Addio Ingegner Fantozzi, la digital transformation cambia il lavoro


Dal coworking allo smart working, la digital transformation apre un mondo di possibilità incredibili


Addio Ingegner Fantozzi, la digital transformation cambia il lavoro

 

Come cambierà il mondo del lavoro ai tempi della digital transformation? La verità è che è già cambiato, ci siamo immersi dentro. Forse non ne siamo ancora del tutto consapevoli. Solo fino a pochi anni fa i tre capisaldi dell’esperienza lavorativa – tempo, spazio, attività – erano fissamente rappresentati da mitici simboli di fantozziana memoria: la corsa al cartellino, il palazzone dell’ufficio ordinato gerarchicamente fino all’ultimo piano, tipicamente abitato da un mitologico “mega-direttore-galattico” che governava ogni ambito della vita lavorativa dei dipendenti:

  • Tempo. La giornata era divisa in rigidi blocchi temporali di circa 8 ore – lavoro, privato, riposo – introdotti da immutabili riti di passaggio codificati (il cartellino, le ferie, ecc).
  • Spazio. L’ufficio era il confine rigido e solenne, le solide mura perimetrali ed organizzative in cui si esauriva interamente l’esperienza lavorativa.
  • Attività. Il “capo” era la figura che determinava ritmi, esigenze e modalità della produzione.

Cosa resta oggi di quei miti fantozziani? Praticamente poco. Culturalmente ancora troppo. Oggi la trasformazione digitale rompe gli argini in cui l’esperienza lavorativa era confinata. Il centro non si trova nella quantità di device di cui disponiamo ma nella capacità, anche attraverso essi, di favorire connessioni di qualità. Siamo di fronte ad una trasformazione culturale ancor prima che tecnologica.

Addio ufficio

Il tempo si libera e l’esperienza lavorativa viene scomposta in micro-momenti di cui possiamo modulare ed organizzare l’accesso. L’ufficio non è più uno spazio tridimensionale definito dove vengono stabilite gerarchicamente le mansioni, ma un ambito di relazioni che possono verificarsi in spazi e tempi diversi. Il focus passa via via dal compito all’obiettivo, dall’esecuzione alla corresponsabilità. La quantità di tempo impiegato per eseguire una mansione in un determinato posto era il coefficiente per la determinazione del salario. Nell’economia della conoscenza la quantità viene sostituita dalla qualità della componente intellettuale impiegata nella realizzazione di un prodotto ed è sempre più slegata dalla valutazione della sua durata temporale, connettendosi piuttosto alle competenze e alle capacità della persona. Siamo di fatto liberi di scegliere dove, quando e come lavorare. E un lavoratore libero in genere è un lavoratore più felice.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a due fenomeni: la realizzazione di nuove sedi “smart” – sedi intelligenti che permettono di interpretare l’esperienza lavorativa in questo nuovo contesto liquido – e la diffusione dello smart working, la possibilità di lavorare anche in luoghi e contesti non canonicamente “di ufficio”. Dati importanti. Secondo il Politecnico di Milano gli smart worker sono in crescita del 14% rispetto al 2016 e addirittura del 60% rispetto al 2013. Un totale di 305.000 lavoratori, ovvero l’8% del totale. Siamo immersi in un insieme liquido e sincronico di relazioni – spaziali, digitali, economiche, sociali, comportamentali. È un mondo denso di possibilità, in cui si libera continuamente valore. È un mondo che però bisogna imparare ad abitare. Un’esperienza di questo genere infatti non è né abituale né semplice per il lavoratore e ha bisogno di essere guidata. È presente un pericolo concreto che lo smart worker diventi esclusivamente un “lavoratore remoto” e cioè letteralmente “lontano”. Confuso nel mare di connessioni in cui è immerso: libero di lavorare ovunque, connesso a tutto, sconnesso dalla propria organizzazione.

Ridisegnare l’esperienza lavorativa

In questo contesto ricco, iperconnesso, liquido e frammentato diventa fondamentale ricostruire attraverso rinnovati riti di passaggio la trama narrativa della nuova esperienza lavorativa. Non pensiamo che questa trasformazione sia stata colta solo dal mondo “startupparo”. Anche le grandi corporation iniziano a comprendere che dalla digital transformation passa in parte la loro sopravvivenza. Penso a Microsoft, BNP Pari-bas, Ferrero, ADR, Enel, Open Fiber, Nestlè, American Express, solo per citarne alcuni – e diverse di queste stanno seguendo a diversi livelli la strada indicata da eFM – società italiana che da anni lavora sulla riqualificazione dell’esperienza analogica attraverso il digitale, iniziando dalla progettazione e gestione degli edifici, fino a quella delle dinamiche organizzative delle persone che li abitano. Il progetto è quello di istruire attraverso i dati un personal assistant, un’intelligenza artificiale che “alleni” il lavoratore a vivere in questo contesto multidimensionale, riducendo a un’unica esperienza relazionale la molteplicità di livelli comunicativi attivati, lo renda capace di orientarsi e cogliere il nuovo mondo di collisioni di valore che la digital transformation abilita.

Come me la immagino, quindi, la giornata del lavoratore nel 2020?Inizia con il personal assitant che suggerisce la strada migliore, il posto – interno o esterno all’ufficio – adatto in base agli appuntamenti in agenda, indica magari un coworking la cui comunità presidia il tema di tuo interesse, suggerisce modalità in base all’esperienza e al momento che stai per affrontare, indirizza verso pratiche di mindfullness se devi affrontare processi creativi, e così via.

L'autore

Jacopo Mele

Jacopo Mele