C’era una volta…il cibo del futuro


Molte risorse sono in esaurimento. Come le missioni spaziali ci hanno insegnato, l’uomo imparerà a nutrirsi diversamente


C’era una volta…il cibo del futuro

Nel febbraio del 1962, a bordo della navicella Friendship 7, l’astronauta americano John Glenn consumò il primo pasto spaziale a base di salsa di mele in tubetto, qualche zolletta di zucchero e un po’ d’acqua. Un banchetto frugale per il timore che, in assenza di gravità, il cibo potesse fermarsi in gola e strozzare l’equipaggio.

Anche durante tutto il corso delle missioni Mercury, Gemini (nella foto in evidenza) e le prime Apollo, la principale voce in menù era costituita da una purea di cibo in tubetto o brodo di pollo, prosciutto, manzo o tonno. Decisamente poco appetitoso, come anche il cibo in cubetti. Oggi i tempi sono cambiati e sulla ISS-Stazione Spaziale Internazionale si mangia decisamente meglio, anche se i cibi in scatola e disidratati sono rimasti nei menù.

La Combal space lasagne
Nel 2013, lo chef Davide Scabin presentò per la prima volta al grande pubblico le “Combal space lasagne” (disidratate e messe sottovuoto in un pacchettino di alluminio) studiate per gli astronauti della ISS. «È stata la prima volta che la cucina italiana è andata nello spazio – dice lo chef di Rivoli – prima ci andavano solo le materie prime. Ho fornito alla Argotec, l’agenzia torinese che ha gestito la mia fornitura, 5 piatti: lasagne, parmigiana di melanzane, risotto al pesto, caponata e tiramisù. Hanno mangiato anche gli americani, perché il test riguardava anche loro. Non ho consegnato a Colonia, alla ESA, bensì alla NASA, dove sono rimasti in analisi per 1 anno, alla US Food and Drug Administration. In capitolato di produzione dovevo raggiungere 24 mesi di shelf life (a scaffale, ndr), a 22 gradi di temperatura. Io li ho portati a 36 mesi. Perché il problema della NASA non sono i motori per andare su Marte. Bensì portare cibo a 5 anni di conservazione».

Obiettivo: creare quindi cibo di alta qualità, low cost, che possa essere prodotto in serie. Di fatto alzando l’asticella della nostra alimentazione quotidiana. E così la lasagna di Scabin a migliaia e migliaia di chilometri dal pianeta Terra ha contribuito a cambiare completamente la prospettiva di come, cosa e quando ci nutriamo.

Samantha Cristoforetti

Con Astrosamantha e il progetto ISSpresso
Oggi la Argotec, l’azienda ingegneristica aerospaziale italiana nata nel 2008, ha l’appalto esclusivo per la fornitura del cibo spaziale destinato agli astronauti europei diretti sull’ISS, anche attraverso lo SpaceFood Lab, un’apposita unità operativa di ricerca e sviluppo. Dall’alto dell’orbita extraterrestre, è ancora vivida in noi l’immagine di Samantha Cristoforetti intenta ad assaporare cibo prodotto e confezionato a Torino, sfruttando processi produttivi quali la liofilizzazione e la termo stabilizzazione che ne salvaguardano i nutrienti.

E sempre Astrosamantha ha avuto l’onore – il 3 maggio 2015 durante la missione italiana “Futura” di poter bere il primo espresso della storia dell’umanità in stato di microgravità. Grazie al progetto ISSpresso, realizzato sempre dall’azienda aerospaziale di Torino Argotec e Lavazza, in una partnership pubblico-privata con l’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana, la prima macchina espresso spaziale è stata in grado di lavorare nelle condizioni estreme dello spazio, dove i principi che governano la fluidodinamica sono completamente differenti rispetto a quelli terrestri.

La macchina ISSpresso, vero gioiello tecnologico e ingegneristico, è stata studiata per replicare in orbita lo stesso aroma: la crema e il caffè non sono miscelate come sulla terra ma sono separate e la tazzina tradizionale diventa invece uno speciale sacchetto detto “pouch”. Marcello Arcangeli, responsabile del Training Center Lavazza di Torino, non nasconde un certo orgoglio per questa “space machine” tutta italiana: «Siamo molto fieri come torinesi – la prima macchina da espresso è stata creata a Torino nel 1884 e dopo 130 anni, è arrivata nello spazio, grazie a due aziende torinesi».

Cosa mangeremo in futuro
Ma bustine, bevande e snack spaziali, in realtà potrebbero essere consumati anche sulla Terra. «Cosa mangiavamo nel ’97 o nel 2007 di diverso da oggi?» – si chiede chef Davide Scabin. «Niente, è tutto uguale. Certo, stanno cambiando i modi di mangiare, quando e dove si mangia. Perché noi evolviamo piano, mangiamo da milioni di anni, e il cambiamento si percepisce appena. In 30 anni l’evoluzione digitale invece ci sta cambiando la vita, ed è palese. Quello che è importante è quello che fa e che farà l’industria alimentare del futuro. Noi cuochi la carbonara o l’amatriciana continueremo a farle».

Solo due anni fa, Expo Milano 2015 ci ha insegnato termini quali idroponica, acquaponica, colture verticali, desalinizzazione, etichette aumentate nei supermercati del futuro che ci raccontano tutto sull’iter produttivo di quello che mangiamo. Ma tra 10-20 anni, di cosa ci nutriremo? «Tutta l’industria alimentare si sta preoccupando del discorso proteico» – racconta chef Scabin. «Dobbiamo diminuire gli allevamenti, perché i bovini inquinano più delle macchine. Una mucca infatti emette più di 300 lt di metano nell’aria. Bisogna quindi mangiare meno carne. L’industria alimentare si orienterà verso la proteina degli insetti, e si produrranno alimenti con all’interno degli sfarinati – perché per noi occidentali non ha senso mangiare insetti, perché non è nel nostro DNA. Per produrre le verdure andremo in verticale. Con l’aeroponica le radici sono sospese, e si nutrono con l’aria. E qui si parla davvero di cibo sano che, a differenza di biologico e dinamico, l’aria immessa è totalmente pulita.

In laboratorio
E poi arriviamo alle staminali. Stanno facendo crescere la carne in laboratorio, artificiale quindi, nel Nord Europa Ora un cubetto di carne 2cm di lato costa sui 200 mila euro produrlo. E infine nel futuro c’è il 3D, con le stampanti a getto, non quelli che fresano, togliendo materiale. Quelle che in realtà lavorano ad alta pressione. Hanno iniziato con la pizza, evidentemente un cibo trasversale che piace a tutti nel mondo. L’orizzonte temporale che vedo per la realizzazione di questi 3 punti forti? Beh, gli insetti li mangeremo tra 20 anni, tutti.

Perché dati scientifici hanno dimostrato che molta roba che mangiamo, non ci sarà più: gamberi e branzini, pescati all’amo, tra un po’ saranno esauriti. Ci siamo “giocati” il 33%, 1/3 del plancton, che è la più grossa risorsa di produzione di ossigeno, nonostante tutti pensano sia la foresta amazzonica….». Insomma, ecco tracciato il percorso del prossimo futuro a tavola. Meglio mettersi nell’ordine di idee: ora tocca a noi riporre sullo scaffale la Treccani della cucina e iniziare a leggere il Manuale dell’inventore.

L'autore

Tarsia Trevisan Giornalista e influencer nel settore enogastronomico. Viaggiatrice seriale, non si fa perdere mai un’occasione per “assaggiare” il mondo in un piatto. Perché un Paese si conosce anche attraverso i suoi sapori, e quattro chiacchiere con i suoi migliori ambasciatori: gli chef


Successivo »