Tecnologia e data center: ecco le Silicon Valley del deserto


L’accordo tra Google e l’azienda petrolifera pubblica saudita per costruire un hub dell’innovazione conferma che nel Golfo prendono vita poli hi tech che offrono chance a talenti locali e stranieri


Tecnologia e data center: ecco le Silicon Valley del deserto

 

Una goccia di petrolio in meno, dati e posti di lavoro in più. Potrebbe essere questa la semplice equazione alla base delle nuove Silicon Valley che stanno crescendo nei Paesi del Golfo. Le monarchie della regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi, stanno diversificando la propria economia puntando sempre di più sulla tecnologia, l’innovazione e sulle startup. E la quantità di risorse finanziarie a disposizione lascia pensare che i poli hi tech che nascono diventeranno nei prossimi anni tra i più competitivi a livello globale. A confermare questa tendenza, nei primi mesi del 2018, è stata la notizia di una colossale joint venture tra Alphabet, la holding a cui fa capo Google, e Aramco, la compagna petrolifera di Stato dell’Arabia Saudita. Stando al Wall Street Journal, l’accordo prevede che le due società lavorino a un mega hub dell’alta tecnologia in Arabia Saudita. Dovrebbe trattarsi di un polo destinato a ospitare startup digitali innovative e grandissimi data center. Per il principe saudita Mohammed bin Salman, che avrebbe seguito l’operazione in prima persona, il patto con Google è probabilmente un mezzo per rilanciare l’immagine del Paese e per slegare una parte del Pil dall’oro nero.

Che sia tra qualche decennio o tra un secolo, i giacimenti di petrolio sono destinati a esaurirsi. E per uno Stato che è il primo esportatore di greggio al mondo, creare un’alternativa diventa un obbligo. Non è un caso che nell’autunno del 2017, il principe saudita abbia annunciato un investimento di 500 miliardi di dollari per costruire Neom, una città del futuro hi tech e green entro il 2030. Così come Alphabet punta a espandersi in un’area dove in passato non era semplice fare investimenti, sia per l’instabilità politica sia perché i vincoli normativi all’ingresso di aziende straniere erano più rigidi, anche altre grandi compagnie sono pronte a giocare una sfida tecnologica tra le sabbie saudite. La gara è soprattutto relativa alla costruzione di data center per le imprese, in particolare quelle energetiche, che vogliono migrare verso tecnologie cloud. Oltre a Google, Amazon Web Services ha in programma la costruzione di un data center in Bahrein e sarebbe pronta a realizzarne tre proprio in Arabia Saudita in un’operazione da circa un miliardo di dollari. Anche Microsoft e Alibaba, tra i rivali più agguerriti nel settore dei servizi cloud, hanno fatto capire che stanno studiando le proprie mosse.

Con l’innovazione cresce il lavoro

In questo contesto, si crea un terreno fertile per l’innovazione a 360 gradi e per il lavoro. Per esempio, se ci si concentra proprio sull’Arabia Saudita, la popolazione è molto giovane (su 27 milioni di abitanti, il 50% ha meno di 25 anni) e potrebbe beneficiare più facilmente delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Certo, sia nel Paese che in tutto il Golfo c’è un problema di talent shortage, soprattutto per quanto riguarda le competenze in ambito IT e nella conoscenza di settori come cloud, machine learning, robotica e cybersicurezza.

La formazione erogata dalle università per quanto concerne questi settori non è sufficiente. In tutta la regione, per esempio, solo il 21% dei ruoli high skilled è trovato direttamente in loco. Perciò, per trovare forza lavoro qualificata, molto spesso le aziende, sia pubbliche (la maggior parte) che private, devono attingere a talenti provenienti dall’estero. Da un recente report del World Economic Forum, emerge che l’Arabia Saudita è al di sotto della media mondiale (3,8 su una scala che va da 1 a 7) relativa alla facilità di trovare lavoratori con skill sufficienti per le necessità dell’industria. Nel Golfo, solo Emirati Arabi, Qatar e Bahrein sono al di sopra della media. Indirettamente, quindi, i nuovi centri hi tech della regione possono diventare una chance di impiego anche per chi vive all’estero e vuole trasferirsi nel Golfo. Un dossier E&Y del 2015 riferiva che nella monarchia saudita, le imprese private contavano solo per il 18% su manodopera locale.

La formazione per combattere la mancanza di competenze

Per rimediare a questa carenza di competenze, in alcuni casi sono gli stessi big player dell’IT (come Microsoft, Ibm, Cisco, Oracle etc.) a fornire, d’intesa con i governi, programmi di formazione all’interno di acceleratori di innovazione, presenti soprattutto negli Emirati Arabi. E c’è da aspettarsi che queste iniziative di sviluppo possano contribuire, direttamente o meno, anche al progresso sociale di Paesi, Arabia Saudita in testa, particolarmente restrittivi in termini di diritti e libertà, soprattutto per quanto riguarda le donne. L’incrocio tra percorsi di training e investimenti sull’innovazione ha fatto in mondo che proprio Dubai, per esempio, diventasse un punto di riferimento per il futuro della regione.

Stando a quanto riferisce Forbes, più della metà delle 50 startup più promettenti ha ricevuto finanziamenti di oltre un milione di dollari. E ha visto svilupparsi incubatori di alto livello e con finanziamenti importanti, supportati dallo Stato. Le strutture più note – Astrolabs Dubai, Turn8 e Dubai Future Accelerators – si stanno dimostrando in grado di attrarre innovatori da varie parti del mondo. È prevedibile che il modello Dubai venga replicato, con le dovute differenze, anche in Arabia Saudita, che ha una popolazione nove volte maggiore, e in altri Paesi del Golfo. Se così fosse, la “Gulf Valley”, rappresentata dall’insieme di tutti i poli innovativi del Golfo, diventerebbe a pieno titolo una delle competitor di primo piano della Valle di San Francisco e degli altri principali hub di innovazione al mondo.

L'autore

Maurizio Di Lucchio

Maurizio Di Lucchio Lucano, classe 1981, ha studiato alla Scuola di giornalismo “W. Tobagi”. Si occupa di economia, lavoro e innovazione. Collabora con EconomyUp, Wired, Pagina99, Corriere.it