SORRY MARK!


Gestire la propria identità digitale in un mondo frammentato


SORRY MARK!

Grafica di Luna Maestosi

Alla ricerca di soluzioni comuni in un mondo frammentato. Questo il leitmotiv del World Economic Forum che si è appena concluso a Davos e che ha visto la partecipazione di grandi uomini d’affari, leader politici e intellettuali. Un’evidenza, quella della frammentazione, ancora più chiara nel mondo del web che, come ha scritto Andrew O’Hagan nel suo lungimirante libro “La vita segreta”, è un “mercato delle identità .. dove ognuno può comunicare in maniera istantanea e invisibile, nei panni di se stesso o in quelli di qualcun altro”.

Una frammentazione che ha portato alcuni – da Ed Sheeran a Carey Mulligan – a cancellare la propria identità digitale su Instagram per esempio, oggi il social network per eccellenza.

Ho fatto una prova per capire cosa significa cavalcare questa controtendenza all’esposizione continua. Cancellare il proprio account è semplicissimo, solo che in realtà lo fai temporaneamente, in pratica in modalità standby. Le tue foto e i tuoi like scompaiono all’improvviso, e chi ti cerca non ti trova più. La prima reazione alla mia scomparsa è arrivata da una collega incredula e molto preoccupata per “tutte le mie foto” che, come le ho spiegato per cercare di calmarla, sono naturalmente salvate anche sul mio smartphone. Un’altra ha subito dubitato sulla sua recente decisione di iscriversi. Le ho chiesto a cosa era dovuta, e lei mi ha spiegato timidamente che l’ha fatto solo perché le “piace un tipo”.

Con un amico scrittore è nato un dibattito interessante sul tema dell’entusiasmo, qualità che ci viene sempre più richiesta sul lavoro e ancora di più sui social. Effettivamente su Instagram sembra di vivere una perenne vacanza, dove tutti siamo pienamente soddisfatti (e abbronzati), e dalla quale allontanarsi provoca l’effetto spot da crociera: ci si sente un po’ depressi, fuori dal gruppo, di nuovo ad affrontare le incombenze di tutti i giorni, in una parola mortali (avete letto Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace!?). Uno strumento dal quale però – mi ha spiegato il mio amico – oggi non possono prescindere nemmeno gli scrittori più timidi se vogliono vendere i loro libri (Roberto Emanuelli o Matteo Bussola ne hanno fatto il proprio trampolino di lancio).

Un collega giornalista poi mi ha chiesto come avrei gestito il mio lavoro, ed effettivamente qui sta il vero punto. Instagram è infatti anche un ottimo motore di ricerca: non solo puoi trovare le opere di artisti contemporanei ma puoi leggere i loro commenti al riguardo – come accade sul profilo di Damien Hirst, o sul Single Post di Maurizio Cattelan – puoi scrivere direttamente agli editori dei tuoi magazine preferiti, scoprire nuovi brand, nuovi talenti, seguire i trend di moda e design, entrare in contatto con persone interessanti con le quali altrimenti avresti fatto fatica a connetterti, e da li far nascere nuove relazioni professionali.

Sembra poi che tutta la comunicazione aziendale giri intorno agli influencer, e per quanto gli hotel abbiano iniziato a chiedergli “Ma il mio staff lo pago con i tuoi like?”, (vedi il caso di Paul Stenson vs. Elle Darby) sono questi account da migliaia di follower ad avere in mano il potere della diffusione.

Ma nel momento in cui il nostro profilo inizia a coincidere con la nostra vita e con il nostro lavoro, qual è il confine tra l’io digitale e l’io reale?

Riconoscere la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte* è l’unica soluzione comune per tracciare una linea e non perderci nel loop luminoso dei contenuti e contenitori che si moltiplicano ogni secondo.

Lo stesso Mark Zuckerberg ha inserito un nuovo algoritmo che dovrebbe aiutarci a fare ordine nel fiume di feed che scorre ogni giorno sui nostri schermi, ma dubito che chi quel mondo l’ha creato voglia davvero aiutarci a diminuire il tempo che gli dedichiamo.

Sarebbe stato bello avere anche Zuckerberg a questo WEF. Peraltro proprio da Davos sono arrivate dure critiche a Facebook: dal finanziare George Soros, che ha detto “i social influenzano il modo in cui le persone pensano e si comportano, senza che le persone se ne accorgano” e da uno dei volti della Silicon Valley, Marc Benioff, ceo di Salesforce, secondo il quale “i social sono un’industria come quella del cibo e della finanza, per cui vanno regolamentati dagli Stati”.

L’inviato del Corriere della Sera Federico Fubini ha definito il Worl Economic Forum “il social network dell’1%”, in quanto molto esclusivo e non accessibile a tutti.

Nemmeno a Zuckerberg?

 

 

 

*Ursula Le Guin durante lo storico discorso di ringraziamento per il premio alla carriera al National Book Award nel 2014

 

L'autore

Serena Scarpello

Serena Scarpello Esperta di Media e di Digital Pr, Direttrice Responsabile del magazine di cultura del lavoro LINC per il Gruppo Manpower. È stata conduttrice televisiva per il canale finanziario di SKY Class CNBC. Si è laureata presso l’Università LUISS Guido Carli in Relazioni Internazionali e specializzata in Comunicazione Economica, Politica e Istituzionale. Ha studiato a Madrid e a Bruxelles, e lavorato per la Farnesina. Giornalista pubblicista e docente di brand journalism e storytelling, nel tempo libero organizza presentazioni letterarie. Autrice del libro d'inchiesta "Comunicare meno, Comunicare meglio", Edizione Guerini.


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