Non solo banchi e lavagne: apprendere fuori dagli schemi


Dal prof che porta gli alunni sull’Appennino tosco-emiliano ai Tam Tam Talks di Generali, fino alla Scuola di fallimento


Non solo banchi e lavagne: apprendere fuori dagli schemi

C’erano una volta banchi, cattedre e lavagne. Ci sono, oggi, tablet e robot, giochi virtuali ed esperienze outdoor. È la formazione che cambia. Sempre più interattiva, sempre meno tradizionale. La risposta a una contemporaneità che da un lato guarda sempre di più all’innovazione i-tech e, dall’altro, cerca di recuperare un po’ di autenticità.

Sull’Appennino per imparare Diritto ambientale
È d’esempio l’esperienza avviata dal professore dell’Università degli Studi di Trento, Nicola Lugaresi, che ha portato 12 ragazzi del corso di Diritto ambientale in cammino da Bologna a Firenze, lungo la cosiddetta Via degli Dei (nella foto in evidenza). Centotrenta chilometri tra salite e discese, per declinare la materia di studio tra colline e pianure. «Ho deciso di sperimentare una nuova tipologia di insegnamento ispirandomi al metodo didattico “wese” che si basa sull’individuazione dei problemi, sulla discussione delle criticità e sulla definizione di possibili soluzioni giuridiche con curiosità, interazione e comprensione» spiega il professore.

Il professor Nicola Lugaresi

E ad accompagnare il gruppo lungo il cammino, il libro Il sentiero degli Dei di Wu Ming 2, membro del collettivo Wu Ming. Un volume che racconta una passeggiata lungo l’Appennino durante la quale si scopre quella parte di mondo che i nuovi treni veloci precludono allo sguardo dei viaggiatori. «Abbiamo toccato con mano cosa vogliano dire, in concreto, le trasformazioni di un territorio, l’intervento umano, lo sviluppo sostenibile, facendo delle riflessioni didattiche molto più efficaci di qualsiasi insegnamento d’aula. Questo perché – assicura Lugaresi – abbiamo abbattuto la consueta barriera tra docente e studenti». I ragazzi, infatti, si sono dimostrati entusiasti e sono già pronti a ripetere l’esperienza il prossimo anno. Anche se, una cosa è certa: per affrontare il cammino serve preparazione, non solo intellettuale, ma anche fisica. Il programma, infatti, prevede 25 km al giorno di cammino, con dislivelli da mille metri.

Francesca Corrado, fondatrice della Scuola di Fallimento di Modena

L’esperienza della Scuola di Fallimento
Chi invece preferisce un percorso meno difficile, fisicamente parlando, ma altrettanto sfidante, potrà bussare alla Scuola di Fallimento di Modena. A fondarla nel maggio del 2017 Francesca Corrado, Ph.D, presidente del Comitato per l’imprenditorialità giovanile della Provincia di Modena e presidente Nazionale Giovani Imprenditori di Confcooperative. Si è ispirata alla sua storia personale per dare vita a questa nuova avventura: «Il 2015 per me è stato l’annus horribilis, a un tratto non avevo più né una società (che è stata liquidata), né una cattedra in università (a causa di mancanza di fondi), né un compagno (per una chiara, a posteriori, incompatibilità). Questi eventi hanno generato in me un forte senso di frustrazione e di fallimento che mi ha portata a riflettere su chi ero e su cosa volevo davvero». Così, con altri 5 soci ha creato Play Res, associazione da cui poi è nata la singolare scuola. Un progetto che si rivolge agli studenti, ai neet o a chi è in cerca di occupazione, per spiegare loro come commettere un errore non sia sempre un male, e come, anzi, non si possa innovare senza sbagliare.

«Nei paesi nei quali si è affermata l’idea di un capitalismo fondato sulle forze individuali e sulla responsabilità personale, come negli USA o negli Stati di religione protestante, il fallimento non è vissuto come una colpa ma è visto con favore perché serve a regolare il mercato ed è metro di misura del merito. Al contrario – chiarisce Francesca – in Paesi come l’Italia in cui è predominante una visione sociale e statale del fare impresa, il fallimento è vissuto come un marchio quasi indelebile, uno stigma sociale invalidante che blocca l’azione e condiziona tutte le scelte, sia quelle personali che lavorative». Ma, secondo l’imprenditrice, dobbiamo abbandonare la paura del commettere errori. Come? Con il gioco. La scuola, infatti, ricorre a metodologie esperienziali, ludiche e immersive (teatro, roleplay e simulazioni, coaching, mentoring, gioco da tavolo) mettendo a disposizione dei partecipanti una cassetta di strumenti teorico – pratici per «accogliere, analizzare e abbracciare l’errore».

Il sistema della gamification, infatti, come dimostrato dalle neuroscienze, stimola la partecipazione attiva e favorisce un elevato grado di apprendimento. Con 5 moduli, il percorso formativo fa emergere la percezione soggettiva dell’errore, analizza gli schemi mentali che portano ad agire in maniera inesatta, lavora sulla consapevolezza dei propri sbagli, li sdrammatizza con divertenti simulazioni di colloqui di lavoro o esposizioni di pitch e, infine, costruisce un percorso volto al raggiungimento di nuovi obiettivi. «Del resto – ricorda Francesca – l’errore può essere la via maestra per indicare chi si è e cosa si vuole davvero, tenendo però ben a mente che il verbo fallire va associato con l’ausiliare avere e non essere perché un fallimento in un’area della vita non significa essere falliti in toto come persona».

L’utilizzo della gamification
Già, ma la gamification è sempre più apprezzata anche in altri campi, come quelli del recruiting e della formazione aziendale. Ne è una prova Glickon, startup nata nel 2014 per valutare le competenze dei candidati in fase di pre-screening e oggi diventata punto di riferimento per lo sviluppo di attività di formazione, cultura, comunicazione interna ed eventi per aziende. La gamification, infatti, consente di riportare il meccanismo del gioco in contesti “seri” che non hanno direttamente a che fare con aspetti ludici, con un reale e concreto vantaggio per tutti i campi di applicazione.

Lo startupper Filippo Negri

«La tecnologia e gli algoritmi sottostanti al gioco permettono di raccogliere informazioni uniche che hanno un’importanza strategica per lo sviluppo di ogni organizzazione e quindi per il successo del business dell’azienda – evidenzia lo startupper Filippo Negri, precisando – il gioco esiste da sempre, è una delle prime cose che si imparano a fare da piccoli e il digital ha allargato i confini di questa esperienza». Non esistono limiti, dunque, all’applicazione della gamification: si riscontrano esperienze significative in ambito accademico e sociale, ma soprattutto nelle risorse umane, al momento il contesto più promettente. Uno sviluppo che anche l’Italia si sta dimostrando pronta a intercettare: «Come anche le aziende della Silicon Valley ci riconoscono, l’Italia è il punto di intersezione tra tecnologia e arte, tra funzione e aspirazione, siamo quindi in una posizione privilegiata per prendere il meglio della tecnologia e tradurla in qualcosa di “umano”» assicura Negri.

La semantica computazionale
Alla base di tutto, però, c’è l’incontro perfetto tra conoscenze e nuove tecnologie, tra esperienze virtuali e vissuti reali. Campo di studio prediletto di un’altra branca che promette di rivoluzionare la formazione: la semantica computazionale. Uno degli ambiti che rende l’Italia famosa nel mondo. In Trentino si sviluppa il principale hub italiano di tecnologie semantiche, tra i primi cinque a livello europeo. L’anno scorso è nata l’Associazione Italiana di Linguistica Computazionale con l’obiettivo di rendere lo studio di queste tecnologie sempre più avanzato facendo rete tra le realtà specializzate del settore per poter competere con grossi player come Google, Facebook o IMB.

La semantica computazionale, infatti, è alla base di strumenti popolari come Siri, il risponditore automatico di iPhone, dei correttori di Word, delle future cartelle cliniche digitali. Tra le realtà più importanti del settore: Expert System, azienda modenese leader in Italia nelle tecnologie semantiche che proprio in Trentino ha aperto una delle sue sedi e che conta tra i suoi clienti realtà come Eni, Ansa, Unicredit, Microsoft, Presidenza della Camera dei Deputati, Intesa San Paolo, BlackBerry. Fiore all’occhiello dell’azienda è “Cogito”, un sistema di intelligenza artificiale capace di comprendere il linguaggio in profondità e di imparare dall’esperienza dell’uomo, migliorando le proprie performance. Un applicativo rivoluzionario a cui si aggiungono ulteriori attività come quelle realizzate nel settore della salute e della sicurezza.

Omar Signori, amministratore di Euregio

In Alto Adige, invece, si sviluppa Euregio: azienda nata per monitorare i media e gestire le rassegna stampa di radio, Tv, quotidiani, web e social. «I nostri clienti – spiega il suo amministratore, Omar Signori – hanno espresso l’esigenza di comprendere più a fondo le notizie, per scoprire i sotto-testi presenti negli articoli riportati dai giornali, raggiungendo un’oggettività pressoché totale». Con Euregio, così, si è passati dalla business intelligence alla media intelligence. Un’attività che ha riscontrato l’interesse di partiti politici, istituzioni pubbliche, agenzie di comunicazione, multinazionali ed editori che hanno bussato alla porta dell’azienda altoatesina. Ma non è tutto, tra le nuove sperimentazioni di Euregio, spicca EUCLIP_RES, il progetto sviluppato in collaborazione con l’Università di Bolzano e i centri di ricerca FBK ed EURAC dedicato allo studio di soluzioni che permettano una ricerca monolingua all’interno di un database multilingua (italiano, inglese, tedesco).

«Abbiamo chiesto agli studenti di due licei linguistici di partecipare a un programma di active learning. I ragazzi – racconta Signori – sono stati chiamati ad “addestrare” dei computer con software di auto apprendimento, individuando le identità semantiche presenti nei testi giornalistici». Un progetto che ha consentito ai ragazzi di avvicinarsi al nuovo mondo delle tecnologie semantiche «dimostrando – conclude Signori – come gli esseri umani, con la loro esperienza, siano tutt’ora fondamentali per migliorare anche le macchine più performanti».

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.