Industria 4.0, così l’Italia precorre i tempi


Diverse imprese italiane hanno anticipato alcuni principi della Quarta Rivoluzione Industriale già da 20 anni


Industria 4.0, così l’Italia precorre i tempi

E se l’industria 4.0 fosse nata in Italia? E se la Quarta Rivoluzione Industriale, con le trasformazioni che sta portando nel lavoro e nell’organizzazione, fosse già stata anticipata dalle aziende italiane da qualche decennio? Le domande, naturalmente, sono provocatorie. E rispondere “sì” senza portare a corredo prove a sufficienza sarebbe una forzatura.

Un fatto però sembra indubitabile: c’è una sensibilità tutta italiana verso questo paradigma e una capacità di precorrere i tempi, sia tra le startup che tra le aziende più mature.

I numeri delle startup italiane
Partiamo dalle startup. L’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano evidenzia che tra le 245 startup 4.0 finanziate a livello internazionale, nate tra 2011 e 2015, 80 si trovano in Europa e 24 – quindi il 30% circa – in Italia. 
Qualche esempio? Alleantia, nata nel 2011 a Pisa, ha sviluppato un software dedicato a Industry 4.0 per trasformare le macchine industriali in dispositivi simili agli smartphone su cui si possono installare app IoT che permettono agli strumenti di dialogare tra loro. In altre parole, questa nuova impresa è tra quelle che stanno colmando il gap con la terza rivoluzione industriale, quando i macchinari non erano abbastanza “smart” da comunicare l’uno con l’altro.

A oggi
abbiamo connesso
circa 8.000 dispositivi

dice il fondatore Stefano Linari. Tra le innovazioni di Alleantia c’è anche «un cyber-social network in cui si può parlare con le macchine utensili in linguaggio naturale come fossero ‘un collega’ per sapere stato di avanzamento e statistiche della produzione interrogando i big data in cloud», continua Linari. 
Un altro segmento di 4.0 su cui l’Italia mostra di avere la vista lunga è l’artigianato digitale, che com’è noto, consiste nell’inventare e applicare innovazioni digitali fai-da-te, a basso costo e open source su strumenti tradizionali di lavoro.

Per esempio, Arduino, una delle tecnologie “da maker” più diffuse al mondo per automatizzare dispositivi, è stata creata nel 2005 a Ivrea dall’italiano Massimo Banzi. 
Ed è nell’ottica della “digital fabrication” che è nata per esempio Springa, startup fondata nel 2016 da Lorenzo Frangi, Alessandro Trifoni e Davide Cevoli. Ospitata nell’incubatore del Politecnico di Milano Polihub, ha sviluppato Goliath, una fresatrice portatile a controllo numerico che ha le dimensioni di una macchina utensile da scrivania ma riesce ad agire anche su superfici di lavoro molto grandi e può realizzare oggetti (come sedie o skateboard) che di solito possono essere fatti solo con grosse strumentazioni professionali.

Per finanziare Goliath («di cui a oggi abbiamo prototipo funzionante, meccanica e distinta dei componenti consolidate e software work in progress», dice Frangi), Springa ha lanciato il 3 ottobre una campagna di crowdfunding su Kickstarter che ha raccolto fino al 18 novembre più di 1 milione di dollari e con cui ha venduto oltre 550 robot in tutto il mondo. 
Ma andando a ritroso, ci sono appunto dimostrazioni di lungimiranza 4.0 anche tra le aziende che startup non lo sono più.

Il caso Loccioni
Prendiamo il caso di Loccioni, impresa marchigiana che sviluppa e produce sistemi automatici di misura e controllo. In questo momento, il gruppo sta realizzando diversi progetti in ottica Industria 4.0. «Per esempio abbiamo creato un sistema robotico adattativo, in collaborazione con Airbus, per la produzione delle fusoliere nel settore aeronautico: è una tecnologia che, attraverso sensori avanzati, robotica e intelligenza artificiale, osserva l’ambiente in cui sta lavorando e si adatta capendo in tempo reale quali operazioni fare», spiega Cristina Cristalli, Research for Innovation Director di Loccioni. “Altro che sostituzione di esseri umani: è un sistema collaborativo».

Ma Industria 4.0, in qualche modo, c’era già da prima. Per esempio, racconta Cristalli, «nei primi ‘80 abbiamo installato alla Merloni a Comunanza (Ap) un robot che automatizzava alcune operazioni non a valore aggiunto (nella foto in evidenza). Il sistema già comunicava con il prodotto – in quel caso la lavatrice – che l’operatore doveva testare. Certo, non tutto era interconnesso come ora, ma in nuce conteneva alcuni dei principi base 4.0. Inoltre, utilizziamo reti neurali (modelli alla base dell’intelligenza artificiale, ndr) già dagli anni ‘90».

Ezio Fregnan, Comau Academy Director

La formazione in Comau
Un’altra realtà che sta sviluppando iniziative in chiave Industry 4.0 è Comau, azienda del gruppo FCA che realizza sistemi di automazione avanzata. In questo caso, l’anticipo dei tempi è soprattutto in termini di formazione. «Da oltre 40 anni Comau dedica grande attenzione allo sviluppo di competenze tecniche e gestionali attraverso la propria Academy», dice Ezio Fregnan, Comau Academy Director. «Dopo una prima fase focalizzata in prevalenza sui propri dipendenti, da oltre un decennio ha messo a disposizione il proprio know-how e l’esperienza maturata dalla propria ‘learning factory’ anche al di fuori del perimetro aziendale.

I programmi di formazione Comau, in partnership con alcune tra le più autorevoli università, hanno in comune l’aver anticipato il rafforzamento delle skill necessarie nel contesto dell’Industry 4.0. Basti pensare ai master sulla Trasformazione Digitale, al Patentino della Robotica e a iniziative formative finalizzate a sviluppare competenze per affrontare le sfide della quarta rivoluzione industriale». L’attenzione è rivolta anche alle nuove generazioni. «Il nuovo robot e.DO, modulare e open source, testimonia – conclude Fregnan – l’impegno nel portare robot e robotica anche in aule scolastiche, case e uffici degli appassionati».

L'autore

Maurizio Di Lucchio Lucano, classe 1981, ha studiato alla Scuola di giornalismo “W. Tobagi”. Si occupa di economia, lavoro e innovazione. Collabora con EconomyUp, Wired, Pagina99, Corriere.it