L’avventura


L’immaginario si è adattato alla precarietà degli ingaggi parasubordinati. E molti lo considerano stimolante


L’avventura

Due terzi della vita di un ultracinquantenne (cioè di una persona che, per come vanno le cose, potrebbe partorire gemelli o vincere campionati di Ironman), si sono svolti in un mondo i cui obiettivi pratici sono ormai antitetici alla realtà, sono sogni che nessuno sogna più. Era ritenuto un valore lavorare sempre nello stesso posto, con dedizione e fedeltà.

Il mito della segretaria del dirigente che non ha mai cambiato lavoro – né lei né quel dirigente – e conosce tutti i segreti dell’azienda e del capo (il modello è Germana, la famosa collaboratrice di Caprotti). Oppure il cameriere che lavora da sempre in un ristorante di cui conosce tutti i clienti. O ancora: la commessa che passa la vita nello stesso negozio e conosce l’altalenarsi di taglie e gusti delle clienti…

Addio al mito del posto fisso
Ma quando è stato che invece abbiamo cominciato a considerare pigro o, ancor peggio, perdente, qualcuno che resta più di quattro anni nello stesso posto, qualcuno che ci invecchia dentro e lavora privo di stimoli, di conoscenze innovative, di visione? Durante gli stessi anni in cui cominciavamo a considerare un fossile chi invece di provare nuove esperienze si attaccava a un posto di lavoro come una patella allo scoglio, si completavano altri cambiamenti simbolici.

Uno, il più noto, riguarda la reputazione del famigerato posto in banca: da ambizione massima, come in Compagno di scuola di Venditti, a lavoro intercambiabile, di individui mobiliati e smobilitati nel balletto delle filiali e degli accorpamenti di gruppi bancari, e poi sempre a rischio di smaltimento di massa, licenziati a migliaia, “porti via le sue cose entro domattina che poi le tolgo il pass”.

Com’è cambiato l’immaginario
Ancora negli anni Ottanta, quelli della Milano da bere e del modellame diffuso, le edicole – ora in via di sparizione – sventolavano giornali e gazzette dedicate ai concorsi per un posto statale o parastatale, e c’era gente che dedicava i migliori anni della sua vita a partecipare a concorsi e vincerli, per rendersi inamovibile. Oggi, quei giornali, se ancora li pubblicano, non hanno più lo stesso pubblico di giovani neo laureati che alla Zalone aspirano a una vita con la giacca sulla sedia e il dottore fuoristanza. Oggi, l’immaginario si è adattato alla precarietà degli ingaggi parasubordinati (Leggi l’articolo sull’indagine di ManpowerGroup), e molti considerano stimolante quello star sempre ai blocchi di partenza, pronti a cambiare alla prima occasione di vago miglioramento, o a farsi cambiare e vedere il destino cosa ha in serbo, perché chiusa una porta se ne apre un’altra…

Ne consegue che, se un tempo si viveva con l’ossessione di comprare casa e sistemarsi, avviluppati a mutui eterni, oggi si coabita per decenni, almeno fino al matrimonio, e poi si torna a coabitare dopo la separazione. Non è solo perché nessuno ti concede il mutuo se cambi lavoro ogni due minuti, ma anche perché non sai dove lo troverai quel lavoro, e allora dove compri? A Bruxelles, che dopo quattro mesi ti sposti, o ti spostano, a Shanghai? A Milano che poi vieni delocalizzato a Mestre? Stiamo proprio diventando molto più avventurosi.

L'autore

Camilla Baresani

Camilla Baresani Scrittrice. Di origine bresciana, vive a Milano. È autrice di romanzi - gli ultimi due sono "Gli sbafatori", Mondadori e "Il sale rosa dell'Himalaya", Bompiani -, di saggi e di racconti. Collabora con diversi giornali, tra cui "Io Donna" e "Sette" del "Corriere della Sera", "Il Foglio", "IL" di "Il sole 24 ore" e "LINC". È docente di Scrittura creativa al Master in giornalismo multimediale della università IULM ed è presidente del Centro Teatrale Bresciano.


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