La ricetta della buona comunicazione 4.0


Il vademecum per affrontare al meglio un mondo in cui i contenuti e i contenitori si sono moltiplicati


La ricetta della buona comunicazione 4.0

Che ci piaccia oppure no, siamo di fronte ad un vero e proprio nuovo mondo della comunicazione e il fatto che tu stia leggendo questo articolo dal tuo telefono, o che ci sia arrivato da un post su Twitter, o da una segnalazione di una qualche newsletter, ne è la prova più semplice.
Viviamo in un mondo sempre più circolare in cui i contenuti e i contenitori si sono moltiplicati, in cui tutti noi facciamo sempre più fatica a selezionare le fonti e le notizie, a distinguerle da quelle fake, e a restare concentrati senza avere la sensazione di perdere tempo.

Come possiamo affrontarlo al meglio? Indipendentemente dal nostro lavoro attuale o dai nostri studi, sappiamo come gestire la comunicazione di noi stessi o del nostro progetto, e tutto quello che ne può – deve – derivare?

1. Innanzitutto, per fare una buona comunicazione oggi dobbiamo imparare a conoscerla, a cominciare dall’infinito mondo del web. Con questo non intendo dire che tutti noi dobbiamo avere un bacino di followers su Twitter alla pari di Tim Cook o raccogliere almeno 1000 like sui nostri post di Facebook, ma che dobbiamo avere una conoscenza base dei contenitori, dei nuovi canali di comunicazione che abbiamo a disposizione per esprimerci, e senza i quali oggi non potremmo essere trovati, conosciuti, riconosciuti.
Se prima infatti bastava il passaparola per avere una reputazione (buona o cattiva, non cambia), oggi devi esistere anche sul web, che tu sia un osteopata, un tappezziere o il manager di una multinazionale.

2. Detto questo, una competenza fondamentale è la scrittura. Una hard skill, ossia una competenza base che si può imparare solo studiando e allenandosi, e che può essere applicata a vari ambiti della comunicazione: il brand journalism, lo storytelling, i social media, ovviamente l’editoria.

Se sessant’anni fa una grande azienda come Eni sceglieva un poeta (Attilio Bertolucci) quale Direttore Responsabile del proprio house organ,“Il Gatto Selvatico”, significa che riconosceva in una figura come la sua quel set di competenze necessarie a costruire il proprio messaggio e la posizionarsi sul mercato.
La rivista di Pirelli invece, “La civiltà delle macchine”, ospitava firme prese dal mondo della cultura quali Eugenio Montale, Umberto Eco, Dino Buzzati.
E anche in Olivetti c’erano tantissimi uomini di cultura, abituati alla scrittura e per questo motivo in grado di dare all’azienda quel qualcosa in più.
Una volta acquisita la competenza della scrittura la si può quindi mettere al servizio della comunicazione in senso più lato. La sapienza di costruire la storia, la capacità di narrare, è fondamentale in tutti gli ambiti di applicazione di questo nuovo mondo complesso.

3. La terza competenza chiave è saper vivere, analizzare e interpretare il contesto. Questa competenza fa parte invece della categoria delle soft skill, ossia le competenze trasversali – o “competenze della vita” come le ha chiamate l’OCSE – quelle che per intenderci non si imparano a scuola ma, appunto, vivendo.

In poche parole il contesto generale aiuta a formare l’immaginario, e non sono la prima a dirlo
(né a praticarlo).
Emile Zola, scrittore, giornalista, saggista, critico letterario e fotografo francese di fine ‘800 aveva un metodo di lavoro per il quale non scriveva una riga se prima non andava in giro a camminare, fotografare, prendere appunti – lo testimoniano i suoi bellissimi taccuini.
In pratica andava a raccogliere il contesto, cosa per noi più semplice oggi con Google, anche se, vale sempre un po’ meno dei propri occhi e della propria esperienza.

4. A tutto questo poi aggiungerei un pizzico di creatività. Ma creativi si nasce o si diventa?

“Un’idea creativa nasce dal legame di elementi sconnessi che in precedenza sembravano estranei tra loro” scrive joDorsi nel suo primo libro d’artista, “La creatività è un pesce”.
E aggiunge: “Le regole diventano degli strumenti per esprimere creatività e non delle prigioni”.
Credo che per molte persone le regole siano addirittura indispensabili per esprimere il meglio di sé stesse dal punto di vista creativo. Un esempio sono i tanti artisti che arrivano da altri contesti lavorativi e professionali, ai quali sono rimasti legati per lungo tempo, anche dopo aver raggiunto la fama.
Leggendo il libro “Originals. How Non-Conformists Move the World” di Adam Grant ho scoperto quanto, per moltissimi cantanti, scrittori, pittori, fotografi, del passato e del futuro, il bisogno di ribellione stimoli la mente, mentre la libertà totale rischia di spingerli verso la paralisi creativa, o al massimo ad avere idee che però non sono in grado di sviluppare.
John Legend ha continuato a preparare power point di giorno e ad esibirsi di notte anche dopo la pubblicazione del suo primo album di successo. 
Stephen King non ha smesso di lavorare come insegnante, guardiano, benzinaio, fino a sette anni dopo aver scritto il suo primo romanzo.
T.S. Eliot è rimasto in banca fino al 1925, tre anni dopo la pubblicazione della sua opera più celebre, “The Waste Land”, mentre Harper Lee lavorava presso una compagnia aerea a New York quando l’amico di una vita Truman Capote la convinse a mettere per iscritto i racconti della propria infanzia.

Come dire, “per essere creativi servono delle regole da infrangere”.
Anche il mito del genio che abbandona gli studi per inseguire un’idea sta crollando: chi lancia una startup senza abbandonare il proprio lavoro (magari iniziando il progetto come un hobby) ha il 33% di probabilità in meno di fallire.
L’esempio più immediato oggi lo troviamo nei Talent Show dove centinaia tra camerieri, studenti, commessi, stilisti, insegnanti, mostrano il loro talento in ambiti diversi, come la musica o il cibo. 
Poi ci sono quelli che sposano la loro arte in toto fin da bambini e non riescono a fare altro: come Dario Fo, che ci ha lasciato il grande insegnamento di inseguire i desideri a tutti i costi, perché “se fai quello che vuoi campi di più”.
L’unica regola per esprimere la propria creatività al massimo è dunque che non ci sono regole, se non quella di trovare la propria strada: studiando, tentando, rischiando.

5. Infine bisogna conservare un senso infantile di stupore e curiosità.
David Kelly e il fratello Tom scrivono nel libro “Creative Confidence”, che “tendiamo ad identificare la creatività con artisti ed inventori, ma essa in realtà è in ciascuno e in tutti noi. Abbiamo semplicemente bisogno di recuperarla e condividerla”.
Rifletti su queste parole.
Io per esempio sono nata tra i tessuti colorati della tappezzeria di mio nonno e di mio padre, i pennelli e le tele di mia madre, i vestiti del negozio di mia nonna francese. Quindi anche quando ero troppo piccola per capirlo, ho iniziato ad assorbire alcune competenze legate al mondo della creatività e della manualità, del disegno e della moda, dell’imprenditorialità e dell’interculturalità.
Senza mai perdere una sconfinata curiosità per il mondo.
E tu?

L'autore

Serena Scarpello

Serena Scarpello Direttrice Responsabile del magazine di cultura del lavoro LINC per il Gruppo Manpower, responsabile dei progetti editoriali nel gruppo di comunicazione HAVAS PR. È stata conduttrice televisiva per il canale finanziario di SKY Class CNBC. Si è laureata presso l’Università LUISS Guido Carli in Relazioni Internazionali e specializzata in Comunicazione Economica, Politica e Istituzionale. Ha studiato a Madrid e a Bruxelles. Giornalista professionista e docente di brand journalism, nel tempo libero organizza presentazioni letterarie. Nel 2017 ha pubblicato il libro d’inchiesta "Comunicare meno, Comunicare meglio” (Ed. Guerini).