Lavoro, una rivoluzione planetaria


L’intervista di LINC al giurista e politico Pietro Ichino: “Il rapporto a tempo indeterminato non è affatto superato”


Lavoro, una rivoluzione planetaria

Il mondo del lavoro è cambiato radicalmente negli ultimi 20 anni in coincidenza con le due grandi rivoluzioni cui abbiamo assistito, la digitalizzazione e la globalizzazione. Quali sono stati i principali mutamenti anche normativi che abbiamo visto in Italia e nel mondo?
«La risposta sarebbe vastissima. Sintetizzando le dico che in merito alla struttura del rapporto contrattuale, si può dire che l’effetto più vistoso dell’evoluzione tecnologica consiste nell’emancipazione della prestazione di lavoro sostanzialmente “dipendente” dal vincolo del coordinamento spazio-temporale, grazie al lavoro per via telematica.

Ma il mutamento più profondo e impressionante è quello che si osserva nella struttura del mercato del lavoro, per effetto della globalizzazione: la caduta di tutte le frontiere e l’accorciamento delle distanze fa sì che assuma dimensioni planetarie innanzitutto la concorrenza sul lato dell’offerta di manodopera; ma anche la concorrenza sul lato della domanda di lavoro, tra imprenditori che possono portare i rispettivi piani industriali e investire in qualsiasi punto del globo. Questo potrebbe rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori che sappiano sfruttare questa competizione tra imprese».

A proposito di ordinamenti protettivi: il Jobs Act è un “not turning point” ?

«La riforma del lavoro del 2014-15 è molto ampia e articolata. Qualche cosa probabilmente ne verrà modificato già nella prossima legislatura. La speranza è che i mutamenti futuri puntino a completare il disegno bipartisan che ha animato quella riforma, rafforzando la sicurezza dei lavoratori nel mercato, e non a ritornare indietro, al regime della job property, che alla fine impoverirebbe tutti».

Guardiamo ai prossimi 20 anni. Il posto fisso è un concetto superato oggi, ma lo sarà anche nel futuro?
«Guardi che il rapporto a tempo indeterminato non è affatto un concetto superato. In tutti i Paesi dell’Occidente sviluppato, quindi anche in Italia, la forza-lavoro dipendente è occupata per più di quattro quinti con contratti di lavoro stabili. E la riforma del 2014-15 è stata concepita in parte anche proprio per aumentare la quota di assunzioni a tempo indeterminato nel flusso delle nuove assunzioni: cosa che effettivamente sta accadendo, anche se l’aumento è stato vistosissimo solo nel 2015, per via dell’incentivo economico, e molto più contenuto nei due anni successivi».

A che cosa attribuisce questa riduzione dell’aumento delle assunzioni stabili?
«In parte alla riduzione dell’incentivo costituito dalla decontribuzione ma in parte anche alla preoccupazione degli imprenditori che la riforma dei licenziamenti possa essere azzoppata da una sentenza della Corte o da una nuova maggioranza che nella prossima legislatura decida di tornare al vecchio articolo 18. Eventi improbabili ma capisco che gli operatori possano esserne preoccupati».

Si lavorerà meno ma meglio?
«Meglio sicuramente, aumenteranno la sicurezza, l’igiene, la produttività, nella misura in cui le nuove tecnologie renderanno il lavoro dell’uomo più potente ed efficace. Ma che lavoreremo complessivamente meno, invece, non è detto. Vedo semmai un altro rischio, che una parte delle persone attive prendano a lavorare troppo, mentre un’altra parte potrebbe essere relegata a funzioni marginali nel tessuto produttivo».

Ci saranno nuove forme contrattuali di telelavoro?

«Non credo. Qui da noi abbiamo riconosciuto e regolato – con la legge n. 81/2017 – il “lavoro agile”, cioè il lavoro dipendente che in determinati segmenti temporali si svolge al di fuori del perimetro aziendale e senza vincoli di orario. Vediamo se questa nuova figura decolla».

Viviamo un’epoca in cui il mondo, anche solo sul piano della propa-ganda, è più frammentato. Crescono le insofferenze verso chi cerca opportunità fuori dai propri confini nazionali. Queste dinamiche sono destinate a cambiare i paradigmi del mercato del lavoro, delle normative o sono fenomeni passeggeri?
«Che una parte dei nostri giovani altamente qualificati vadano a lavorare all’estero dovrebbe essere considerato del tutto normale, nell’era della globalizzazione; ed è un fenomeno di mobilità in sé positivo. Quello che dovrebbe impensierirci è che pochi giovani altamente qualificati vengano a lavorare in Italia da oltr’Alpe o da oltre Oceano».

 

L'autore

Marco Gaiazzi Giornalista e conduttore TV, si occupa di tematiche economiche e politiche. Collabora a DomenicaLive Il Talk su Canale5. Content manager e consulente editoriale per Fideuram Tv. Battutista per divertimento, Juventino sul serio