Come si forma chi lavora per l’accoglienza


Viaggio alla scoperta delle figure professionali più richieste per gestire l’immigrazione: dai mediatori ai docenti


Come si forma chi lavora per l’accoglienza

Il flusso di migranti che ormai da anni arrivano sulle nostre coste non si può più considerare un’emergenza temporanea e impone politiche di accoglienza e integrazione che investono una galassia di strutture e figure professionali specializzate: assistenti sociali, psicologi, operatori sociali, insegnanti di lingua italiana per stranieri, in particolare (oltre a medici e infermieri che conoscono le relative patologie…). Come si formano? Quali sono le più richieste, nuove e difficili da reperire? LINC ne ha parlato con alcuni operatori del settore.

Il sistema dell’accoglienza
«Negli ultimi tempi, il contesto è cambiato moltissimo, con standard più elevati rispetto al passato», spiega Valentina Paciullo, assistente sociale specialista, docente a Roma al master di accoglienza dei migranti dell’Istituto Hfc, laureata all’università del Salento, con esperienza in tutte le tipologie di strutture. «I centri di “seconda accoglienza” (Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), si sono dotati da tempo di standard uniformi a livello nazionale, mentre il sistema dei centri di prima accoglienza (Cas), gestito dalle prefetture, presentava situazioni meno uniformi, ma si sta adeguando». Qual è il livello rispetto all’estero? «In base a un’esperienza di studio che ho fatto di recente a Barcellona – risponde Valentina Paciullo -, posso dire che gli standard professionali italiani sono di buon livello. Più per quanto riguarda la seconda che la prima accoglienza, gestita dalle prefetture».

Le figure professionali emergenti
Tra tutte le figure professionali coinvolte, quale sta emergendo? «Quella che più sta arrivando ad avere il peso che merita finalmente è il mediatore linguistico-culturale» dice Valentina Paciullo. «In passato veniva visto come un semplice interprete. Oggi ci si rende conto dell’importanza, tanto per i migranti accolti, quanto per gli operatori. Le barriere culturali non mancano e servono persone che ci aiutino a destrutturare il pensiero e ristrutturarlo sulla base delle esigenze poste da un nuovo mondo».

Valentina Paciullo racconta un esempio per capire in cosa consistono le barriere culturali e quali problemi possono causare. Ci possono essere fraintendimenti molto banali. All’interno di un centro, un migrante ha iniziato ad accumulare pietre. Il responsabile del centro era stato allertato da un operatore. Il responsabile si era allarmato. Per caso la voce era arrivata al mediatore linguistico-culturale che ha chiesto se le pietre erano presenti anche all’interno della moschea, il luogo di culto del centro, e se c’erano stati problemi con l’erogazione dell’acqua.

Alla risposta affermativa, ha spiegato che le pietre vengono usate in mancanza di acqua per le abluzioni rituali che si fanno prima della preghiera in moschea. Un comportamento che poteva generare una paranoia in tempi di terrorismo ma era una cosa normalissima. Lo stesso vale per la reticenza rispetto agli esami del sangue. Chi viene dall’Africa occidentale ha diffidenza perché paragona il prelievo al furto di sangue per fini di lucro.

«Tutte cose che non possiamo neanche immaginare e non sappiamo perché non siamo onniscenti» dice Valentina Paciullo. «Purtroppo non esiste ancora un albo dei mediatori.

La formazione
non è per niente
strutturata

Ci sono persone che millantano di esserlo perché hanno fatto un corso di cinquanta ore, che non bastano per professionalizzare, e altri che hanno studiato anni». Qual è la competenza linguistica più carente nella mediazione? «Sembrerà stranissimo, ma abbiamo accolto tantissimi cinesi e tibetani di lingua cinese che non volevano mediatori connazionali per paura che fossero collegati al regime di Pechino», dice Valentina Paciullo. Quindi c’è richiesta di mediatori lingustico-culturali senza legami con Cina e Tibet che parlino cinese.

I corsi di formazione
Negli ultimi anni c’è stata una crescita dei corsi di formazione degli operatori che si occupano di accoglienza dei migranti. Sono pochi e sono pochi quelli che offrono un percorso completo. «Quello dell’Istituto Hfc per esempio non coinvolge al suo interno teorici della migrazione ma persone che effettivamente operano all’interno dei contesti e possono dare una prospettiva teorica oltre che pratica», spiega il direttore Nicola Boccola, psicologo e collaboratore della Treccani. «Subito dopo c’è la possibilità di effettuare un tirocinio nelle strutture. Siamo arrivati alla terza edizione. Abbiamo circa trenta posti. Mi sono attivato nell’organizzazione dopo avere operato in alcuni centri e avere visto il livello di inadeguatezza».

Ultimamente stanno nascendo altre esperienze di questo tipo. «C’è un master per l’integrazione dei richiedenti la protezione internazionale. Ci sono master per la tutela dei diritti internazionali. Master per l’inclusione sociale. Pochi quelli che danno una panoramica completa» spiega Valentina Paciullo.

Scuole senza permesso
Da Roma passiamo a Milano, altra grande realtà italiana interessata dal fenomeno migratorio. Parliamo della situazione milanese con Carlo Cognetti, consigliere dell’Associazione Arcobaleno. Arcobaleno è nata nell’83 ed è una delle storiche scuole che impartiscono l‘insegnamento dell’italiano agli stranieri e altri servizi, materiali e morali: assistenza psicologica e legale, corsi di informatica e inglese, corsi di cucina e per badanti, solo per dirne alcuni. Fa parte della rete delle scuole senza permesso, rivolte a studenti che potremmo definire, usando una vecchia etichetta militante francese, sans papier.

«Nel 2014 -2015 Milano venne attraversata da migliaia di migranti intenzionati a raggiungere i paesi nordeuropei e non interessati a fermarsi» ricorda Cognetti. «Il passaggio durava pochi giorni e presentava necessità elementari: letto, cibo, vestiario, cure mediche. Con la chiusura delle frontiere, molti profughi chiedono asilo in Italia e in attesa della conclusione delle pratiche vengono ospitati in centri di accoglienza (Cas) e in quelli di protezione (Sprar), dove possono trascorrere anche un lungo tempo. Fra i servizi previsti, l’insegnamento della lingua italiana è uno dei più importanti, costituisce il primo passo verso l’integrazione».

La professionalizzazione
«In corrispondenza di questo mutamento dei flussi» spiega Cognetti, «assistiamo a una sempre maggiore richiesta di professionalizzazione delle figure che assistono i migranti. Per esempio, nel settore dell’insegnamento della lingua italiana a Milano i bandi dell’ultimo anno – uno europeo e uno comunale – richiedono ai docenti il Ditals o una certificazione equivalente. Per il momento viene richiesto il primo livello e l’impegno per un numero di ore che va oltre le possibilità del volontario. Credo sia giusto garantire una professionalità, ma va sostenuto anche il volontariato che costituisce una realtà importante e radicata. Non bisogna dimenticare le origini. Sarebbe come tagliare le radici della pianta».

Per quanto la realtà delle migrazioni, causate da guerre, carestie e altre calamità, sia mutevole, ponga esigenze diverse nel tempo e interessi aree del mondo diverse, le costanti prevalgono. Il mondo è un luogo sempre più piccolo e turbolento e i paesi occidentali – in primis un paese di frontiera come l’Italia – si stanno attrezzando per accogliere e anche integrare i flussi di migranti che sopravvivono ai viaggi della speranza per terra e per mare e la speranza vogliono conservarla una volta approdati in Europa.

Come ha detto Filippo Grandi, responsabile dell’Unhcr, assisterli è un compito difficile ma necessario che rientra nei nostri interessi oltre che nei nostri doveri. Tutto questo impone la nascita e il consolidamento di figure professionali adeguate alle sfide. La passione è sicuramente una caratteristica che accomuna chi vuole svolgere un’attività che è qualcosa di più di un semplice lavoro. Le competenze richieste si rinnovano continuamente e richiedono una formazione permanente.

L'autore

Antonio Armano

Antonio Armano Giornalista professionista, ha iniziato a scrivere dopo il crollo del Muro viaggiando in Est Europa e studiando lingue slave. Collabora e ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Touring Magazine, Fatto Quotidiano. È stato redattore di Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano uscito nel 2011-2012 e diretto da Riccardo Chiaberge. Ha pubblicato "Hotel Mosca", "Vip. Voghera important people", "Maledizioni" e recentemente "Sex Advisor". Insegna italiano in una scuola per stranieri dell'associazione Arcobaleno ed è nella giuria del premio letterario intitolato a Guido Morselli