Nuovi politici crescono. E spunta il candidato robot


Una volta c’erano le scuole di partito, che stanno ritornando. Ma la militanza è ancora più importante della laurea


Nuovi politici crescono. E spunta il candidato robot

Se vuoi diventare avvocato iscriviti a giurisprudenza, se vuoi fare il chirurgo studia medicina, se vuoi essere un buon musicista vai al conservatorio. E per quelli che vogliono diventare politici? Non c’è risposta: «Da almeno 15 anni è in corso la crisi delle elite politiche. Un aspetto fondamentale è la loro selezione: si stanno formando sicuramente ma il problema è come selezionarle e intercettarle e dove» commenta Antonio Campati, ricercatore nella facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica, e autore di I migliori al potere (Rubettino Editore).

Dalle scuole di partito ai “casting”
«Durante la Prima Repubblica avevamo le scuole di partito – continua Campati – Chi si riconosceva nell’ideologia comunista seguiva le scuole di ideologia, i democristiani andavano a seguire i corsi alla Camilluccia a Roma». Ma la rete territoriale dei partiti era radicata e ramificata su tutti i territori. «Oggi – aggiunge – i partiti non sono più macchine per la conquista del consenso ma sono liquidi. Negli ultimi quindici anni c’è stato il boom dei think tank, ma si fatica a individuare quelli che hanno creato davvero nuovi politici».

Silvio Berlusconi

Dove si formano dunque? Non c’è un luogo. Ma è inevitabile che sia così, perché sono cambiati i partiti politici e si sono indeboliti: «Partiti, sindacati, organizzazioni si formano autonomamente i propri rappresentanti. Il tema è la cooptazione: il leader coopta i vari rappresentanti e li candida alle elezioni. Guardate Berlusconi che ha fatto dei veri e propri casting per selezionare i candidati, così come ha fatto anche il Movimento 5 Stelle all’inizio».

Enrico Letta alla “Scuola di Politiche”

Eppure qualche tentativo c’è. Soprattutto negli ultimi anni. Come la Scuola di Politiche nata nel 2015 da un’idea di Enrico Letta (nella foto in evidenza) “con l’intento di insegnare le politiche, ovvero – si legge sul sito della scuola – i contenuti che danno un senso effettivo alla politica, intesa come passione per il bene comune, tensione etica, sistema di valori che sta alla base dell’impegno pubblico”. È invece destinato “a giovani e cittadini di ogni età, oltre che militanti e dirigenti del movimento politico” il corso annuale di Accademia Forza Italia.

L’inaugurazione della Scuola di politica della Lega Nord e di Noi con Salvini

Un’altra realtà è la Scuola di formazione politica di Lega Nord e Noi con Salvini. A ottobre è stata inaugurata la 3^ edizione del corso, che si tiene a Milano. È intitolata, invece, a Pier Paolo Pasolini la Scuola di formazione del Partito democratico.  E nel ricordo della Frattocchie, la scuola quadri del Pci ai Castelli Romani, oggi anche Sinistra Italiana promuove una scuola di politica.

La formazione dei futuri leader
Cosa leggono i futuri leader? Cosa studiano? Cosa dovrebbero studiare? I dati ufficiali diramati dalla Camera mostrano che la laurea non è un requisito essenziale per fare politica. Nel giugno 2016 la conta dei laureati tra gli onorevoli in pieno governo Matteo Renzi era del 68,73%. Di politici senza laurea l’Italia è piena. Esempi? Salvini: maturità classica e 16 anni di frequentazione della facoltà di Storia. Giorgia Meloni, Matteo Orfini, Luigi Di Maio.

In molti casi, quindi, la militanza e la gavetta sono più importanti della formazione universitaria, ma facendo il confronto con il resto d’ Europa siamo un’eccezione. In Francia tutti i ministri hanno almeno la laurea, in Germania un solo non laureato viene compensato da tantissimi ricercatori. Insomma, di sicuro per entrare in Parlamento non ci sono restrizioni di curriculum, ma una laurea aiuta, soprattutto se si aspira a diventare un capo di Stato.

Quali sono i percorsi migliori da intraprendere? «Relazioni internazionali, Economia, Legge – continua l’esperto – Alcune università propongono le Alte scuole post o durante il percorso di studi per approfondire determinate tematiche e materie». Dopo la laurea, molti “futuri politici” seguono dei Master in legge o economia. Non è un requisito necessario, ma non è una cattiva idea: nel Congresso degli Stati Uniti, 68 eletti su 100 sono avvocati o uomini d’affari. Un tempo anche l’esperienza militare era molto utile, ma sta diventando sempre meno comune.

Fondamentale è militare in un partito, fin da giovane, iniziando dalla politica locale. Conoscere bene i problemi di un territorio e capire come si gestiscono è la base per fare esperienza di politica nazionale. Si può cominciare offrendosi come volontari in una campagna elettorale locale o anche unendosi alle organizzazioni non a scopo di lucro. Non solo: un altro modo per imparare è impegnarsi nella campagna elettorale di altri candidati prima di iniziare la propria.

Se il candidato è un robot
La politica è sempre più impegnata nella ricerca di volti nuovi, di candidati in grado di ravvivare gli entusiasmi degli elettori. Ma quindi serve davvero prepararsi? Non se tutti i Paesi seguissero l’esempio della Nuova Zelanda dove per le prossime elezioni del 2020 probabilmente verrà candidato a primo ministro un politico virtuale in grado di interpretare i bisogni e i desideri di tutti gli elettori e di rispettarne la volontà una volta eletto. Il futuro candidato risponde al nome maschile di Sam, ma parla e si riferisce a se stesso come se fosse di genere femminile.

È un “robot dotato di intelligenza artificiale”, in realtà solo un chatbot, un programma supportato dall’Ai che simula una conversazione tra un robot e un essere umano. Per ora non tiene comizi, ma dialoga con i suoi potenziali elettori attraverso Facebook, dove dispensa promesse elettorali del tipo: «La mia memoria è infinita, quindi non dimenticherò mai, né ignorerò, quello che mi dici. A differenza di un politico umano, io prendo le mie decisioni considerando la posizione di tutti, senza pregiudizi. Magari potremmo non essere d’accordo su alcune cose, ma in questo caso cercherò di saperne di più sulla tua posizione, in modo da poterti rappresentare meglio».

Al momento è improbabile che un chatbot possa candidarsi a una carica politica. Resta il fatto che è stato proprio un uso innovativo dell’informatica ad aver consentito il successo elettorale di Donald Trump. Forse oggi, per diventare buoni politici, è necessario avere anche forte basi in materie informatiche, tecnologiche e di analisi dei dati.

 

 

L'autore

Giulia Cimpanelli

Giulia Cimpanelli Giornalista e viaggiatrice per passione e per mestiere, non ho ancora compreso per quale delle due attività nutra l'amore più profondo. Scrivo per il Corriere della Sera, mi occupo da anni di argomenti relativi a innovazione, startup, new economy e lavoro. Mentre approfondisco questi temi su testate giornalistiche, approfondisco le altre passioni, viaggi e e moda, sui social network (su Facebook e Instagram: @ioviaggiodasola @dovevofarelafashionblogger).