Giovani italiani più poveri


Crescono le disuguaglianze generazionali. Pensata diversamente l’alternanza scuola-lavoro avrebbe potuto ridurle


Giovani italiani più poveri

Coesione sociale e crescita inclusiva: sono le parole d’ordine del World Economic Forum in vista del prossimo meeting annuale di Davos. Come già la Banca Mondiale, anche il Wef scommette sulla riduzione delle disuguaglianze. L’attenzione delle istituzioni ai temi della stratificazione sociale è crescente. In un suo recente report (“Taking on inequality”, 2016), la World Bank mostra che la povertà negli ultimi trent’anni è calata drasticamente grazie all’esplosione della classe media in paesi come la Cina e l’India.

Di riflesso, si sono ridotte le disuguaglianze socio-economiche. Perché dunque preoccuparsi della coesione sociale? Perché la riduzione delle disuguaglianze è in realtà dovuta alla crescente convergenza tra nazioni. A guardare l’indice di Gini (utilizzato per misurare le disuguaglianze), quello “intra-paese” è infatti aumentato. Come dire: è vero che tra il cinese povero e l’americano ricco la forbice si è ristretta, ma si è allargata quella tra poveri e ricchi all’interno dello stesso paese. Non solo, nei paesi dove il dato esiste, il reddito detenuto dall’1% della popolazione più ricca è salito ovunque.

Il caso italiano
L’Italia rappresenta un caso a sé. Dal 2007 le disuguaglianze sono sostanzialmente rimaste invariate (il coefficiente di Gini è cresciuto di appena 0.4 punti, dati Eurostat), mentre continua ad aumentare la povertà, sia assoluta che relativa. Non solo: è cresciuta in misura maggiore tra i giovani. L’incidenza di quella assoluta tra gli under 35 è passata dal 3.1% nel 2005 al 10% nel 2016. Quindi: non siamo particolarmente più diseguali, siamo tutti più poveri. E in misura maggiore lo sono i giovani. Il dato sulla povertà giovanile va di pari passo con quello sull’occupazione.

Come hanno sottolineato Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo nel loro libro L’inganno generazionale, i dati non sono così allarmanti come sembrano: il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, quello cioè che i media utilizzano ogni volta che l’Istat aggiorna le statistiche, è calcolato sul totale della forza lavoro (occupati e disoccupati), escludendo cioè gli studenti, che sono la maggior parte dei componenti di questa fascia.

Meglio, per gli under 25, utilizzare non il “tasso” – che a settembre 2015 era al 35.7% – ma “l’incidenza” dei disoccupati sull’intera popolazione, pari a un più rassicurante 9.4%. D’altra parte, come suggerisce Alessandro Rosina nella recente querelle con le due autrici pubblicata da lavoce.info, il tasso di disoccupazione giovanile ci dice quanti – tra chi vorrebbe lavorare, ci riesce. Ed è sostanzialmente il doppio della media europea. Non solo: il tasso dei Neet, cioè dei giovani che non vogliono e non cercano lavoro, è tra i peggiori del Vecchio Continente.

Insomma, il grido d’allarme va calibrato, ma il problema non è certo risolto. Da qui la necessità di potenziare l’orientamento e la formazione sul lavoro. Quest’ultima è tra gli obiettivi dell’alternanza scuola-lavoro che la legge sulla “Buona Scuola” ha reso obbligatoria. Nata con i migliori intenti, la riforma sembra però fare acqua da molti punti di vista. Innanzitutto nelle finalità: se in Germania nasce come politica del lavoro, in Italia è pensata come politica educativa. Il sistema duale è una scelta che i 16enni si trovano a fare in alternativa al liceo.

L’alternanza scuola-lavoro
L’alternanza scuola lavoro è obbligatoria per tutti i coetanei italiani delle scuole superiori. Il primo prevede uno stipendio mensile di 800 ore per un lavoro part-time. Il secondo non prevede nessuna retribuzione obbligatoria (sta al datore di lavoro decidere se versare un contributo che non può superare le 500 euro) per un monte ore che varia dai 200 per i licei ai 400 per gli istituti tecnici e professionali. Non a caso il Miur, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nella sua pagina di presentazione sottolinea che “lo studente non è un lavoratore”.

Per questi motivi, gli esperti invitano a non confrontare i due sistemi. Ma è proprio qui che si nasconde l’inghippo: la linea di demarcazione che separa l’esperienza formativa dal lavoro (non pagato) è troppo sottile per non rischiare di non essere varcata, così come alcuni casi di cronaca hanno dimostrato. Dai ragazzi messi a gratis nei campi a raccogliere i pomodori a quelli che, a Sud, accettano di lavorare ben oltre il monte ore limite con la speranza di essere assunti un domani. Eppure, nella ricca Emilia rurale la raccolta dei pomodori è sempre stata uno di quei “lavoretti” estivi che gli studenti cresciuti negli anni ‘90-2000 facevano per mettersi da parte qualche soldo e magari comprarsi il motorino.

Con la Buona Scuola, il risultato è che i datori di lavoro potrebbero ora usufruire di quella stessa manodopera gratuitamente (la retribuzione è facoltativa e non può superare le 500 euro).
Pochi casi di malfunzionamento, si dirà, non dovrebbero spingere a fare di tutta un’erba un fascio e mettere in ombra le tante buone pratiche attivate sui territori negli ultimi anni grazie alla sinergia tra scuole e associazioni di categoria. Certo. D’altra parte però non si può lasciare il successo di una politica in mano alla buona fede dei datori di lavoro. Servono regole, controlli e soprattutto meno ipocrisia: invece di marcare la distanza con il modello tedesco, forse sarebbe stato semplicemente più onesto ricalcarne le tracce, a partire dalla retribuzione.

L'autore

Camilla Gaiaschi

Camilla Gaiaschi Assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. Ph.D. in sociologia e giornalista professionista. Le sue ricerche vertono sui temi del lavoro, del welfare, del genere e delle pari opportunità. Per il centro di ricerca GENDERS (Gender & Equality in Research and Science) di Unimi si occupa di disuguaglianze di genere nelle carriere scientifiche. È autrice del libro 'La geografia dei nuovi lavori. Chi va, chi torna, chi viene' (Fondazione Feltrinelli). È contributor per due blog del Corriere della Sera: la Nuvola del Lavoro (nuvola.corriere.it) e la 27Ora (27esimaora.corriere.it).