Il coworking del futuro è specializzato e crea community 


L’evoluzione dei coworking che arriva dagli Usa prevede specializzazione di settore e creazione di community


Il coworking del futuro è specializzato e crea community 

 

Il lavoro cambia, si fa liquido, e a trasformarsi non sono solo le professioni di una volta ma anche i luoghi del lavoro. Se l’ufficio così come lo conosciamo non si avvia ancora sul viale del tramonto, va detto che tra coworking e smartworking qualcosa inizia a muoversi. Per capire cosa potrebbe accadere in Italia nei prossimi anni, un esercizio utile è dare uno sguardo oltreoceano.

Negli Stati Uniti i coworking stanno vivendo una nuova primavera: hanno smesso di moltiplicarsi e si stanno specializzando. Basta pensare a giganti tech come Verizon, IBM e Microsoft che si stanno trasferendo in uffici condivisi per tentare di avvicinare il mondo delle startup, o a Design Hive, uno dei più grandi coworking di Philadelphia focalizzato esclusivamente su progettazione e design. Un modo per creare una rete tra operatori di uno stesso settore e arrivare poi a creare una comunità di professionisti.

In Italia i coworking non hanno ancora raggiunto una simile maturità ma i numeri sono in crescita: nel 2016 siamo arrivati a oltre 280 realtà e i fruitori nel 50% dei casi sono freelance. Qualche accenno di cambiamento però si inizia a vedere. Soprattutto guardando al successo che hanno le iniziative dirette a un pubblico specifico. Tra queste Piano C, il coworking a misura di famiglia, e i nuovissimi parrucchieri in sharing di Milano.

Su misura per le famiglie 

«Tra il piano A della famiglia e quello B della professione, ho ideato un piano C dove la conciliazione è possibile». Riccarda Zezza è una delle due fondatrici di Piano C, il coworking pensato per venire incontro alle necessità delle famiglie. Dopo anni da dipendente in multinazionali dai nomi importanti come Nokia e Microsoft ha deciso, assieme a Sofia Borri, di creare un posto di lavoro innovativo. Pensato non solo per le mamme ma anche per i papà. «Abbiamo iniziato con le mamme, è vero, ma nel tempo sono arrivati anche i papà. Un segnale che anche gli uomini hanno bisogno di ripensare i modelli sociali». Per risolvere il problema della conciliazione, il coworking propone così una serie di servizi oltre alla possibilità di prenotare una scrivania. Ci sono le babysitter del cobaby, la lavanderia e addirittura persone che si occupano della spesa del lavoratore. Non è infatti un caso se il servizio è stato ribattezzato «salvatempo».

Stessi spazi utilizzi diversi 

Tra le innovazioni importate da oltreoceano troviamo anche i saloni di bellezza in sharing. L’ultima notizia arriva da Milano dove il Comune ha lanciato il progetto «Una poltrona per Due» sul modello della «booth rental station» di San Francisco e New York. Si tratta di una condivisione di spazi tra estetisti, parrucchieri e acconciatori che riducono i costi dell’attività lavorando nello stesso negozio. In altre parole una condivisione delle postazioni di lavoro che trasforma il salone in un vero e proprio coworking. Con regole precise: non più di una poltrona o cabina per le imprese fino a tre dipendenti, due poltrone per quelle da 4 a 9 dipendenti e massimo tre per quelle che superano i 10. Per ora sono circa 70 i lavoratori coinvolti su Milano ma l’idea è di ampliare la platea.

La ratio è permettere agli «artigiani della bellezza» di continuare a essere competitivi sul mercato operando però all’interno di un’attività strutturata e avviata. Con la speranza che da questo inedito coworking di settore possano uscire nuovi imprenditori.

L'autore

Diana Cavalcoli

Diana Cavalcoli Laureata in Lettere, si specializza in Cultura e storia del sistema editoriale all’Università degli studi di Milano. Frequenta il Master in giornalismo Walter Tobagi ed è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2015. Ha lavorato per Adnkronos a Milano e attualmente scrive per il Corriere della Sera occupandosi di lavoro, startup e innovazione