Gli immigrati che non ‘rubano’ il lavoro


Il focus di LINC nella Giornata internazionale degli migranti. Che producono 130 miliardi di euro all’anno


Gli immigrati che non ‘rubano’ il lavoro

Ribaltare il luogo comune degli immigrati «che rubano il lavoro» è possibile. Per farlo l’esercizio utile è analizzare le statistiche degli ultimi anni. Secondo un recente rapporto del centro di ricerca Idos, gli immigrati in Italia sono il 10% degli occupati e come lavoratori producono circa 130 miliardi di euro l’anno (Leggi l’articolo sul convegno organizzato da UBI Banca, Fondazione Nicola Trussardi e La Triennale di Milano). Valgono cioè l’8,8% del nostro Pil.

Ma che mestieri svolgono gli stranieri d’Italia? Per rispondere a questa domanda LINC ha raccolto le testimonianze di chi studia, supporta o vive la condizione di lavoratore straniero.

Ugo Melchionda

Il profilo del lavoratore straniero
Una radiografia di chi siano i lavoratori immigrati nel nostro Paese la regala Idos. Dall’ultimo report sappiamo che gli occupati dipendenti con cittadinanza straniera sono 2,4 milioni a cui si aggiungono 600 mila tra autonomi e partite Iva. «Parliamo di persone che in genere svolgono lavori poco qualificati», spiega Ugo Melchionda, presidente di Idos, « il 78% di loro è operaio contro il 33% degli italiani. Lavorano nell’industria, nei servizi o in ambito agricolo, con picchi di presenza nel lavoro di cura e nei cantieri. Dal nostro studio è emerso anche come gli immigrati siano di frequente sovraistruiti rispetto alle mansioni svolte».

L’indagine segnala infatti un tasso di sovraistruzione del 37% contro un 22% per gli italiani. In termini di retribuzione gli stranieri pagano poi il prezzo di stipendi da lavoratori non qualificati: l’entrata base è di 999 euro mensili. «Dati alla mano siamo un Paese strutturalmente non in grado di valorizzare le competenze», continua Melchionda, «nella pratica gli immigrati si ritrovano ad affollare la fascia bassa del nostro mercato del lavoro. E devono così affrontare due problematiche: da una parte condizioni contrattuali precarie e dall’altra pochissime possibilità di crescita professionale». Meno grigia appare però la situazione degli imprenditori stranieri, gli unici a crescere in termini numerici. Parliamo di chi lavora nel commercio, nella ristorazione o nella manifattura ovvero delle 571mila imprese non italiane presenti sul territorio. Realtà cresciute del 25,8% dal 2011.

Brhan Tesfay

Gli stranieri che fanno impresa
Tra queste c’è la casa editrice di Brhan Tesfay, scrittore e imprenditore di origini eritree, che oggi vive a Prato. «La scelta di venire in Italia è stata di mia madre quaranta anni fa. Come ogni bambino che segue il destino dei genitori, a dieci anni, ho seguito quello di mia madre». Brhan ha così studiato a Firenze, si è laureato e ha deciso di occuparsi di cultura aprendo una sua attività. «Insieme alla mia socia ci siamo dati una precisa missione: dare spazio alla narrazione senza patria. Quella che riconosce le persone prima di tutto come esseri umani».

È nata così nel 2012 Edizioni Sui (Sviluppi Umani Immaginati), uno spazio aperto ad autori e lettori. Brhan però confessa di aver fatto fatica ad essere accettato come editore. «Nella quotidianità devi lavorare duro, senza sosta, perché il sistema esistente non prevede un africano scrittore e ancora meno editore». Lo spirito imprenditoriale però lo ha aiutato ed è stato il segreto del suo successo. «Non bisogna farsi scoraggiare da niente e nessuno, lavorare sette giorni su sette senza orario, perché inserire un elemento nuovo in un sistema non è assolutamente facile. Rischi di essere una curiosità. Sta a te mostrare il bene che “scorre nelle vene” del tuo progetto».

Renata Torrente

Un racconto oltre gli stereotipi
Il caso di Brhan è un esempio di riscatto nonostante tutto. Troppo spesso però nel dibattito pubblico resistono gli stereotipi e i pregiudizi xenofobi legati al lavoro straniero. Anche per questo Renata Torrente di Amref, ha lanciato il progetto Voci di confine. Un modello di comunicazione pensata per mostrare il lato buono dell’immigrazione e il suo valore economico. «Volevamo andare oltre alla rappresentazione negativa – dice a LINC-. Molte persone ritengono l’immigrazione un pericolo. Il nostro progetto, fatto di lezioni, di testimonianze raccolte e tavole rotonde, vuole convincere gli indifferenti fornendo dati di realtà».

L’iniziativa, cofinanziata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), ha portato Amref a mettere insieme 16 organizzazioni impegnate per i diritti umani. «Dal 2018 rafforzeremo le campagne di comunicazione per raccontare le best practice e le storie di integrazione. Siamo convinti ci sia bisogno di informazioni puntuali». In breve, un coro di voci unito nel dire che: gli stranieri sono persone, non rubano il lavoro e possono, al contrario, diventare una ricchezza per il sistema Paese.

 

L'autore

Diana Cavalcoli

Diana Cavalcoli Laureata in Lettere, si specializza in Cultura e storia del sistema editoriale all’Università degli studi di Milano. Frequenta il Master in giornalismo Walter Tobagi ed è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2015. Ha lavorato per Adnkronos a Milano e attualmente scrive per il Corriere della Sera occupandosi di lavoro, startup e innovazione


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