Capire la complessità dal CERN di Ginevra


Il Cern di Ginevra raccontato in un incontro con Antonella Del Rosso


Capire la complessità dal CERN di Ginevra

 

Il mito dell’Unità ha esercitato il suo ineludibile fascino sin dagli albori della civiltà. La nascita della filosofia naturale greca è legata al concetto di Unità e alla perfezione cui questo concetto rimanda. La nostra propensione verso un Tutto coincide con una tensione metafisica e spirituale che le religioni monoteiste in particolare incarnano perfettamente. Ma non solo: anche la scienza insegue l’utopia di una teoria del Tutto, e, nel suo piccolo, ogni organizzazione sociale persegue un ordine fondato su principi unitari condivisibili dalla maggioranza (quando non dall’unanimità), oppure imposti. Sono i due opposti poli rappresentati rispettivamente dalla società aperta, fondata sul pluralismo, e da quella chiusa, totalitaria. Da ricercatrice sociale, rivolgo lo sguardo prioritariamente al mondo delle relazioni umane, e lo vedo governato dalla differenza, nella quale la scienza cerca di portare ordine elaborando categorie di significato che possano semplificare la comprensione della realtà, e anche la sua “gestione” da parte degli attori sociali, a ogni livello, fino a quello politico.

Eppure, paradossalmente, nella secolare ricerca dell’Unità, abbiamo prodotto frammentazione: proprio alla luce delle enormi conquiste della conoscenza e della loro rapida espansione, è inevitabile la suddivisione in un numero sempre crescente di settori distinti di specializzazione, prodotti da altrettanti atti di astrazione dalla complessità del contesto. La scienza, in altri termini, cercando di portare ordine nel caos, capire la complessità, e gestirla, crea, inevitabilmente, sovrastrutture a loro volta tanto complesse quanto irrinunciabili.

Se questo principio appare fondante delle scienze sociali, che per definizione studiano “oggetti” artificiali, prodotti dall’uomo e dalla sua interazione con i simili, potrebbe sembrare al primo sguardo meno valido per le scienze naturali, che sono animate dall’intento della scoperta di un mondo preesistente agli uomini stessi. E tuttavia, poiché di scienze si tratta, ne sono sempre l’uomo il principio e la sovrastruttura (scientifica) il risultato, talché anche la conoscenza nel campo della fisica può progredire solo grazie agli artifici della matematica.

Non solo. Ha bisogno anche di artifici, propriamente, sociali, organizzativi. Me lo rende chiaro Antonella Del Rosso, spiegandomi cos’è e di cosa si occupa la Big Science. Antonella, fisico di formazione, si occupa di comunicazione della scienza da più di vent’anni: è stata la persona di riferimento del CERN per la comunicazione con organizzazioni internazionali quali le Nazioni Unite, l’UNESCO, l’ESA, l’ESO; già Editor del CERN Courier e del CERN Bulletin e responsabile della comunicazione interna del CERN, è attualmente responsabile della comunicazione per il progetto CERN Alumni e dei programmi per gli insegnanti italiani (Italian Teacher Programmes), nonché Project Leader di CERNland, il sito del CERN per i bambini (cernland.net – l’unico sito del CERN disponibile in sei lingue).

L’ho contattata con l’idea di scrivere un pezzo che potesse offrire una chiave di lettura su come gestire la frammentazione attraverso l’esempio della Natura, e la saluto con in mente un articolo che illustri il modello organizzativo della Big Science, che gestisce l’intrinseca complessità del suo oggetto di indagine, e la necessaria frammentarietà dell’indagine stessa, in un modo che può essere interessante anche per la società nel suo complesso.

Per Big Science, anzitutto, s’intende un progetto di ricerca scientifica di grandi dimensioni e ambizioni, tale da richiedere un numero poderoso di scienziati e un altrettanto poderoso impegno di risorse economiche e finanziarie, spesso impiegate per la stessa predisposizione di laboratori e attrezzature ad hoc, parte integrante dell’impresa, che a sua volta implica un’ampia distribuzione geografica e temporale. “Le collaborazioni scientifiche sono una miscela di culture, di stili di finanziamento, di regole e procedure nazionali. Sono collaborazioni che arrivano a superare le 2000 persone, spesso distribuite in decine di Paesi diversi con il contributo di centinaia di istituti” mi spiega subito Antonella, rendendomi immediatamente evidente il grado di complessità organizzativa che presiede alla effettiva conoscenza della complessità della Natura.

Da un punto di vista, appunto, organizzativo, “la Big Science si basa sul principio della “collaborazione-competizione”, anche quando gli esperimenti vengono effettuati e realizzati all’interno di una stessa organizzazione scientifica, che sia essa il CERN, l’ESA, l’ESO, ecc.” In base a tale principio, la molteplicità delle entità e delle risorse coinvolte coopera in vista di uno stesso fine di interesse generale, attraverso un articolato modello di governance che ottimizzi l’efficacia scientifica e renda raggiungibile l’obiettivo nel più breve tempo possibile.

Nel caso di ATLAS – l’esperimento tuttora in corso che, insieme all’esperimento CMS ha consentito la scoperta del Bosone di Higgs il 4 luglio 2012 – la struttura organizzativa prevede una serie di funzioni istituzionali e operative: il Collaboration Board (CB) è il comitato che prende le decisioni e preventivamente definisce linee-guida, procedure e metodi; la Spokesperson (SP) non è solo un portavoce, ma è responsabile della supervisione di tutti gli aspetti del progetto e lo rappresenta all’interno quanto all’esterno della convenzione; il coordinatore tecnico (Technical Coordinator, TC) risponde di tutti gli aspetti tecnici legati alla costruzione del progetto, mentre il Resource Coordinator (RC) cura il budget complessivo nelle sue varie articolazioni, affiancato da un Resources Review Board (RRB), che rappresenta chi eroga i finanziamenti (Funding Agency, FA) e procede al monitoriaggio pluriennale delle risorse; infine, il Comitato Esecutivo (Executive Board, EB) dirige l’esecuzione di ATLAS e la comunicazione tra il management responsabile dei progetto e i vari gruppi nazionali.

Antonella Del Rosso nel suo ufficio al CERN di Ginevra. LHC (Large Hadron Collider) sullo sfondo.

Come risulta evidente dalla puntuale descrizione di Antonella, “al CERN, le grandi collaborazioni sono entità così complesse che sono ciascuna regolata da una “Costituzione” ovvero il “Memorandum of Understanding” (MoU) [che definisce e assegna i ruoli di cui sopra] e che ciascun team partecipante deve firmare.” Se questo generale principio di condivisione ispira un po’ tutti i progetti di ricerca internazionali, a partire di quelli europei che in parte ho imparato io stessa a conoscere, quello che mi colpisce del modello di governance di queste specifiche collaborazioni è il principio di estrema efficienza cui risponde: si garantiscono, infatti, da un lato la selezione delle risorse umane di volta in volta più adeguate ai fini del progetto, e dall’altro “un regolare ricambio al potere”, contestualmente a un rigoroso monitoraggio del budget, “perché coloro che prendono le decisioni sono a loro volta controllati dai vari board, ciascuno indipendente e comunque legato anche a logiche nazionali, scientifiche o strategiche.”

Soprattutto, i dati che si ricavano dagli esperimenti sono gestiti in “maniera “distribuita”, tramite quella che si chiama griglia di calcolo (GRID Computing): non esiste, infatti, un unico supercomputer ma vi sono migliaia di computer che lavorano all’unisono, organizzati secondo il principio dei TIER 0-1-2.” I TIER 0 sono centri di calcolo centrali, e sono soltanto 3 nel Mondo: si trovano in Europa, USA, Giappone; dal tier 0 i dati vengono distribuiti ai tier 1 – in Italia, a Bologna – per poi essere passati ai centri nazionali minori (2,3), fino a raggiungere gli utenti, che nel caso di specie – quello delle collaborazioni scientifiche – sono gli scienziati impegnati nel progetto, distribuiti tra i vari centri di ricerca, istituti, università, coinvolti.

Si tratta di un principio di distribuzione che alimenta la cooperazione per necessità, trasformando la complessità e la relativa frammentazione nel presupposto di una coerente suddivisione di compiti che, nella scienza, dovrebbe consapevolmente tendere all’unità del contesto, volgendo così, infine, la competizione in collaborazione, in nome della conoscenza dell’Universo. Un’etica della responsabilità che sarebbe quanto mai necessario implementare, rispondendo al medesimo principio di efficienza, anche per una migliore gestione di cose più terrene.

L'autore

Daniela Sideri Laureata in Scienze Politiche a Roma, dottorato in Studi Culturali a Siena completato negli Stati Uniti presso la CUNY, già visiting scholar a Cambridge è ora assegnista di ricerca in sociologia presso l'Università G. D'Annunzio