New York. Ha scritto per Hoepli La nuova rivoluzione cinese.